Daniele Rielli http://www.danielerielli.it Daniele Rielli - Storie dal mondo nuovo (Adelphi) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici Mon, 26 Feb 2018 13:32:13 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.2.19 Andrew O’Hagan e la scissione digitale dell’io http://www.danielerielli.it/andrew-ohagan-e-la-scissione-digitale-dellio/ http://www.danielerielli.it/andrew-ohagan-e-la-scissione-digitale-dellio/#comments Fri, 24 Nov 2017 13:05:03 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=4007 rtx2fw23

Sabato 25 novembre alle ore 17 sarò alla Triennale di Milano per un dialogo con O’Hagan intitolato “Vite segrete e identità digitali” nell’ambito di #Studiointriennale.

Articolo pubblicato su La Stampa – 11.11.17. 

Provate a immaginare la prossima polemica online, probabilmente non riuscirete ad indovinarne il contenuto, ma avete buone possibilità di sapere, fin da ora, come si svilupperà. Ci sarà un forte presa di posizione di stampo morale contro una persona (pubblica o fino a quel momento sconosciuta, è quasi indifferente), seguirà un linciaggio digitale poi la notizia uscirà dalla bolla di pensiero unilaterale in cui ha preso forma e arriverà a qualcuno che prenderà con forza le parti dell’accusato. A chiusura del ciclo qualcun altro farà notare che questo sviluppo, compreso anche il suo commento, è il frutto della ferrea legge che regolamenta ogni “flame” ovvero di ogni polemica su internet. A questo punto si passerà al prossimo rogo rituale.

In altri termini ogni possibile valore di verità di una proposizione è contenuto ed esplicitato di per sé stesso appena la proposizione entra nel web. Estremizzando un po’ e guardando il tutto da una distanza sufficiente, è la notte dove tutti gli status sono veri e falsi contemporaneamente. Si potrebbe obbiettare che in fondo questa è sempre stata la struttura di ogni dibattito, ma l’accelerazione del tempo, l’universalità dell’accesso e l’incessante ripetizione del processo, sono cose che solo internet rende possibili e portano la crisi del concetto di verità ad un livello inedito.

Sarebbe materia per diversi saggi, ma Andrew O’Hagan in La vita segreta utilizza un approccio probabilmente più efficace, considerato lo stato di disgregazione del discorso, e scrive tre exempla sul tema dell’identità. Se il discorso pubblico, afflitto da bulimia digitale, non gode di ottima salute, cosa dire del concetto stesso di identità?

ohagan

La vita segreta di 

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Sabato 25 novembre alle ore 17 sarò alla Triennale di Milano per un dialogo con O’Hagan intitolato “Vite segrete e identità digitali” nell’ambito di #Studiointriennale.

Articolo pubblicato su La Stampa – 11.11.17. 

Provate a immaginare la prossima polemica online, probabilmente non riuscirete ad indovinarne il contenuto, ma avete buone possibilità di sapere, fin da ora, come si svilupperà. Ci sarà un forte presa di posizione di stampo morale contro una persona (pubblica o fino a quel momento sconosciuta, è quasi indifferente), seguirà un linciaggio digitale poi la notizia uscirà dalla bolla di pensiero unilaterale in cui ha preso forma e arriverà a qualcuno che prenderà con forza le parti dell’accusato. A chiusura del ciclo qualcun altro farà notare che questo sviluppo, compreso anche il suo commento, è il frutto della ferrea legge che regolamenta ogni “flame” ovvero di ogni polemica su internet. A questo punto si passerà al prossimo rogo rituale.

In altri termini ogni possibile valore di verità di una proposizione è contenuto ed esplicitato di per sé stesso appena la proposizione entra nel web. Estremizzando un po’ e guardando il tutto da una distanza sufficiente, è la notte dove tutti gli status sono veri e falsi contemporaneamente. Si potrebbe obbiettare che in fondo questa è sempre stata la struttura di ogni dibattito, ma l’accelerazione del tempo, l’universalità dell’accesso e l’incessante ripetizione del processo, sono cose che solo internet rende possibili e portano la crisi del concetto di verità ad un livello inedito.

Sarebbe materia per diversi saggi, ma Andrew O’Hagan in La vita segreta utilizza un approccio probabilmente più efficace, considerato lo stato di disgregazione del discorso, e scrive tre exempla sul tema dell’identità. Se il discorso pubblico, afflitto da bulimia digitale, non gode di ottima salute, cosa dire del concetto stesso di identità?

ohagan

La vita segreta di 

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“STORIE DAL MONDO NUOVO” IN LIBRERIA http://www.danielerielli.it/daniele-rielli-storie-dal-mondo-nuovo-recensione/ http://www.danielerielli.it/daniele-rielli-storie-dal-mondo-nuovo-recensione/#comments Thu, 27 Oct 2016 14:29:23 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3806

storie-dal-mondo-nuovo-daniele-rielli-copertina

(2° edizione)

 Dicono di “Storie dal mondo nuovo”

Tanti pezzi diversissimi di mondo tenuti insieme dalla capacità di guardare i fatti e tradurli in narrazione, genere nel quale Rielli eccelle come Carrère o Tom Wolfe .

schermata-2016-12-28-alle-23-59-40

Rielli aggiorna al terzo millennio un’idea classica del reportage narrativo, quella novecentesca dei Parise e Vassalli, Ceronetti e Piovene, Manganelli e Tabucchi fino a Tiziano Terzani. Brillantezza linguistica, scelta delle fonti, incisività, ritmo, indipendenza e libertà di pensiero sono le sue armi

schermata-2016-12-15-alle-19-28-05

Alla mente torna il geniale Foster Wallace di “Considera l’aragosta

repubblica

Rielli possiede un controllo della lingua che lo sottrae ai velleitarismi pirotecnici che sono, invece, uno degli abiti ricorrenti della prosa italiana attuale

Logo_Il_Sole_24_Ore

 

Raramente ho trovato qualcosa di più inusuale e godibile nella descrizione della realtà. Daniele Rielli, ricordate questo  nome

logo_lunita

Daniele Rielli è la prova che in Italia anche il talento conta

download

Si ride e si spalancano i neuroni

og-logo-vf

Magnifici reportage

logo

Storie dal mondo nuovo, un rimedio contro la post-verità

logo-finzioni

ACQUISTA “STORIE DAL MONDO NUOVO” SU:

(Da Adelphi.it) I fantasmagorici rituali – di iniziazione – dei promotori di startup, riuniti in conclave a Londra. I saturnali, al Mugello, di una delle ultime divinità disponibili in Italia, Valentino Rossi. Il matrimonio fra i rampolli di due miliardari indiani – per tacer dell’elefante – nel cuore della Puglia. L’incontro, a New York, con un sopravvissuto alla sua stessa leggenda, Frank Serpico. Il paradiso – o l’inferno – artificiale nella sua versione più aggiornata, il poker online. Non importa da quale ingresso Daniele Rielli decida di entrare nel diorama ibrido e surreale che chiamiamo contemporaneità. Importa come ne racconta, ogni volta, un angolo diverso. E quanto, ogni volta, riesca a farci ridere.

alcune interviste a proposito di “Storie dal mondo nuovo”

La Stampa (video) 

La Lingua Batte- Radio Rai Tre

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(2° edizione)

 Dicono di “Storie dal mondo nuovo”

Tanti pezzi diversissimi di mondo tenuti insieme dalla capacità di guardare i fatti e tradurli in narrazione, genere nel quale Rielli eccelle come Carrère o Tom Wolfe .

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Rielli aggiorna al terzo millennio un’idea classica del reportage narrativo, quella novecentesca dei Parise e Vassalli, Ceronetti e Piovene, Manganelli e Tabucchi fino a Tiziano Terzani. Brillantezza linguistica, scelta delle fonti, incisività, ritmo, indipendenza e libertà di pensiero sono le sue armi

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Alla mente torna il geniale Foster Wallace di “Considera l’aragosta

repubblica

Rielli possiede un controllo della lingua che lo sottrae ai velleitarismi pirotecnici che sono, invece, uno degli abiti ricorrenti della prosa italiana attuale

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Raramente ho trovato qualcosa di più inusuale e godibile nella descrizione della realtà. Daniele Rielli, ricordate questo  nome

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Daniele Rielli è la prova che in Italia anche il talento conta

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(Da Adelphi.it) I fantasmagorici rituali – di iniziazione – dei promotori di startup, riuniti in conclave a Londra. I saturnali, al Mugello, di una delle ultime divinità disponibili in Italia, Valentino Rossi. Il matrimonio fra i rampolli di due miliardari indiani – per tacer dell’elefante – nel cuore della Puglia. L’incontro, a New York, con un sopravvissuto alla sua stessa leggenda, Frank Serpico. Il paradiso – o l’inferno – artificiale nella sua versione più aggiornata, il poker online. Non importa da quale ingresso Daniele Rielli decida di entrare nel diorama ibrido e surreale che chiamiamo contemporaneità. Importa come ne racconta, ogni volta, un angolo diverso. E quanto, ogni volta, riesca a farci ridere.

alcune interviste a proposito di “Storie dal mondo nuovo”

La Stampa (video) 

La Lingua Batte- Radio Rai Tre

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Carrère e il principo di indeterminazione http://www.danielerielli.it/carrere-e-il-principo-di-indeterminazione/ http://www.danielerielli.it/carrere-e-il-principo-di-indeterminazione/#comments Thu, 13 Apr 2017 12:18:20 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3995 Heisenberg

(Questo articolo è uscito il 18-03-17 su “Tuttolibri”, La Stampa)

Per provare a capire il grado di realismo di un racconto, Emmanuel Carrère propone il “criterio dell’imbarazzo”. Se incontriamo un dettaglio che l’autore deve avere verosimilmente pensato di eliminare perché imbarazzante o in qualche modo scomodo, avvertiamo un istintivo “senso di verità”. Non è solo una dichiarazione di principio ma anche un criterio operativo in grado di attraversare l’intera opera di Carrère, o almeno la sua fase più nota, quella della non-fiction. Pochi autori contemporanei hanno fatto come Carrère del culto – e dell’esibizione- del dettaglio scomodo, delle pulsioni che i più preferirebbero tacere, un marchio di fabbrica.

Ogni appassionato dello scrittore francese ricorda la lunga lettera erotica alla compagna pubblicata sulle pagine di Le Monde (oggi contenuta all’interno dello splendido “La mia vita come un romanzo russo”) una storia con un epilogo che sarebbe stato sommamente umiliante se solo il primo ed esibirlo non fosse Carrère con quel misto di stoicismo ed egocentrismo dichiarato che contraddistingue il suo stile. I lettori si dividono fra chi è infastidito da una prospettiva così apertamente egotica e chi invece coglie i due messaggi sottointesi a questo approccio. Il primo è: sono fallibile e imperfetto come tutti gli altri, seppur a modo mio – come appunto tutti gli altri. Il secondo, forse ancora più importante, è che l’unico racconto onesto possibile sia quello dichiaratamente soggettivo.

“Propizio è avere dove recarsi” è uno zibaldone composto di articoli, reportage, recensioni, discorsi e lettere che attraversano quasi trent’anni di carriera, un libro con cui è possibile entrare nel cantiere aperto del lavoro dello scrittore francese e in cui è sovente lui stesso a riflettere apertamente sulle tecniche che utilizza e sui loro significati. Centrale in questo senso è il discorso su “A Sangue freddo” di …

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Heisenberg

(Questo articolo è uscito il 18-03-17 su “Tuttolibri”, La Stampa)

Per provare a capire il grado di realismo di un racconto, Emmanuel Carrère propone il “criterio dell’imbarazzo”. Se incontriamo un dettaglio che l’autore deve avere verosimilmente pensato di eliminare perché imbarazzante o in qualche modo scomodo, avvertiamo un istintivo “senso di verità”. Non è solo una dichiarazione di principio ma anche un criterio operativo in grado di attraversare l’intera opera di Carrère, o almeno la sua fase più nota, quella della non-fiction. Pochi autori contemporanei hanno fatto come Carrère del culto – e dell’esibizione- del dettaglio scomodo, delle pulsioni che i più preferirebbero tacere, un marchio di fabbrica.

Ogni appassionato dello scrittore francese ricorda la lunga lettera erotica alla compagna pubblicata sulle pagine di Le Monde (oggi contenuta all’interno dello splendido “La mia vita come un romanzo russo”) una storia con un epilogo che sarebbe stato sommamente umiliante se solo il primo ed esibirlo non fosse Carrère con quel misto di stoicismo ed egocentrismo dichiarato che contraddistingue il suo stile. I lettori si dividono fra chi è infastidito da una prospettiva così apertamente egotica e chi invece coglie i due messaggi sottointesi a questo approccio. Il primo è: sono fallibile e imperfetto come tutti gli altri, seppur a modo mio – come appunto tutti gli altri. Il secondo, forse ancora più importante, è che l’unico racconto onesto possibile sia quello dichiaratamente soggettivo.

“Propizio è avere dove recarsi” è uno zibaldone composto di articoli, reportage, recensioni, discorsi e lettere che attraversano quasi trent’anni di carriera, un libro con cui è possibile entrare nel cantiere aperto del lavoro dello scrittore francese e in cui è sovente lui stesso a riflettere apertamente sulle tecniche che utilizza e sui loro significati. Centrale in questo senso è il discorso su “A Sangue freddo” di …

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MUGELLO, L’ULTIMO GRANDE RAVE (Reportage) http://www.danielerielli.it/mugello-lultimo-grande-rave-reportage-il-magazine/ http://www.danielerielli.it/mugello-lultimo-grande-rave-reportage-il-magazine/#comments Wed, 29 Jun 2016 07:31:41 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3761

La pianificazione è andata avanti per mesi, attraverso un gruppo di WhatsApp. Correva via 3g una cospirazione di stampo motociclista finalizzata a presenziare al Gran Premio d’Italia 2016 del MotoGp, quello della possibile, grande rivincita di Valentino Rossi. Si trattava d’infilarsi nel centro esatto di quello che i giornali di solito liquidano come una specie di allegro sfondo colorato racchiuso nelle formule “grande atmosfera” o “popolo giallo”, oppure sintetizzano con un numero di quelli che non riescono a rappresentare nemmeno lontanamente ciò che indicano: centomila persone.

La prima cosa che penso una volta fuori dalla tenda con vista notturna sulle curve dell’Arrabbiata, è che sarebbe più corretto parlare di ultimo grande rave italiano. La notte prima del Mugello però non si suona house, techno, o drum and bass, ma motoseghe. O meglio: c’è anche musica, più o meno ovunque, ma la competizione fra dj con i muri di casse e le Husqvarna, la vincono a mani basse le seconde. Da qui si origina lo slogan ormai mitologico: «Al Mugello non si dorme» scandito ad ogni angolo, ad ogni ora: la promessa d’insonnia è la prima regola del fight club degli amici della miscela. Il biglietto d’ingresso è quello Night&Day per il prato, ovvero tutto ciò che circonda il circuito e non è né tribuna né paddock; le tende sono ovunque, anche fuori dai bagni, così come i camper.

Il pratone è una specie di anello incompleto, manca un lato, un accampamento lungo chilometri in cui gruppi di ragazzi camminano agitando le motoseghe, private della cinghia e della marmitta e spesso con l’aggiunta surrettizia di trombe d’amplificazione. Quando accelerano persone di tutte le età, e nell’ordine delle decine di migliaia, esultano. Alle volte le motoseghe crescono, diventano tosaerbe o veri e propri motori, di moto o di auto, smontati

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La pianificazione è andata avanti per mesi, attraverso un gruppo di WhatsApp. Correva via 3g una cospirazione di stampo motociclista finalizzata a presenziare al Gran Premio d’Italia 2016 del MotoGp, quello della possibile, grande rivincita di Valentino Rossi. Si trattava d’infilarsi nel centro esatto di quello che i giornali di solito liquidano come una specie di allegro sfondo colorato racchiuso nelle formule “grande atmosfera” o “popolo giallo”, oppure sintetizzano con un numero di quelli che non riescono a rappresentare nemmeno lontanamente ciò che indicano: centomila persone.

La prima cosa che penso una volta fuori dalla tenda con vista notturna sulle curve dell’Arrabbiata, è che sarebbe più corretto parlare di ultimo grande rave italiano. La notte prima del Mugello però non si suona house, techno, o drum and bass, ma motoseghe. O meglio: c’è anche musica, più o meno ovunque, ma la competizione fra dj con i muri di casse e le Husqvarna, la vincono a mani basse le seconde. Da qui si origina lo slogan ormai mitologico: «Al Mugello non si dorme» scandito ad ogni angolo, ad ogni ora: la promessa d’insonnia è la prima regola del fight club degli amici della miscela. Il biglietto d’ingresso è quello Night&Day per il prato, ovvero tutto ciò che circonda il circuito e non è né tribuna né paddock; le tende sono ovunque, anche fuori dai bagni, così come i camper.

Il pratone è una specie di anello incompleto, manca un lato, un accampamento lungo chilometri in cui gruppi di ragazzi camminano agitando le motoseghe, private della cinghia e della marmitta e spesso con l’aggiunta surrettizia di trombe d’amplificazione. Quando accelerano persone di tutte le età, e nell’ordine delle decine di migliaia, esultano. Alle volte le motoseghe crescono, diventano tosaerbe o veri e propri motori, di moto o di auto, smontati

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Reportage: L’anomalia http://www.danielerielli.it/reportage-vita-da-pokerista-internazionale/ http://www.danielerielli.it/reportage-vita-da-pokerista-internazionale/#comments Tue, 16 Jun 2015 11:40:59 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2669  

«Quando giochi con il limite, spari mirando a un bersaglio.

Senza il limite, il bersaglio prende vita e spara a te».

Crandell Addington a proposito del Texas Hold’em no limit

Una coppia di inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane verso un banco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto. È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato liscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che collega un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse, case vacanze per ricchi, e parcheggi pieni di Porsche Panamera e Range Rover nere.

Stamattina, a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava «Odio tutti», mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica, dove la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale, e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. …

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«Quando giochi con il limite, spari mirando a un bersaglio.

Senza il limite, il bersaglio prende vita e spara a te».

Crandell Addington a proposito del Texas Hold’em no limit

Una coppia di inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane verso un banco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto. È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato liscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che collega un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse, case vacanze per ricchi, e parcheggi pieni di Porsche Panamera e Range Rover nere.

Stamattina, a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava «Odio tutti», mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica, dove la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale, e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. …

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Reportage: DISRUPT http://www.danielerielli.it/reportage-london-disrupt-come-le-start-up-cambiano-il-mondo-il-venerdi-di-repubblica/ http://www.danielerielli.it/reportage-london-disrupt-come-le-start-up-cambiano-il-mondo-il-venerdi-di-repubblica/#comments Fri, 15 Jan 2016 11:13:03 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3685

 

Whatever form it takes, the underlying propellant is an inexhaustible thirst for knowledge.

MICHAEL MORITZ

Walking around San francisco, it strikes me that this cannot end well, that combination of magical thinking, easy money, greedy investors, and amoral founders represent a recipe for disaster

DAN LYONS

Il primo dice proprio «Con questa invenzione cambieremo il mondo», come in Silicon Valley la serie HBO su un gruppo di startupper americani. Fa niente che l’olandese sul palco, qui al Tech Crunch Disrupt di Londra, stia presentando una doccia elettronica. Certo, dotata di tecnologia digitale, e di un filtro autopulente che in teoria dovrebbe permettere di farvi la doccia sette volte con la stessa acqua – una specie di fontana pubblica 2.0 –, ma la chiusa suona comunque un po’ sopra le righe. La propensione all’iperbole, solo apparentemente politico-morale, riflette in pieno lo spirito dell’economia delle startup e dell’evento organizzato da Tech Crunch, uno dei più influenti – e competenti – siti tecnologici al mondo.

Per arrivare qui, ieri sera sono atterrato in un aeroporto fuori Londra dove tutta la procedura d’ingresso è automatizzata come in una puntata di Black Mirror. Un percorso forzato dentro delle transenne mi ha diretto dentro dei tornelli, lì una telecamera nascosta dietro un vetro ha analizzato il mio volto, mentre un’altra scannerizzava il mio passaporto, infine, con un lieve rumore pneumatico, la barriera si è aperta permettendomi l’ingresso in Gran Bretagna senza che nel processo avessi avuto a che fare con alcun essere umano.

Ora Jordan Crook, una ragazza che ricorda la standup comedian Amy Schumer e che alla veneranda età di ventisette anni è presentatrice e senior writer di Tech Cruch, prende in giro con ironici modi da maschiaccio il pubblico per lo scarso entusiasmo. I presenti in effetti ascoltano attentamente e prendono appunti sui

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Whatever form it takes, the underlying propellant is an inexhaustible thirst for knowledge.

MICHAEL MORITZ

Walking around San francisco, it strikes me that this cannot end well, that combination of magical thinking, easy money, greedy investors, and amoral founders represent a recipe for disaster

DAN LYONS

Il primo dice proprio «Con questa invenzione cambieremo il mondo», come in Silicon Valley la serie HBO su un gruppo di startupper americani. Fa niente che l’olandese sul palco, qui al Tech Crunch Disrupt di Londra, stia presentando una doccia elettronica. Certo, dotata di tecnologia digitale, e di un filtro autopulente che in teoria dovrebbe permettere di farvi la doccia sette volte con la stessa acqua – una specie di fontana pubblica 2.0 –, ma la chiusa suona comunque un po’ sopra le righe. La propensione all’iperbole, solo apparentemente politico-morale, riflette in pieno lo spirito dell’economia delle startup e dell’evento organizzato da Tech Crunch, uno dei più influenti – e competenti – siti tecnologici al mondo.

Per arrivare qui, ieri sera sono atterrato in un aeroporto fuori Londra dove tutta la procedura d’ingresso è automatizzata come in una puntata di Black Mirror. Un percorso forzato dentro delle transenne mi ha diretto dentro dei tornelli, lì una telecamera nascosta dietro un vetro ha analizzato il mio volto, mentre un’altra scannerizzava il mio passaporto, infine, con un lieve rumore pneumatico, la barriera si è aperta permettendomi l’ingresso in Gran Bretagna senza che nel processo avessi avuto a che fare con alcun essere umano.

Ora Jordan Crook, una ragazza che ricorda la standup comedian Amy Schumer e che alla veneranda età di ventisette anni è presentatrice e senior writer di Tech Cruch, prende in giro con ironici modi da maschiaccio il pubblico per lo scarso entusiasmo. I presenti in effetti ascoltano attentamente e prendono appunti sui

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IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE. http://www.danielerielli.it/il-retroscena-del-retroscena-del-retroscena-viaggio-nel-giornalismo-parlamentare-minimamoralia/ http://www.danielerielli.it/il-retroscena-del-retroscena-del-retroscena-viaggio-nel-giornalismo-parlamentare-minimamoralia/#comments Mon, 02 Feb 2015 10:30:25 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2539  

«Non ce la faccio più» spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del Transatlantico, il luogo dove si fabbricano quelle cinque, dieci pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso quelli più irrilevanti, visto che per comunicare le informazioni buone ed esclusive ci sono metodi migliori, strategie visionarie e clandestine come: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta, e si confabula alacremente. La topografia del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro.Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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«Non ce la faccio più» spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del Transatlantico, il luogo dove si fabbricano quelle cinque, dieci pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso quelli più irrilevanti, visto che per comunicare le informazioni buone ed esclusive ci sono metodi migliori, strategie visionarie e clandestine come: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta, e si confabula alacremente. La topografia del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro.Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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RACCONTARE – Un corso di scrittura gratuito e sexy http://www.danielerielli.it/raccontare-un-corso-di-scrittura-gratuito-e-sexy/ http://www.danielerielli.it/raccontare-un-corso-di-scrittura-gratuito-e-sexy/#comments Thu, 17 Nov 2016 16:38:05 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3832 Si può imparare a scrivere con un corso? Intendo scrivere in modo da esprimere qualcosa di più di un’esigenza comunicativa base come:

“1. 23 etti di prosciutto crudo/3 euro e quaranta-Coop adriatica grazie e a presto”,

oppure

“stai zitto gatto del cazzo o ti prendo a ciabattate, sono le sei di mattina”,

“memeeeeeooooowwww (trad: crocchette, subito, o qualcuno morirà).”

Bè, dipende.

Sicuramente si può cercare di limitare i danni, e compatibilmente con il materiale umano provare a fare anche qualcosa di accettabile.

(Per mia madre: adesso sai perché non avrei mai potuto fare il pubblicitario.)

In genere l’aspetto più creativo dei corsi di scrittura creativa è rappresentato dalle gigantesche aspettative costruite dai reparti marketing allo scopo di giustificare rette che vanno da “costose” a “passatempo per annoiata ereditiera di oligarca russo”, per cui eviterò di chiamare così il nostro progetto, anche se alla fine si tratta almeno in parte di un subdolo artificio retorico.

Quello che sto cercando di dirvi è che assieme ad Arci Ragazzi Bolzano – e con il patrocinio della provincia autonoma di Bolzano e del giornale Alto Adige– ho messo in piedi Raccontare, un percorso formativo per chi vuole provare a imparare a scrivere professionalmente.

In breve: 12 posti. Costo: zero (beccati questo Baricco).

Studieremo sia dei biechi trucchetti narrativi che alcuni aspetti pratici del mondo editoriale.  L’obbiettivo di quest’ultima parte della formazione è arrivare  in un futuro non lontano ad uscire dalle riunioni (che, spoiler alert, in questo settore si chiamano pranzi di lavoro) senza la sensazione di essere stati rispettati quanto una schiava del sesso thailandese.

In breve mi piacerebbe se alla fine di Raccontare sapeste scrivere anche solo un po’ meglio di prima e aveste un’idea un po’ più simile alla realtà riguarda alla professione dello scrittore, giusto per decidere …

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Si può imparare a scrivere con un corso? Intendo scrivere in modo da esprimere qualcosa di più di un’esigenza comunicativa base come:

“1. 23 etti di prosciutto crudo/3 euro e quaranta-Coop adriatica grazie e a presto”,

oppure

“stai zitto gatto del cazzo o ti prendo a ciabattate, sono le sei di mattina”,

“memeeeeeooooowwww (trad: crocchette, subito, o qualcuno morirà).”

Bè, dipende.

Sicuramente si può cercare di limitare i danni, e compatibilmente con il materiale umano provare a fare anche qualcosa di accettabile.

(Per mia madre: adesso sai perché non avrei mai potuto fare il pubblicitario.)

In genere l’aspetto più creativo dei corsi di scrittura creativa è rappresentato dalle gigantesche aspettative costruite dai reparti marketing allo scopo di giustificare rette che vanno da “costose” a “passatempo per annoiata ereditiera di oligarca russo”, per cui eviterò di chiamare così il nostro progetto, anche se alla fine si tratta almeno in parte di un subdolo artificio retorico.

Quello che sto cercando di dirvi è che assieme ad Arci Ragazzi Bolzano – e con il patrocinio della provincia autonoma di Bolzano e del giornale Alto Adige– ho messo in piedi Raccontare, un percorso formativo per chi vuole provare a imparare a scrivere professionalmente.

In breve: 12 posti. Costo: zero (beccati questo Baricco).

Studieremo sia dei biechi trucchetti narrativi che alcuni aspetti pratici del mondo editoriale.  L’obbiettivo di quest’ultima parte della formazione è arrivare  in un futuro non lontano ad uscire dalle riunioni (che, spoiler alert, in questo settore si chiamano pranzi di lavoro) senza la sensazione di essere stati rispettati quanto una schiava del sesso thailandese.

In breve mi piacerebbe se alla fine di Raccontare sapeste scrivere anche solo un po’ meglio di prima e aveste un’idea un po’ più simile alla realtà riguarda alla professione dello scrittore, giusto per decidere …

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http://www.danielerielli.it/raccontare-un-corso-di-scrittura-gratuito-e-sexy/feed/ 0
TINDER E LA DISSIPAZIONE DELL’ENERGIA http://www.danielerielli.it/tinder-e-la-dissipazione-dellenergia/ http://www.danielerielli.it/tinder-e-la-dissipazione-dellenergia/#comments Mon, 11 Apr 2016 12:29:47 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3732

 

Ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: quanta permette di risparmiarne Tinder e a che prezzo?

La natura non tende all’inazione ma non sembra apprezzare nemmeno gli sforzi eccessivi,  la struttura della vita segue soprattutto un principio: ottimizzare le risorse. Non per produrre di più (il surplus è roba da esseri umani decadenti, il che comunque è ok se un giorno volete poter usare degli antibiotici) quanto per la mera sopravvivenza.

Questo è solo uno dei tanti insegnamenti che si possono trarre dal dettagliatissimo, e divertente, L’ingegneria degli animali di Mark Denny e Alan McFadzean , un’indagine ingegneristica attorno alle strutture, le reti e le logiche insite nella vita sulla terra. Quali sono i modi diversi in cui animali di varie taglie gestiscono il calore? Come fa esattamente a muoversi una lumaca? Cosa rende un lupo un killer efficiente? Secondo quali esigenze animali diversi hanno sviluppato scheletri diversi?

Il libro inoltre illumina alcune questioni di fondamentale importanza per la vostra vita professionale e affettiva come ad esempio “quanto è infernale la vita di un colibrì?”. Soprattutto però, mette appunto in chiaro la costante propensione della natura all’ottimizzazione delle risorse, anche, e forse soprattutto, là dove i meccanismi ambientali sono ostili o semplicemente inefficienti.

Perdendo energia.

 Tanto per fare un esempio, ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: le piante con la fotosintesi sono in grado di assorbire solo il 10% dell’energia presente nell’atmosfera e passano la stessa quota della propria energia agli erbivori e, ancora, la medesima proporzione regola il trasferimento fra questi ultimi e i carnivori. Questa dispersione avviene per via del secondo principio della termodinamica e per una serie d’inefficienze diffuse, ad esempio lo stesso atto di digerire gli amici del …

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Ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: quanta permette di risparmiarne Tinder e a che prezzo?

La natura non tende all’inazione ma non sembra apprezzare nemmeno gli sforzi eccessivi,  la struttura della vita segue soprattutto un principio: ottimizzare le risorse. Non per produrre di più (il surplus è roba da esseri umani decadenti, il che comunque è ok se un giorno volete poter usare degli antibiotici) quanto per la mera sopravvivenza.

Questo è solo uno dei tanti insegnamenti che si possono trarre dal dettagliatissimo, e divertente, L’ingegneria degli animali di Mark Denny e Alan McFadzean , un’indagine ingegneristica attorno alle strutture, le reti e le logiche insite nella vita sulla terra. Quali sono i modi diversi in cui animali di varie taglie gestiscono il calore? Come fa esattamente a muoversi una lumaca? Cosa rende un lupo un killer efficiente? Secondo quali esigenze animali diversi hanno sviluppato scheletri diversi?

Il libro inoltre illumina alcune questioni di fondamentale importanza per la vostra vita professionale e affettiva come ad esempio “quanto è infernale la vita di un colibrì?”. Soprattutto però, mette appunto in chiaro la costante propensione della natura all’ottimizzazione delle risorse, anche, e forse soprattutto, là dove i meccanismi ambientali sono ostili o semplicemente inefficienti.

Perdendo energia.

 Tanto per fare un esempio, ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: le piante con la fotosintesi sono in grado di assorbire solo il 10% dell’energia presente nell’atmosfera e passano la stessa quota della propria energia agli erbivori e, ancora, la medesima proporzione regola il trasferimento fra questi ultimi e i carnivori. Questa dispersione avviene per via del secondo principio della termodinamica e per una serie d’inefficienze diffuse, ad esempio lo stesso atto di digerire gli amici del …

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L’epidemia senza fine (IL magazine – Sole 24 ore) http://www.danielerielli.it/lepidemia-senza-fine-il-magazine-sole-24-ore/ http://www.danielerielli.it/lepidemia-senza-fine-il-magazine-sole-24-ore/#comments Fri, 23 Sep 2016 09:41:38 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3786 Da oggi il pezzo della coverstory di IL è anche online

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde

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Da oggi il pezzo della coverstory di IL è anche online

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde

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Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale) http://www.danielerielli.it/reportage-lepidemia-di-xylella-in-salento-internazionale/ http://www.danielerielli.it/reportage-lepidemia-di-xylella-in-salento-internazionale/#comments Fri, 08 May 2015 08:58:47 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2587  

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante …

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Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante …

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UNA MODESTA PROPOSTA: SOPPALCHIAMO IL SALENTO http://www.danielerielli.it/una-modesta-proposta-soppalchiamo-il-salento/ http://www.danielerielli.it/una-modesta-proposta-soppalchiamo-il-salento/#comments Sat, 20 Aug 2016 11:11:38 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3781 (La spiaggia di Torre dell’Orso il 15 agosto 2016)

(dal Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce del 19.08.2016)

Il 15 agosto ho osservato la spiaggia di Torre dell’orso dall’alto, era circa l’una di pomeriggio, gli ombrelloni s’infilavano inesorabili fino alla pineta e nessuno, nemmeno un chirurgo, sarebbe riuscito ad aggiungerci un altro spillo. Poco più in là, a Roca, la piscina naturale della Poesia, altra icona salentina, ricordava una di quelle foto di cinesi in ferie al fiume uno accanto all’altro, a contatto praticamente epidermico. Può darsi che nascano interessanti e inaspettate storie d’amore- o delle epidemie- ma di fronte a queste scene mi sembra chiaro che per sostenere ulteriormente il modello di sviluppo turistico “a branco di Gnù” che il Salento ha imboccato negli ultimi anni servono delle innovazioni tecnologiche.È assolutamente necessario per poter continuare ad celebrare ogni anno aumenti del 10, 20, 30, mille mila per cento delle presenze, anche senza l’aiuto dei peggiori, ma fra i più efficaci, tour operator della storia: i fondamentalisti islamici.

Si tratta quindi di essere creativi. Propongo quindi come prima cosa di soppalcare le spiagge, in questo modo non solo si raddoppierebbe la capienza ma si risparmierebbe in ombrelloni, perché al piano terra non ce ne sarebbe bisogno, mentre chi volesse prendere il sole potrebbe salire al piano superiore con delle comode scale a chiocciola che per ridurre l’impatto ambientale realizzerei in alluminio anodizzato, materiale molto amato dalle tartarughe che nidificano da queste parti.

Potrebbe rimanere scomodo raggiungere il mare e, una volta giunti al bagnasciuga, farsi largo fra i bagnanti fino a riuscire ad aprire le braccia e nuotare. Per risolvere questo problema propongo l’istituzione di comode catapulte che scaglino i turisti verso le boe dei trecento metri, ottimizzando così lo spazio balneabile. Certo si dovrebbero prevedere esenzioni per gli anziani e …

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(La spiaggia di Torre dell’Orso il 15 agosto 2016)

(dal Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce del 19.08.2016)

Il 15 agosto ho osservato la spiaggia di Torre dell’orso dall’alto, era circa l’una di pomeriggio, gli ombrelloni s’infilavano inesorabili fino alla pineta e nessuno, nemmeno un chirurgo, sarebbe riuscito ad aggiungerci un altro spillo. Poco più in là, a Roca, la piscina naturale della Poesia, altra icona salentina, ricordava una di quelle foto di cinesi in ferie al fiume uno accanto all’altro, a contatto praticamente epidermico. Può darsi che nascano interessanti e inaspettate storie d’amore- o delle epidemie- ma di fronte a queste scene mi sembra chiaro che per sostenere ulteriormente il modello di sviluppo turistico “a branco di Gnù” che il Salento ha imboccato negli ultimi anni servono delle innovazioni tecnologiche.È assolutamente necessario per poter continuare ad celebrare ogni anno aumenti del 10, 20, 30, mille mila per cento delle presenze, anche senza l’aiuto dei peggiori, ma fra i più efficaci, tour operator della storia: i fondamentalisti islamici.

Si tratta quindi di essere creativi. Propongo quindi come prima cosa di soppalcare le spiagge, in questo modo non solo si raddoppierebbe la capienza ma si risparmierebbe in ombrelloni, perché al piano terra non ce ne sarebbe bisogno, mentre chi volesse prendere il sole potrebbe salire al piano superiore con delle comode scale a chiocciola che per ridurre l’impatto ambientale realizzerei in alluminio anodizzato, materiale molto amato dalle tartarughe che nidificano da queste parti.

Potrebbe rimanere scomodo raggiungere il mare e, una volta giunti al bagnasciuga, farsi largo fra i bagnanti fino a riuscire ad aprire le braccia e nuotare. Per risolvere questo problema propongo l’istituzione di comode catapulte che scaglino i turisti verso le boe dei trecento metri, ottimizzando così lo spazio balneabile. Certo si dovrebbero prevedere esenzioni per gli anziani e …

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Intervista Serpico http://www.danielerielli.it/intervista-serpico-repubblica/ http://www.danielerielli.it/intervista-serpico-repubblica/#comments Wed, 31 Dec 2014 13:20:40 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2516 «Ehi, vaffanculo» sono le prime affettuose parole, in italiano, che mi rivolge Frank Serpico, quando mi vede arrivare sull’auto a noleggio. Poi scoppia a ridere. L’uomo che ha cambiato la storia del dipartimento di Polizia di New York, diventando così il più famoso simbolo mondiale della lotta alla corruzione, è un vecchietto magro in occhiali da sole. Se ne sta seduto con un sorriso sornione al tavolino di un piccolo diner sull’Hudson, ed è incazzato perché sono in ritardo.

Qualche ragione ce l’ha, anche se è stato lui a cambiare luogo dell’incontro poche ore prima, dopo giorni di chiamate, messaggi, mail, domande, dubbi. Anche se per tutto il tempo Frank non ha mai smesso di essere cortese, non capivo bene dove finisse la paranoia e dove iniziasse il personaggio, ma sapevo anche che alla fine le interviste le concede quasi sempre. Nella contrattazione a un certo punto si è aperto uno spiraglio.

«Mercoledì mi hanno invitato all’Onu,» mi ha detto al telefono «ma non so se ho voglia di andarci, sono tutti corrotti anche lì».

(CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

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«Ehi, vaffanculo» sono le prime affettuose parole, in italiano, che mi rivolge Frank Serpico, quando mi vede arrivare sull’auto a noleggio. Poi scoppia a ridere. L’uomo che ha cambiato la storia del dipartimento di Polizia di New York, diventando così il più famoso simbolo mondiale della lotta alla corruzione, è un vecchietto magro in occhiali da sole. Se ne sta seduto con un sorriso sornione al tavolino di un piccolo diner sull’Hudson, ed è incazzato perché sono in ritardo.

Qualche ragione ce l’ha, anche se è stato lui a cambiare luogo dell’incontro poche ore prima, dopo giorni di chiamate, messaggi, mail, domande, dubbi. Anche se per tutto il tempo Frank non ha mai smesso di essere cortese, non capivo bene dove finisse la paranoia e dove iniziasse il personaggio, ma sapevo anche che alla fine le interviste le concede quasi sempre. Nella contrattazione a un certo punto si è aperto uno spiraglio.

«Mercoledì mi hanno invitato all’Onu,» mi ha detto al telefono «ma non so se ho voglia di andarci, sono tutti corrotti anche lì».

(CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

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Reportage: I PROBLEMI SONO ALTRI http://www.danielerielli.it/reportage-italian-graffiti-venerdi-di-repubblica/ http://www.danielerielli.it/reportage-italian-graffiti-venerdi-di-repubblica/#comments Sat, 04 Oct 2014 11:53:24 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2457  

Il nome è la religione dei graffiti.

Cay 161

Stringo il cappuccio della felpa e respiro l’odore chimico della bomboletta, una Montana hardcore, più di quindici anni dopo la fine della mia brevissima e mai particolarmente convinta carriera di writer. Avrò avuto sì e no sedici anni, e l’episodio culminante di quella breve epoca fu la fuga da una Punto piena di poliziotti in borghese. Eravamo tre, io scappai in bici prendendo in pieno un marciapiede alto trenta centimetri a quaranta all’ora e distrussi il cerchione davanti senza che questo riuscisse a fermarmi. Uno dei miei amici girato l’angolo si lanciò a pesce dentro un bidone dell’immondizia, mentre l’altro, quello più scuro (i casi della vita), venne fermato. O meglio, si lanciarono tutti su di lui, facilitandoci la fuga. Per sua fortuna venne fuori che era l’antidroga. Pensavano fossimo spacciatori e quando videro il graffito, un orribile puppett dai tratti che volevano essere loschi e gangsta, ma erano soprattutto brutti, si misero a ridere.

In compenso ancora oggi mio padre, che ignora la storia, sostiene che rompo le bici: «Come quando hai distrutto un cerchione perché sei troppo pigro per scendere quando incontri un marciapiede». Dopo tutto questo tempo potrei raccontargli la verità, ma in fondo sarebbe troppo faticoso, il che in un senso più ampio gli dà ragione.

Rispetto a quell’epoca d’incoscienza adolescenziale e pedalate adrenaliniche, l’operazione in cui mi ritrovo nell’autunno del 2014 ha più spiccati caratteri militari. Assieme a un writer e a un fotografo stiamo saltando dalla massicciata di un ponte direttamente dentro un deposito di Trenitalia, e tutto quello che riesco a pensare è un titolo, “Giornalista rimane paralizzato durante un servizio sul writing”. Eppure l’unico modo per entrare è quello. Marco, che ovviamente non si chiama davvero così, ha preparato tutto nei dettagli. …

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Il nome è la religione dei graffiti.

Cay 161

Stringo il cappuccio della felpa e respiro l’odore chimico della bomboletta, una Montana hardcore, più di quindici anni dopo la fine della mia brevissima e mai particolarmente convinta carriera di writer. Avrò avuto sì e no sedici anni, e l’episodio culminante di quella breve epoca fu la fuga da una Punto piena di poliziotti in borghese. Eravamo tre, io scappai in bici prendendo in pieno un marciapiede alto trenta centimetri a quaranta all’ora e distrussi il cerchione davanti senza che questo riuscisse a fermarmi. Uno dei miei amici girato l’angolo si lanciò a pesce dentro un bidone dell’immondizia, mentre l’altro, quello più scuro (i casi della vita), venne fermato. O meglio, si lanciarono tutti su di lui, facilitandoci la fuga. Per sua fortuna venne fuori che era l’antidroga. Pensavano fossimo spacciatori e quando videro il graffito, un orribile puppett dai tratti che volevano essere loschi e gangsta, ma erano soprattutto brutti, si misero a ridere.

In compenso ancora oggi mio padre, che ignora la storia, sostiene che rompo le bici: «Come quando hai distrutto un cerchione perché sei troppo pigro per scendere quando incontri un marciapiede». Dopo tutto questo tempo potrei raccontargli la verità, ma in fondo sarebbe troppo faticoso, il che in un senso più ampio gli dà ragione.

Rispetto a quell’epoca d’incoscienza adolescenziale e pedalate adrenaliniche, l’operazione in cui mi ritrovo nell’autunno del 2014 ha più spiccati caratteri militari. Assieme a un writer e a un fotografo stiamo saltando dalla massicciata di un ponte direttamente dentro un deposito di Trenitalia, e tutto quello che riesco a pensare è un titolo, “Giornalista rimane paralizzato durante un servizio sul writing”. Eppure l’unico modo per entrare è quello. Marco, che ovviamente non si chiama davvero così, ha preparato tutto nei dettagli. …

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale) http://www.danielerielli.it/perche-ho-amato-the-newsroom-internazionale/ http://www.danielerielli.it/perche-ho-amato-the-newsroom-internazionale/#comments Tue, 23 Dec 2014 12:43:02 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2511
Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

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Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

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Reportage: Fasano, India http://www.danielerielli.it/oltre-la-fiaba-del-matrimonio-indiano-in-puglia/ http://www.danielerielli.it/oltre-la-fiaba-del-matrimonio-indiano-in-puglia/#comments Thu, 11 Sep 2014 06:47:29 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2453

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto del 2014. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività cui mi dedico in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello all’insegna dell’understatement di «Repubblica Bari»:

IL MATRIMONIO DEL SECOLO

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Come tutte le altre testate locali, «Repubblica Bari» forniva una ridda di particolari su quanto lo sposalizio sarebbe stato (traduco liberalmente): enorme, meraviglioso, smodatamente ricco, insultantemente (ma anche ammirevolmente) fastoso, lunghissimo, floreale, tamarro, dorato, decisamente indiano ma pure orecchiette-munito – almeno nella giornata di giovedì, quella dedicata agli chef locali. Il lieto evento veniva descritto esplicitamente come “fiaba” “episodio da mille una notte” e implicitamente come “quello che voi non vivrete mai, sciocchini privi di aziende di famiglia che fatturano tre miliardi di dollari l’anno”. Il matrimonio non solo era in quanto tale un atto contro natura (pensavo io), ma in questo caso specifico (dicevano i giornali) era anche organizzato in regime di ristrettezze dieci milioni di euro per tre giorni. Sfacciatamente oligarchico cioè, ma anche episodico, e appannaggio di gente che abitava abbastanza lontano da suscitare, con la sua ricchezza, più ammirazione che risentimento.

Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto del 2014. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività cui mi dedico in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello all’insegna dell’understatement di «Repubblica Bari»:

IL MATRIMONIO DEL SECOLO

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Come tutte le altre testate locali, «Repubblica Bari» forniva una ridda di particolari su quanto lo sposalizio sarebbe stato (traduco liberalmente): enorme, meraviglioso, smodatamente ricco, insultantemente (ma anche ammirevolmente) fastoso, lunghissimo, floreale, tamarro, dorato, decisamente indiano ma pure orecchiette-munito – almeno nella giornata di giovedì, quella dedicata agli chef locali. Il lieto evento veniva descritto esplicitamente come “fiaba” “episodio da mille una notte” e implicitamente come “quello che voi non vivrete mai, sciocchini privi di aziende di famiglia che fatturano tre miliardi di dollari l’anno”. Il matrimonio non solo era in quanto tale un atto contro natura (pensavo io), ma in questo caso specifico (dicevano i giornali) era anche organizzato in regime di ristrettezze dieci milioni di euro per tre giorni. Sfacciatamente oligarchico cioè, ma anche episodico, e appannaggio di gente che abitava abbastanza lontano da suscitare, con la sua ricchezza, più ammirazione che risentimento.

Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente? http://www.danielerielli.it/quit-ma-su-ritorno-al-futuro-non-scrivi-niente/ http://www.danielerielli.it/quit-ma-su-ritorno-al-futuro-non-scrivi-niente/#comments Wed, 21 Oct 2015 23:24:14 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=3617 (mail inviata 21/10/2015 h.7.28)

Ciao Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente?

ciao

Godenzio

(tuo affezionatissimo)

 

Ciao Gody

Certo che voglio scrivere qualcosa su Ritorno al futuro, ieri però ero impegnato a giocare a polo con i reali di Svezia e non ho avuto un attimo. Rimedio subito.

Ritorno al futuro, dicevamo.

Quando ero povero e ancora scarsamente conteso dalle famiglie reali europee, a un certo punto qualcuno mi mise in contatto con un comico incredibilmente scarso che aveva bisogno di un autore. Andai a trovarlo un paio di volte nella città emiliana dove viveva. Mi fece vedere il testo del suo ultimo spettacolo. Era agghiacciante. Non si faceva mancare nulla, dalle battute sugli stereotipi nord-sud, una parte delle quali fatte in napoletano (non sapeva il napoletano), alle battute su quanto è difficile vivere in coppia e andare a fare la spesa al supermercato, fino alle vocine. Qua e là c’erano delle incongrue battute divertenti che però erano sempre battute ultranote di comici ultrafamosi, probabilmente prese da raccolte tipo “Le formiche”.

“Ma questa non è di Woody Allen?”

Chiesi dopo aver letto la chiusa del foglio che arrivava dopo 30 righe talmente ilari che il mio cervello ha deciso di sostituire il loro ricordo con l’immagine di un gruppo di scimmie adulte che urlano contendendosi l’unica femmina del gruppo. Una cosa tipo “uehuahrhrhhrhrhrhrhrhhrrrghghghghgh”

Lui disse “Boh, si può essere”.

Era una battuta di Woody Allen ed era talmente nota che sarebbe potuta finire stampata sul dorso dei Cuccioloni Algida se solo chi li scriveva non fosse stato il cugino segreto di Donato Bilancia. ( questa è una teoria personale senza prove empiriche. Per il momento!).   Ad ogni modo mi disse che aveva una grande idea per un nuovo programma e si apprestò mio malgrado ad illustramela coinvolgendomi …

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(mail inviata 21/10/2015 h.7.28)

Ciao Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente?

ciao

Godenzio

(tuo affezionatissimo)

 

Ciao Gody

Certo che voglio scrivere qualcosa su Ritorno al futuro, ieri però ero impegnato a giocare a polo con i reali di Svezia e non ho avuto un attimo. Rimedio subito.

Ritorno al futuro, dicevamo.

Quando ero povero e ancora scarsamente conteso dalle famiglie reali europee, a un certo punto qualcuno mi mise in contatto con un comico incredibilmente scarso che aveva bisogno di un autore. Andai a trovarlo un paio di volte nella città emiliana dove viveva. Mi fece vedere il testo del suo ultimo spettacolo. Era agghiacciante. Non si faceva mancare nulla, dalle battute sugli stereotipi nord-sud, una parte delle quali fatte in napoletano (non sapeva il napoletano), alle battute su quanto è difficile vivere in coppia e andare a fare la spesa al supermercato, fino alle vocine. Qua e là c’erano delle incongrue battute divertenti che però erano sempre battute ultranote di comici ultrafamosi, probabilmente prese da raccolte tipo “Le formiche”.

“Ma questa non è di Woody Allen?”

Chiesi dopo aver letto la chiusa del foglio che arrivava dopo 30 righe talmente ilari che il mio cervello ha deciso di sostituire il loro ricordo con l’immagine di un gruppo di scimmie adulte che urlano contendendosi l’unica femmina del gruppo. Una cosa tipo “uehuahrhrhhrhrhrhrhrhhrrrghghghghgh”

Lui disse “Boh, si può essere”.

Era una battuta di Woody Allen ed era talmente nota che sarebbe potuta finire stampata sul dorso dei Cuccioloni Algida se solo chi li scriveva non fosse stato il cugino segreto di Donato Bilancia. ( questa è una teoria personale senza prove empiriche. Per il momento!).   Ad ogni modo mi disse che aveva una grande idea per un nuovo programma e si apprestò mio malgrado ad illustramela coinvolgendomi in un processo logico-deduttivo

“Sai qual è il programma più visto? Quello che proprio vedono tutti?”

“Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica?”

“No.”

“Le notti calde di Telenuovo?”

“No.”

“Non lo so. C’è altro in tv?”

“Il meteo, tutti guardano il meteo”

Al tempo non guardavo mai il meteo ma feci “Ah-ha” invitandolo ad andare avanti, confidando che a un certo punto sarebbe arrivata una battuta di Woody Allen.

“Allora noi ci mettiamo questa ragazza che si spoglia togliendosi di dosso dei magneti che rappresentano il sole e le nuvole per metterle sulla cartina e io nel frattempo faccio il colonnello e praticamente dico delle battute divertenti a tema meteo. Battute che mi scrivi tu”

“Così a occhio” dissi decidendo di soprassedere sul monte golgota formato dalle altre almeno duemila cazzate contenute in quell’idea di merda “ c’è il rischio che alla lunga la cosa si riveli un tantino ripetitiva, i fenomeni atmosferici sono molto limitati, le tette addirittura solo due. ”

Il comico orribile però era nel pieno di un orgasmo da Siae, per quanto fosse tutto clamorosamente fuori portata -lui era palesemente troppo scarso, persino per l’orrida televisione italiana – l’unica cosa che riusciva a pensare era che una striscia del genere sarebbe stata moltiplicabile per x mila puntate e avrebbe potuto generare in equocompenso (amichevolemente diviso 75% lui e 25% servo della gleba, ovvero io)  denaro sufficiente a vivere la sua vecchiaia costantemente sottoposto a quel tipo di suzione che porta una cospicua parte dei veneti in pensione a passare molto tempo dalle parti di Manila.

Di quegli incontri mi rimasero 16 euro di biglietti del treno non pagati e un’immutata indifferenza nei confronti del meteo.

Un disinteresse finito anni dopo, quando, mentre sudavo avvolto in un cappotto fuori dalla stazione Termini, un passante in maglietta maniche corte mi apostrofò  “aò  nu stai in norveggia”. Da allora controllo sempre con il telefono il meteo della città dove sto andando, così il mio gradiente di errore nell’abbigliamento si è abbassato parecchio.

E, se ci pensate, in Ritorno al futuro II le previsioni meteo sono molto precise.

Ciao.

 

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“LASCIA STARE LA GALLINA” Rassegna stampa http://www.danielerielli.it/2595/ http://www.danielerielli.it/2595/#comments Mon, 11 May 2015 11:25:41 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2595 doner By Roberto Seclì 1(Photo by Roberto Seclì)

RECENSIONE SU STYLE-CORRIERE DELLA SERA di Severino Colombo

Schermata 2015-06-02 alle 16.53.45

Recensione sul “Nuovo quotidiano di Puglia” di Teo Pepe

Schermata 2015-06-22 alle 18.44.05

IO DONNA ( corriere della sera)

Lascia stare la gallina di Daniele Rielli

di Francesca Cingoli

Lascia stare la gallina

Lascia stare la gallina è un racconto a più voci che non dà tregua. Protagonista è la terra di Salento, piena di luce ma anche di tanta ombra: è l’ombra minacciosa della delinquenza, fatta di contrabbandieri, piccoli spacciatori, poliziotti corrotti, faccendieri, prostitute.

Le voci narranti, da punti di osservazione diversi, si fondono in un racconto di minaccia incombente: l’ex poliziotto, che gestisce con sinistra disinvoltura una pletora di attività e aspira alla massoneria, il suo socio, diviso tra ristorazione e prostituzione, lo spacciatore un po’ fricchettone, molto sballato ma sempre attento, il giornalista idealista e marxista, che vorrebbe cambiare il mondo, la sua fidanzata, che gioca una doppia partita.

Tutto parte da un assassinio in campeggio, ragazzi che dal nord arrivano in Salento per vivere la libertà del mare: canne, sesso in spiaggia, dancehall e musica rap. Una selva di studentelli, deejay e punkabbestia, terreno multicolore di divertimento che ingolosisce la piccola grande criminalità locale. Si parte da questo, ma i giochi si fanno negli studi eleganti di avvocati e politici, sugli yacht, e nelle ville di quelli che contano. Perché sono l’ambizione e il potere le forze che muovono i fili della trama, fitta ma solo in apparenza complicata.

Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Non è tanto l’intrigo, il filo del giallo, a non consentire al lettore di alzare gli occhi dalle pagine, quanto la scrittura, serrata, ironica in maniera sorprendente, tagliente, che azzarda anche il dialetto e non sbaglia. Un libro da leggere, oltre 600 pagine che scorrono vivaci, spietate, brillanti.

Recensione di Gianni Santoro su Repubblica

Schermata 2015-06-28 alle 21.18.40

INTERVISTA …

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RECENSIONE SU STYLE-CORRIERE DELLA SERA di Severino Colombo

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Recensione sul “Nuovo quotidiano di Puglia” di Teo Pepe

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IO DONNA ( corriere della sera)

Lascia stare la gallina di Daniele Rielli

di Francesca Cingoli

Lascia stare la gallina

Lascia stare la gallina è un racconto a più voci che non dà tregua. Protagonista è la terra di Salento, piena di luce ma anche di tanta ombra: è l’ombra minacciosa della delinquenza, fatta di contrabbandieri, piccoli spacciatori, poliziotti corrotti, faccendieri, prostitute.

Le voci narranti, da punti di osservazione diversi, si fondono in un racconto di minaccia incombente: l’ex poliziotto, che gestisce con sinistra disinvoltura una pletora di attività e aspira alla massoneria, il suo socio, diviso tra ristorazione e prostituzione, lo spacciatore un po’ fricchettone, molto sballato ma sempre attento, il giornalista idealista e marxista, che vorrebbe cambiare il mondo, la sua fidanzata, che gioca una doppia partita.

Tutto parte da un assassinio in campeggio, ragazzi che dal nord arrivano in Salento per vivere la libertà del mare: canne, sesso in spiaggia, dancehall e musica rap. Una selva di studentelli, deejay e punkabbestia, terreno multicolore di divertimento che ingolosisce la piccola grande criminalità locale. Si parte da questo, ma i giochi si fanno negli studi eleganti di avvocati e politici, sugli yacht, e nelle ville di quelli che contano. Perché sono l’ambizione e il potere le forze che muovono i fili della trama, fitta ma solo in apparenza complicata.

Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Non è tanto l’intrigo, il filo del giallo, a non consentire al lettore di alzare gli occhi dalle pagine, quanto la scrittura, serrata, ironica in maniera sorprendente, tagliente, che azzarda anche il dialetto e non sbaglia. Un libro da leggere, oltre 600 pagine che scorrono vivaci, spietate, brillanti.

Recensione di Gianni Santoro su Repubblica

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INTERVISTA AL NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA  di Valeria Blanco

Quando tutti osannavano il Salento dei beach party, i suoi reportage ne mettevano a nudo, con sarcasmo, i meccanismi perversi. E quando il Movimento 5 Stelle raccoglieva il 25% dei voti, un’analisi sul suo blog – che poi gli è valsa il Macchianera italian award 2013 come miglior articolo dell’anno – illustrava i cinque buoni motivi per non votare Grillo. Il fatto che allora fosse “solo” un blogger, nascosto dietro lo pseudonimo di Quit the doner (Basta con i kebab, ma questa è un’altra storia), non cambia la voglia di Daniele Rielli di offrire uno sguardo sorprendentemente inedito sulla realtà.

Il caso e le origini leccesi vogliono che il romanzo sia ambientato nel Salento, metafora della provincia italiana. Inutile dire che il quadro non è quello del sole, del mare e del vento a cui il marketing territoriale ci ha abituato. Si tratta di un romanzo corale e complesso, con un massiccio uso del dialetto e una sottotrama noir. E, a guardare in controluce, dietro la storia dell’arrampicatore sociale s’intravede il tramonto di una società che, troppo concentrata a difendere i suoi privilegi, non si accorge che sta per estinguersi, superata e travolta dal mondo. Ed è proprio da qui che parte Rielli per raccontare “Lascia stare la gallina”. Continua a leggere

 

INTERVISTA AL “CORRIERE DEL MEZZOGIORNO” di Michele De Feudis

 

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Intervista a “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Fabio Casilli

 

 

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INTERVISTA SU RIDERS

di Lorenzo Monfredi

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Intervista con Giulio D’Antona Su Minima&Moralia

UN TEMPO CONOSCIUTO COME QUIT THE DONER

Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d’altra parte… E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire.  Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell’autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.

Come ti chiami?

Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.

E fin ora come ti hanno chiamato?

Quit , Quit the doner, Doner,  o KKASSTA.

Cosa è successo nel frattempo?

Scrivere è diventato il mio mestiere a tempo pieno e sono un po’ stufo di vivere come un agente segreto senza soldi per il baccarat e le Aston Martin

Quante volte ti sei sentito ostacolato dallo pseudonimo e quante volte ti ha tirato fuori dai guai?

(Continua a leggere su  Minima&moralia )

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Intervista di Flavia Capone su Radio Rock AM

Podcast

Recensione Finzioni Magazine

di Andrea Sesta

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Salvatore Petrachi, il protagonista principale di Lascia stare la gallina, si serve del genere giallo per scalare la scala del potere. Ora mi spiego.

Ancora una volta, e come se ce ne fosse bisogno, il genere giallo si dimostra il più adatto per parlare del presente. E non perché i telegiornali non raccontino bene la realtà con dovizia di plastici ed esperti di ogni disgrazia umana, ma perché il giallo ha la caratteristica (innata? non credo, ma andiamo avanti) di fare luce sugli angoli bui della società di cui parla. Il primo film neorealista è Ossessione, del 1943, di Luchino Visconti. Una donna e il suo amante vagabondo (spoiler) amazzano il marito, aprono una trattoria, ma a un certo punto si separano per poi finire… non ve lo dico. Ma, per arrivare al punto, è chiaro che tra ricerca di una narrazione sincera, autentica, approfondita e disincantata della realtà e genere giallo ci sia un legame molto stretto. Di genere parliamo, ma non solo, sia chiaro. Teniamo un secondo questo concetto e lasciamolo lì.

Quit the doner l’abbiamo conosciuto anni fa per i suoi reportage divertenti e straordinariamenta analitici, in un periodo storico in cui online si faceva la gara per tagliare tagliare tagliere lui è stato uno dei primi a mettere in discussione il mantra. Mettendolo in discussione con successo, i suoi post (e articoli poi) lunghissimi hanno dimostrato che un’altro modo di scrivere – e leggere – è possibile. A furia di semplificare, delle notizie rimane solo il titolo e una gif. Ecco, l’autore di questo racconto non è più semplicemente Quit the doner (che nella scorsa recensione avevo ipotizzato fosse una donna) ma un ometto sulle trentina scarsa, di nome Daniele.

Daniele Rielli lo conosciamo da oggi, con questo suo primo romanzo, potente, sarcastico e, violentemente sagace. Leggetelo vicino a una bottiglietta d’acqua e a un’asciugamano, vi farà venire caldo e sete.( Continua a leggere su Finzioni magazine)

pratosfera_logo

 

Intervista di Alessandro Pattume

Ho iniziato a scrivere per caso su un quotidiano locale e devo dire che mi eccitava poco perché io volevo raccontare le cose in modo più articolato, così ho aperto un blog” confessa Daniele Rielli al telefono, una mattina di maggio.

Forse nelle scorse settimane avete letto sul Venerdì di Repubblica il reportage sul Salento alle prese con la Xylella, il batterio che attacca gli ulivi, oppure quello più lungo e articolato comparso su Internazionale sempre sullo stesso argomento. Ecco, l’autore di questi due articoli è sempre lo stesso, solo che in calce al pezzo sul Venerdì il nome dell’autore non è Daniele Rielli ma Quit The Doner. Quit The Doner come l’omonimo e seguitissimo blog. Quit The Doner quello dei “5 buoni motivi per non votare Grillo” che ha vinto i Macchianera Internet Awards (185 mila condivisioni, 600 mila lettori) e quello dei lunghi, esilaranti reportage per Vice alla scoperta dell’Italia dei nostri giorni confluiti poi nel libro “Quitaly” (Indiana Editore).

Quit The Doner – Daniele Rielli sarà a Prato domani 27 maggio, al Museo Pecci (ore 18, ingresso libero) insieme a David Allegranti, giornalista del Corriere Fiorentino, per l’incontro “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo”. Non è certo un caso. Perché in un mondo all’apparenza stantio come quello che si para di fronte a tutti coloro che sognano di fare il giornalista oggi in Italia, la storia di questo emiliano classe 1982 racconta che qualcuno può risalire la corrente e dall’anonimato di internet finire per essere cercato e blandito anche dai vetusti pachidermi dell’informazione italiana. E può riuscire a farlo, tra l’altro, attraverso una forma giornalistica che in Italia è davvero rara, almeno fino ad ora, quella propriamente detta, alla maniera anglosassone, long form journalism, quel giornalismo narrativo fatto di pezzi lunghi e lunghissimi, ricchi di analisi, di personaggi e di foto. Magari è solo l’eccezione che conferma la regola, ma rappresenta comunque una piccola gemma nel panorama italiano. (continua a leggere su Pratosfera)
Intervista Coming Soon

di Federico Gironi

Arrivo alla libreria Giufà, nel cuore del quartiere San Lorenzo, con un po’ di anticipo rispetto all’orario dell’appuntamento con Quit the Doner, che ora sappiamo chiamarsi Daniele Rielli. Nel giro di pochi anni, quello di Quit è diventato un marchio popolare e riconosciuto nel mondo del giornalismo italiano, grazie ai suoi lunghi e partecipi articoli-reportage che hanno raccontato dall’interno e dall’esterno i fenomeni più interessanti (o magari oscuri) della società nostrana di oggi: da Grillo al retroscenismo parlamentare, passando per raduni alpini, mercati ortofrutticoli milanesi, il Fuori Salone, le fiere di fumetti e le epidemie che minacciano gli uliveti pugliesi.
E ora, col suo vero nome, Quit ha anche pubblicato un romanzo, dal perentorio e paradossale titolo: “Lascia stare la gallina”.

Lui ha otto anni meno di me, e questa cosa mi fa venire una strana ansia, che decido di anestetizzare ordinando una birra media al bar interno alla libreria.
Giunto a metà pinta, mi rendo conto che dovrei guardarmi intorno per individuare il mio intervistando, quindi mi alzo, e vengo scorto dall’ufficio stampa che segue Quit nell’intervista e nella successiva presentazione del suo libro.
Diverso da come me lo immaginavo, Daniele è quasi più schivo e imbarazzato di me quando ci presentiamo; ma, quando passiamo alle cose serie, molla gli ormeggi e parla di tutto e di più con leggerezza e attenzione allo stesso tempo. A me è bastato dare il la, poi ha fatto tutto lui.
Il risultato è un’intervista che non poteva non essere che long form:
(clicca qui per leggere il seguito)

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“LASCIA STARE LA GALLINA” (Bompiani) è in libreria http://www.danielerielli.it/cosa-ce-dentro-il-mio-nuovo-libro-lascia-stare-la-gallina-bompiani/ http://www.danielerielli.it/cosa-ce-dentro-il-mio-nuovo-libro-lascia-stare-la-gallina-bompiani/#comments Tue, 02 Jun 2015 15:20:08 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2640 Schermata 2015-05-06 alle 11.45.43

(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una …

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(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una …

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Quando i Griffin incontrano i Simpson (Linkiesta) http://www.danielerielli.it/quando-i-griffin-incontrano-i-simpson-linkiesta/ http://www.danielerielli.it/quando-i-griffin-incontrano-i-simpson-linkiesta/#comments Sun, 12 Oct 2014 03:01:30 +0000 http://www.danielerielli.it/?p=2463
Chris: «Un crossover tira sempre meglio il fuori di ogni show, di certo non è un gesto di disperazione, le priorità sono sempre creative, non dipendenti dal marketing…»
Stevie: «ok, basta così»
L’incipit di «The Simpson guy» la dice lunga sul tipo di aspettativa al ribasso che ha accompagnato l’arrivo dell’episodio crossover fra Family guy (i Griffin) e i Simpson, e con il senno di poi si può dire che ci fosse più di qualche ragione.
Ora se siete di quelli che guardano le serie quando arrivano in Italia tradotte, buona fortuna, godetevi l’avvincente season finale di Dallas, questo pezzo non fa per voi. Se invece vivete nella contemporaneità globale e capite quanto «spoiler» diversi giorni dopo la messa in onda sia una parola priva di senso, forse vi interesserà sapere che l’episodio affidato alla scrittura di Patrick Meigha (ex membro della writers room dei Simpson) con cui si è aperta la 13° stagione della serie ambientata a Quahog è stato a tutti gli effetti una puntata di Family Guy, con un’apparizione della famiglia Simpson il più volte costretta a fare cose che un Simpson, come lo conosciamo da 26, anni non farebbe mai. Continua a leggere su Linkiesta
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Chris: «Un crossover tira sempre meglio il fuori di ogni show, di certo non è un gesto di disperazione, le priorità sono sempre creative, non dipendenti dal marketing…»
Stevie: «ok, basta così»
L’incipit di «The Simpson guy» la dice lunga sul tipo di aspettativa al ribasso che ha accompagnato l’arrivo dell’episodio crossover fra Family guy (i Griffin) e i Simpson, e con il senno di poi si può dire che ci fosse più di qualche ragione.
Ora se siete di quelli che guardano le serie quando arrivano in Italia tradotte, buona fortuna, godetevi l’avvincente season finale di Dallas, questo pezzo non fa per voi. Se invece vivete nella contemporaneità globale e capite quanto «spoiler» diversi giorni dopo la messa in onda sia una parola priva di senso, forse vi interesserà sapere che l’episodio affidato alla scrittura di Patrick Meigha (ex membro della writers room dei Simpson) con cui si è aperta la 13° stagione della serie ambientata a Quahog è stato a tutti gli effetti una puntata di Family Guy, con un’apparizione della famiglia Simpson il più volte costretta a fare cose che un Simpson, come lo conosciamo da 26, anni non farebbe mai. Continua a leggere su Linkiesta
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