IL PARADIGMA CHIARA FERRAGNI | Daniele Rielli

IL PARADIGMA CHIARA FERRAGNI

  • 8 gennaio 2020
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(una versione più breve di questo pezzo è uscita sull’inserto culturale de Il Foglio il 4.01.2020 – Foto LaPresse)

Rispetto a Chiara Ferragni le reazioni più comuni sembrano essere due: interesse accompagnato da quella trasognata ammirazione di superficie che si riserva alle vite inaccessibili ai più (sul genere insomma delle “vite dei reali”, ma modernizzato) oppure l’odio generato dall’invidia, dal rancore, dall’esclusione. Personalmente credo di far parte di una terza fazione, la minoranza, comunque cospicua, di coloro che messi di fronte al racconto articolato su più canali della vita di Chiara Ferragni più che odio provano soprattutto noia.

La visione del documentario prodotto da Amazon Chiara Ferragni Unposted mi risulta cioè prima di qualsiasi altra cosa noioso in forma davvero quasi insopportabile mentre – sembra assodato anche dall’esistenza del documentario stesso – milioni di persone dentro questi brandelli di pose, sezioni di vite quotidiane e problemi che si fa anche fatica a chiamare tali (quali scarpe mi metto? Queste o quelle?) devono senz’altro vederci un valore d’intrattenimento. Un mistero che invita alla riflessione visto che la risposta “sono tutti idioti” non è una risposta quanto piuttosto, questa sì, un’idiozia. Quello che segue è quindi un umile tentativo di decifrazione.

Prima di tutto Chiara Ferragni è simpatica, di una simpatia semplice da ragazza lombarda comune e con un forte accento. Come la maggior parte delle icone pop la Ferragni sembra un po’ più intelligente della media (non geniale ma certo non stupida), un po’ più bella della media (non di una bellezza paralizzante ma certo non brutta), dotata di amiche che parlano proprio come le tue amiche e di quegli amici gay e cool che tante ragazze di provincia vorrebbero avere per sentirsi nella grande città o dentro una serie tv. Se la rockstar di un tempo era una persona dotata di almeno un talento artistico eccezionale e grazie a esso aveva accesso a una vita pazzesca, Chiara Ferragni è più simile alla tua amica carina scaraventata dentro una vita da star senza che si capisca bene il perché. O almeno questo è il messaggio. Dentro questa vita pazzesca la Ferragni fa esattamente quello che farebbe la tua amica. È il vecchio archetipo from rags to riches del cinema hollywoodiano o la riproposizione del gioco a premi televisivo. Perché Chiara Ferragni potresti essere anche tu e senza bisogno di imparare a cantare o recitare o, ancora, ricevere in eredità milioni di dollari. Non è vero, ma tutto cospira per fartelo pensare.

In un piccolo siparietto la Ferragni racconta, subito prima di incontrare Paris Hilton, di aver letto un libro in cui l’ereditiera insegnava come essere una milionaria. Quello che conta però è la battuta successiva dove la Ferragni dice pressappoco “tralasciando il fatto che devi avere i milioni”. Scena successiva davanti alla casa über-kitsch dei cani della Hilton e Fedez chiede, in italiano, “Ma ci pagate l’Imu?”. In un’altra scena una modella saluta la Ferragni e subito Fedez fa un video in cui dice “e poi lei ha salutato Chiara e anche me” tutto emozionato. La cifra dunque è evidente: sono due simpatici inadatti, fanno cose semplici e sono inopportuni quanto l’italiano che diventiamo più o meno tutti quando siamo all’estero. Permettono di sognare cose banali ma proprio per questo condivise. Soprattutto hanno creduto in sé stessi quando tutti li criticavano e guarda ora dove stanno. Insomma, successo a parte, sembrano quasi identici al loro pubblico.

La seconda caratteristica della vita da star senza essere delle star in un campo specifico è che Ferragni e il suo staff sembrano dei travet in trasferta. Tutti MacBook e pianificazione, sono prima di tutto imprenditori dell’immagine, il sogno milanese nella sua accezione più diligente. Stanno a Los Angeles o a Miami ma non danno mai l’impressione che finite le riprese si drogheranno, faranno del sesso di gruppo, né berranno molto o faranno altre cose stupide ma epiche per poi ritrovarsi il giorno dopo in un hangover clamoroso a sorvolare l’oceano su un volo privato e pensare alla semplice, rassicurante ma ormai irrimediabilmente lontana, ingenuità dei loro giorni poveri. Questi cliché sulla vita da star appaiono irrimediabilmente sorpassati.

Ferragni e i suoi sembrano perfettamente pacificati, capaci di vivere adagiati e iper-professionali sopra un inesauribile flusso di endorfine, like, consigli di amministrazione e branded content, la tristezza appare una sensazione confinata, in dosi omeopatiche, a quei giorni in cui hai poche proposte di sponsorizzazione. Per capirci, il trauma fondativo nel documentario è il divorzio dei genitori, first world problem per antonomasia. L’unico nemico sono gli haters, categoria sommamente fastidiosa, è vero, ma ormai lo sanno anche i bambini: è soprattutto gente che rosica.

Questa medietà positiva e inoffensiva, senza scossoni, è precisamente quello che piace ai brand che vogliono accesso ai milioni di followers senza complicazioni: messaggi semplici, controllati, mai controversi, il più possibile universali, quindi minimi. I due livelli, verità e finzione, sembrano fondersi fino a perdersi l’uno nell’altro grazie al minimo comune denominatore della medietà assoluta. Non la medietà economica o di riconoscibilità – si capisce che non è questo il caso – ma la medietà di pensiero nel senso di complessità del rapporto con l’esistenza. Bisogna prendere in considerazione l’ipotesi che il documentario non dica in fondo molto su Chiara Ferragni non tanto per le mancanze della regista quanto perché forse non c’è molto altro da dire e che questa mancanza di contenuti associata a un’amabilità di superficie – a matrice universale – sia precisamente l’origine del successo planetario della protagonista e in fondo sia anche l’unico tema che valesse la pena di affrontare parlando della Ferragni.

Che una narrazione appaia del tutto priva di polarità negative è però una sorta di novità storica. Ogni cultura umana è stata sempre caratterizzata trasversalmente dalla convinzione che l’atto fondativo del raccontare storie avesse bisogno di una certa dose di drammi e di ostacoli, di difficoltà e di sconfitte, assieme a qualche vittoria strategicamente posizionata. L’empatia che le storie sono in grado di generare si è sempre basata anche sulla condivisione della difficile condizione umana. Si conquista Troia, sì, ma a che costo. Si raggiunge la Terra Promessa, ma non è un viaggio che rifaresti volentieri. In questa specie di racconto a bassissima intensità che invece è la vita condivisa di Chiara Ferragni non c’è traccia di autentica drammaturgia (l’apice sono degli eventi rappresentati come monadi perfette e confezionate: il matrimonio, la nascita del figlio), c’è in compenso una ragazza un po’ sopra la media per alcuni aspetti che parla ossessivamente di sé, articola la sua visione del mondo in assunti che paiono presi di peso dai dialoghi di una soap.

Un codice verbale il cui apice si raggiunge nella ricostruzione dello scontro/cancellazione dalla vita della Ferragni del primo fidanzato e co-fondatore del piccolo impero aziendale, un episodio che si articola su un numero quasi letale di frasi fatte del tipo “non conosci mai veramente le persone” o il momento in cui lei confessa al collaboratore che se è riuscita superare questo (ovvero la nascita del primo figlio) può superare qualsiasi altra asperità. Al mondo nascono ogni anno circa 130 milioni di bambini, la nascita di quello della Ferragni però più che come un fatto umano con una sua importanza emotiva ed esistenziale viene tratteggiato con la deferenza reverente con cui si narrerebbe un evento che divide le acque. Il risultato è una caricatura, una soap opera, appunto.

Chiara Ferragni si muove per luoghi iconici, indossa vestiti costosi e per alleggerire il tutto non perde mai la sua già citata inadeguatezza da ragazza di provincia. Per altro anche nel vestirsi non sembra seguire una direzione stilistica precisa o, parrebbe, conscia. Nei filmini di famiglia della giovane Chiara si vedono viaggi in giro per il mondo e una bambina felice, tutto sotto lo sguardo costante di una telecamera. La sua vita da influencer appare come una continuazione monetizzata di quei filmati. Non sembra esserci in palio nessun altro valore aggiunto per lo spettatore oltre al piacere di osservare dal buco della serratura un tipo di felicità che sembra presa di peso dalle promesse delle pubblicità e che, infatti, diventa pubblicità a sua volta.

Forse conta che sia tutto immediatamente a portata di dito mentre le storie a cui eravamo abituati richiedevano tempo ed energie cognitive per essere consumate e comportavano l’esposizione ad effetti collaterali come l’emergere di una certa tristezza, della sensazione che la vita sia in fondo fin troppo dura o anche soltanto un po’ malinconica. È possibile che sia necessario allargare lo sguardo e pensare al tipo di fruizione che viene fatta dei contenuti prodotti da un influencer: spezzettati e inframmezzati alla vita del follower, quasi senza una vera soluzione di continuità.

Un’ipotesi è quindi che il racconto della Ferragni sia perennemente positivo e non conosca polarità negative perché queste ultime sono già contenute, e in abbondanza, nella vita dei possessori dei telefoni dove scorre la sua vita idealtipica. L’atto di sbloccare l’iPhone ogni dieci minuti, spiare Instagram e poi rimettere tutto in tasca mentre il capo parla, finisce quindi per far sbiadire ulteriormente, fino quasi a scomparire, i confini fra la realtà e la rappresentazione. Secondo questa direzione d’indagine la vita della Ferragni e dei suoi colleghi sarebbe l’ultima versione disponibile, la più avanzata, di quella sorta di opera d’arte totale che nasce dalla progressiva unione di autore e fruitore.

Osservando quindi dalla giusta distanza l’immutabile legge della narrazione sembrerebbe ristabilita: la vita è difficile ma ci sono anche dei bei momenti. La differenza è che si tratta di un racconto scisso: l’influencer porta all’economia della storia solo le polarità positive, mentre il follower apporta le polarità negative. Dall’unione nasce la storia condivisa: l’influencer è sempre anche un po’ un amico virtuale.

Ma che dire della polarità positiva? Avanza nella mente dello spettatore del documentario l’ipotesi finale, quella più angosciante, ovvero che questi giovani e abili imprenditori della medietà siano in fondo perfettamente felici così – nel loro perenne stato di negazione di qualsivoglia difficoltà – e che tutta quella insoddisfazione e ineliminabile turbamento che hanno accompagnato la storia umana fossero in fondo una questione di cattiva organizzazione. Fossero cioè l’eredità di padri e madri che crescevano i figli dentro paradigmi culturali disfunzionali, della mancanza di medicinali, di cattiva alimentazione o di stili di vita scorretti, abuso di droghe, poco movimento fisico, nessun like sui social, redditi troppo bassi. Risolte tutte queste cose – nel caso dei like risolte alla grande –, disciolta ogni ideologia con le sue inevitabili incrostazioni, gli ostacoli alla felicità sembrano improbabili o, meglio ancora, del tutto incomprensibili. La chiamavano poesia, ma era indigestione, parlavano di tragedie ma la realtà è che non avevano un buon personal trainer. È un’ipotesi che prende piede ogni giorno di più in Occidente e, bisogna concederlo alla scienza, nemmeno fra le più assurde.

Alla fine arriva però l’unico momento di verità del documentario a smentire l’ipotesi di una novità antropologica così radicale, l’idea, cioè, di una pacificazione assoluta. È la confessione – in lacrime – dell’ansia esistenziale di Chiara Ferragni rispetto alla prospettiva di non essere nessuno, di non lasciare un segno in questo mondo. Un turbamento con il quale per la prima volta è possibile sentire qualcosa che risuona (il richiamo profondo di una verità sulla condizione umana), una tensione che la Ferragni risolve con una strategia perfettamente simbolica del tempo storico: di fronte alla sua assoluta intercambiabiltà, alla sua mancanza di talenti che giustifichino uno stato di eccezionalità, Chiara coagula abilmente consenso attorno al racconto di una medietà assoluta e attraverso questo consenso, questo esercito di like e di occhi in osservazione da rivendere ai brand, raggiunge uno stato di decisa negazione della medietà: diventa una star. I fan la amano, ma se c’è proprio una cosa che Chiara Ferragni non voleva nella vita è essere come i suoi fan. I fan, d’altro canto, sono d’accordo: non è un granché essere loro. Complessivamente il messaggio è di un nichilismo assoluto e come tale perfettamente in tono con l’epoca. Va da sé che come detto la Ferragni sia in realtà un po’ sopra la media in praticamente ogni campo, ma giusto quel tanto che basta per rimanere comunque credibile nella recita della medietà assoluta.

Questa recita digitale della medietà come via maestra per lo stato di eccezione, per il raggiungimento di fama e di riconoscibilità – la negazione esatta della medietà anonima – sta al cuore della nostra epoca, è lo stesso meccanismo alla base del consenso dei politici populisti e rappresenta l’uso più efficiente dell’ecosistema digitale. È la differenza che si crea nell’atto di negare ogni differenza. La tecnologia, ancora una volta, dà la forma alla sovrastruttura culturale, la determina in maniera ineluttabile. Alla fine della visione del documentario ho ripescato questa poesia di Michel Houellebecq, perfetta, credo, per chiudere un pezzo su Chiara Ferragni unposted:

Sono in un sistema liberale

Come un lupo in un terreno incolto,

Mi adatto relativamente male

Cerco di non fare storie.

(…)

Sono a metà delle vacanze

Come un attore senza sceneggiatura,

Ma so che altri danzano

E che si riprendono con la telecamera.

Qualche storia, tuttavia, mi sembra qui di averla fatta.