Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici

ODIO

 

  IN LIBRERIA

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DICONO DI “ODIO”:

“Daniele Rielli ha scritto un grande romanzo sulle ossessioni della nostra epoca”

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“Un ritratto chirurgico e spietato”corriere-della-sera-logo

“Una cornice letteraria tecnicamente perfetta”

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“Come nei miti classici ci si brucia le ali volando incontro al sole”

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“Un romanzo rutilante, ambizioso, curato nei dettagli”

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 “Cinquecento pagine di profetiche deflagrazioni epocali “

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“Uno sguardo profondo sulla nostra condizione”

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  “Mette i brividi” 

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“La trama e il sistema dei personaggi sono articolati e catturano il lettore in modo incalzante, con colpi di scena,

relazioni sentimentali, cambi di scenario “

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 “Un fremito di rivolta che tutti abbiamo contro noi stessi

e la gigantesca balla che siamo diventati”

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 ” Un viaggio nell’innominato tecnologico del nostro tempo, (…)

e non da ultimo una spumeggiante commedia italiana: goduriosa da leggere, e «basta».”

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Una piccola selezione delle interviste e degli interventi pubblici su Odio è qui.

 

ODIO è in libreria e su:

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( la voce nel trailer è di Francesco Montanari )

 

Michel Houellebecq: decadenza e salvezza in “Annientare”

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Questo articolo è uscito su Il Foglio del 06.01.22

Come si scrive un romanzo sulla decadenza di una civiltà? Il compito non è agevole ma in tutta la sua carriera di scrittore Michel Houellebecq non ha mai temuto i grandi temi e il suo nuovo Annientare, in libreria dal 7 gennaio per la Nave di Teseo, non fa eccezione.

Il romanzo si svolge fra il 2026 e il 2027, Paul, il protagonista, è il consigliere e confidente personale di Bruno Juge, il ministro dell’economia che ha risollevato l’economia della Francia. Bruno è una persona per molti versi encomiabile: lavoratore instancabile, moralmente integro, nazionalista senza eccessi, è l’immagine Houellebecquiana del politico ideale. Ciò non toglie che finisca ghigliottinato, seppur solo virtualmente, in un misterioso video realizzato con capacità tecniche molto più avanzate rispetto a quelle delle migliori aziende di computer grafica ed effetti speciali. È solo il primo di una serie di atti terroristici, prima solo simbolici e poi anche violenti. L’identità degli autori è misteriosa ma sembra probabile che siano ispirati da un mix di luddismo filosofico à la Unabomber e di esoterismo satanista.

Houellebecq ha detto in più occasioni che politicamente le persone “tendono a pensare ciò che disturba meno il loro gruppo sociale” e il Paul di Annientare si comporta di conseguenza. Vota per l’amministrazione per cui lavora, seppur senza grosso entusiasmo e senza stimare il presidente che al contrario del suo ministro gli sembra una persona intelligente e talentuosa ma totalmente definita dal suo cinismo.

Il meccanismo di predeterminazione funziona per tutti, anche per lo stesso ministro, tanto che quando Bruno sostiene che sarebbe un peccato per la Francia se venisse eletto il Rassemblement national Paul si chiede “Da dove gli veniva quella convinzione? Da un ragionamento basato su una certa forma di razionalità economica? Da una morale antirazzista, umanista, che aveva ricevuto in retaggio? O più semplicemente dalle sue origini borghesi? Tutte quelle spiegazioni del resto potevano coincidere”. Quando diventa chiaro che l’obbiettivo degli attentati sono i leader delle più importanti aziende tecnologiche del mondo, l’indifferenza ideologica di Paul non gli impedisce tuttavia di pensare che “se l’obiettivo dei terroristi era quello di annientare il mondo come lui lo conosceva, di annientare il mondo moderno, non poteva dargli affatto torto”.

 Ma in cosa consiste il mondo moderno e che cos’è la decadenza? Domande a cui è molto difficile rispondere direttamente, il che rende “Annientare” uno dei libri di Houellebecq più “laterali” e per certi versi quindi più propriamente romanzeschi. Paul sostiene che “Il concetto di decadenza poteva anche essere difficile da circoscrivere, ma ciò non voleva dire che non fosse una realtà potente”. La decadenza di una civiltà è un fenomeno frastagliato, che si avverte con chiarezza ma i cui confini non sono sempre facilmente delineabili ed è un qualcosa di assieme personale e collettivo. È probabilmente anche per questo motivo che Houellebecq apre per la prima volta alla presenza in un suo romanzo di relazioni familiari articolate e vive, relazioni che vanno oltre gli sparuti resti ormai freddi – fatti di funerali, burocrazia, abbandono e incomunicabilità – a cui ci aveva abituato nei libri precedenti quando parlava della condizione familiare dei suoi protagonisti.

L’Homo Houellebecquensis fino ad Annientare ha sempre vissuto in uno stato di solitudine straziante ed estrema, impegnato in una lotta interiore e impari con la sua società e con il suo tempo storico.  Con l’eccezione dell’insuperato esordio (Estensione del dominio della lotta), la situazione in cui si ritrova tipicamente l’H.H non è necessariamente realistica, il quadro può anzi risultare fin troppo estremo, a tratti grottesco, l’intenzione è sempre quella di illuminare il mondo attraverso la sua deformazione e di dare un respiro lirico al presentarsi di un miglioramento. In genere, questa condizione di isolamento assoluto viene infatti resa più sopportabile dalla comparsa di una donna: l’amore in Houellebecq è l’unica forza in grado di emendare la condizione tragica dell’esistenza e il fatto che l’innamoramento sia un fenomeno transitorio, se non altro perché interessa delle creature mortali, non fa che rendere le cose ancora più dolorose.

Nel caso di Paul in Annientare, il digiuno amoroso e sessuale dura da anni e questo nonostante sia ancora tecnicamente sposato con Prudence, una donna con cui condivide un appartamento e che vede molto di rado. La moglie si è distaccata da lui dopo essersi convertita al veganesimo radicale e aver aderito alla religione neopagana Wicca, due eventi che l’hanno condotta verso una vita asessuata. Quando le cose fra i due incominciano a cambiare in meglio il narratore osserva “Un padre giudice a Versailles, con una prima casa a Ville-d’Avray e una di villeggiatura in Bretagna, gli studi al Sainte-Geneviève, poi a Sciences Po e all’ENA, in fondo non c’era nulla di sorprendente nel fatto che Prudence fosse diventata asessuata e vegana. Era il suo sforzo attuale per ritrovare la sua femminilità a essere eccezionale”.

I rivoli della decadenza sono numerosi, sono destini famigliari, pratiche quotidiane e convinzioni sociali, sono debolezze occasionali e vizi protratti. I segni della decadenza attraversano le riflessioni di Paul e le vite della sorella convintamente cattolica e del marito un ex notaio vicino al Fronte Nazionale, così come si scorgono in quella del fratello restauratore di arazzi e continuamente umiliato dalla moglie, una giornalista woke egoista e non particolarmente brillante che nonostante il marito non fosse affatto sterile ha preferito ricorrere all’inseminazione artificiale perché desiderava un figlio nero.

La decadenza in Annientare è l’aria che si respira, è l’insoddisfazione generale, l’incapacità di individuare una singola causa scatenante e di conseguenza l’impossibilità di intravedere una possibile soluzione. Il problema è che un singolo colpevole non c’è, neppure la tecnologia digitale può essere considerata l’unica responsabile della situazione, nonostante Paul abbia gioco facile nel chiedersi “A che serviva installare il 5G se non si riusciva semplicemente più a entrare in contatto, e a compiere i gesti essenziali, quelli che permettono alla specie umana di riprodursi, quelli che ci permettono anche, a volte, di essere felici?”. Il punto è più complesso e di lungo periodo, l’obbiettivo polemico è il peso della libertà assoluta, la dittatura infelicissima della felicità ad ogni costo ovvero l’individualismo fatto sistema nella contemporaneità degli eterni bambini.

Un’epoca in cui il consumo si propone di risolvere ogni problema, una promessa che si fonda però sul fatto di non poter essere mantenuta ed è quello che lo scrittore Frédéric-Beigbeder, grande amico di Houellebecq, definiva il terrorismo della novità che serve a vendere il vuoto. Quello che manca è qualcosa di più profondo e insondabile, ovvero Una forza oscura, segreta, la cui natura poteva essere psicologica, sociologica o semplicemente biologica, non si sapeva cosa fosse ma era terribilmente importante perché da essa dipendeva tutto il resto, la demografia come la fede religiosa e, in definitiva, la voglia di vivere degli uomini e l’avvenire delle loro civiltà”.

Paul riflette anche sul fatto che il boom di natalità nel secondo dopo guerra – ovvero dopo massacri che avrebbero dovuto mostrare tutta l’insensatezza della condizione umana –  si possa  spiegare solo con il carattere ideologico, politico e morale della seconda guerra mondiale “Per quanto sanguinosa potesse essere stata, la lotta contro il nazismo non si era limitata al possesso dei territori, non era stata una lotta assurda, e la generazione che aveva trionfato su Hitler lo aveva fatto con la chiara consapevolezza di combattere dalla parte del Bene. La seconda guerra mondiale quindi era stata non solo una guerra estera come tutte le altre, ma anche in un certo senso una guerra civile, dove ci si batteva non per mediocri interessi patriottici, ma in nome di una certa visione della legge morale”.

Siamo qui vicini al centro del pensiero del pensiero di Houellebecq: il bisogno di una fondazione morale.  Lo scrittore francese consiglia di leggere i suoi libri in ordine cronologico perché più volte è tornato sugli stessi argomenti, cercando di migliorarsi e di illuminare aspetti che sente di aver mancato al primo tentativo. Così la scienza che supera i limiti umani de Le particelle elementari appare anche in uno dei suoi libri migliori, ovvero La possibilità di un’isola. Allo stesso modo il turismo è al centro sia di Lanzarote che di Piattaforma e l’Islam appare in Piattaforma e poi, più approfonditamente, in Sottomissione. La distopia politica di Sottomissione riemerge in Annientare, così come l’ampliarsi del mondo relazionale a cui si assiste nel nuovo libro potrebbe essere anche letto come il successo della cura farmacologica al centro di Serotonina, visto che notoriamente la depressione richiude le persone in sé stesse, distaccandole degli altri. Serotonina a sua volta è una versione più anziana, meditata e meno poetica di Estensione del dominio della lotta. Annientare infine si contamina con il genere (il thriller) proprio come La carta e il territorio incrociava il giallo durante l’indagine attorno alla morte violenta di Michel Houellebecq personaggio letterario.

Le linee che si possono tirare sono numerose, il punto però è che in tutti i romanzi di Houellebecq i temi ritornano, si sovrappongono, si completano e talvolta si smentiscono anche a vicenda, in special modo quando la narrazione si sposta nel futuro prossimo e si produce in scenari scientifici, politici e socio-economici. Mappe poste sopra territori ancora distanti e che in quanto tali durano giusto il tempo di un romanzo. Quello che invece resta, il segnale coerente, è lo spaesamento, il senso di mancanza, la determinazione a parlare nei romanzi delle cose più serie e importanti, ovvero l’amore, la morte e la mancanza di senso, prima di tutto. Non si dà slealtà parlando di cose ultime, sosteneva il nostro Giorgio Manganelli e su Houellebecq si può dire molto ma di certo non che sia uno scrittore sleale, prima di essere romanziere è un poeta e, benché lui credo lo negherebbe con forza, un filosofo.

Ed è proprio nel suo modo peculiare e intransigente di concepire il romanzesco che Houellebecq fa convivere queste due propensioni fra loro così antitetiche; il risultato è proprio lo stile immediatamente riconoscibile che compenetra ogni opera, creando una rete interconnessa.  Uno stile che è stato odiato da molti, soprattutto in Francia e soprattutto quando la carriera di Houellebecq conosceva i primi grandi successi, ma che è amato da autori e lettori in tutto il mondo, il che lo rende senza alcun dubbio lo scrittore francese vivente più noto.

Nonostante Houellebecq sia fondamentalmente un romantico che mette al centro della sua scrittura una visione fortemente morale dell’esistenza, la sua opera è stata spesso letta come una sorta di apologia del nichilismo, il che è paradossale se si considera che la distruzione dei valori è precisamente l’oggetto polemico di tutto il suo lavoro. Aiuta all’equivoco la propensione di Houellebecq a raccontare la condizione umana senza accomodamenti, una narrazione dove nulla viene taciuto o edulcorato, semmai, anzi, estremizzato.

Houellebecq è anche programmaticamente alieno ai modi pacati e alle convenienze borghesi, tanto che Yasmina Reza, altra grande scrittrice e sua sostenitrice della prima ora, lo ha definito “non addomesticato”. Creatura eminentemente mediatica proprio perché antimediatico (definizione di Daniele Schneidermann), già ribattezzato “Cane Droopy in versione cannibale”, Houllebecq si aggira ormai da decenni ai piani alti della letteratura francese, prima come un ospite indesiderato e poi come improbabile figura di vertice, sempre avvolto nel suo eterno parka Camel Legend.

Alle frequenti incomprensioni a livello mediatico (i lettori sembrano capirlo, come talvolta accade, meglio degli addetti ai lavori), si aggiunge il possibile equivoco che può generare in alcuni la precisione, questa sì quasi documentaria, con cui Houellebecq ha sempre raccontato il sesso nei suoi libri, indisponendo coloro che preferiscono elisioni o, peggio, scelte linguistiche pudibonde. In Houellebecq non c’è rischio che un culo venga rieticchettato “natiche” o che vengano prese altre scelte tragicomiche e tuttavia diffuse in quella letteratura contemporanea che spesso si rivela ben più puritana del suo tempo storico.

In una lettera di ringraziamento di qualche anno fa a Salman Rushdie, Houellebecq confessava di non riuscire a liberarsi dell’idea “frequente nelle persone popolari e un po’ anziane” che ciò che è scritto sul giornale sia vero. Una ribellione ironica ai nonsense della comunicazione contemporanea, alla sciatteria del giornalismo e al surrealismo del marketing, attraversa in effetti tutte le opere di Houellebecq. Dopo aver letto Piattaforma ad esempio, diventa impossibile leggere una Guida Routard senza ridere. Questa resistenza piccata dei personaggi nei confronti della voce della società viene messa in scena proprio perché i discorsi dall’alto sono presi estremamente sul serio.

Questa voce fuori campo faceva in certo senso parte del determinismo sociale tipicamente houellebecquiano e per questo colpisce che sia pressoché scomparsa nel mondo di Annientare. Rispetto all’oppressione grigia, impiegatizia e anonima dei tempi di Estensione, l’era in cui si svolge Annientare ha visto la moltiplicazione infinta delle voci ma, sorpresa delle peggiori, si è scoperto che questo apparente miracolo non ha generato intelligenza ma ulteriore appiattimento, ha piegato le individualità alla statistica, alla misurazione tecnologica, e ha rivelato tutta la pochezza di cui siamo fatti. Il mondo è più colorato e ricco di offerte ma questo non sembra affatto averlo reso un posto meno disperato, anzi. La voce della società a cui opporsi nella convinzione che in fondo l’uomo sarebbe migliore di così è scomparsa per ricomparire nascosta dentro tutti noi. Opporsi con una battuta tagliente non serve più a niente, mancano i presupposti, manca l’esternalità. Anche per questo durante un viaggio in treno Paul pensa che il suo stesso ministro “Si sarebbe sentito a disagio con quegli hamburger creativi, quegli spazi zen dove ci si poteva far massaggiare la cervicale durante il tragitto ascoltando il canto degli uccelli, quella strana usanza di etichettare i bagagli “per motivi di sicurezza”, insomma, con la piega generale che le cose avevano preso, con quell’atmosfera pseudo-ludica, ma in realtà di una normatività quasi fascista, che aveva a poco a poco infettato ogni piega della vita quotidiana”.

In Annientare sembrano finite anche quelle speranze che a lungo Houellebecq aveva riposto nella tecnologia dopo averla correttamente individuata come il vero motore della storia, in ogni caso ben più della filosofia, della politica e dell’economia. Houellebecq non è mai stato un luddista, nel bilocale in cui abitava a inizio carriera erano accatastati computer e numerosi oggetti tecnologici, il protagonista di Estensione era un informatico. La scienza della vita e della morte, la scienza che creava mondi, che mutava le specie, salvandole da sé stesse, sembra però aver lasciato il posto ad una tecnologia minima eppure onnipresente, la tecnologia dell’informazione e delle app che si nutrono di attenzione umana. Nulla a che vedere con la clonazione, l’immortalità ma neppure con la meccanica. È questo il mondo senza una voce univoca e senza prospettive di Annientare, un mondo in cui la malattia del corpo arriva quando in fondo è diventato evidente, una volta di più, che l’unica isola su cui rifugiarsi è l’amore di una donna.

Fra i tratti salienti di questo mondo in decadenza lenta e a tratti festosa – seppure in quella maniera segretamente angosciata che si confà alla vita dei grandi debitori – si è assistito anche a un altro rovesciamento valoriale significativo, l’instaurazione del mito dell’infanzia.

“Attribuendo più valore alla vita di un bambino, quando non abbiamo nessunissima idea di cosa diventerà, se sarà intelligente o stupido, un genio, un criminale o un santo, neghiamo ogni valore alle nostre azioni reali. I nostri atti di eroismo o di generosità, tutto ciò che siamo riusciti a realizzare, i nostri traguardi, le nostre opere, niente di tutto questo ha più il minimo valore agli occhi del mondo; e ben presto non ne ha più nemmeno ai nostri occhi. In questo modo priviamo la nostra vita d’ogni motivazione e di ogni senso; è puro nichilismo.”.

In Annientare appaiono anche alcuni luoghi idealtipici della Francia, come una casa avita immersa nelle vigne nel Beaujolais; tutto questo è abbastanza inconsueto in Houellebecq che a Parigi vive in un’anonima torre nel quartiere cinese nei pressi di Place d’Italie e in “Rester vivant”, la mostra delle sue fotografie che si è tenuta qualche anno fa al Palais de Tokyo, si è concentrato soprattutto su periferie, supermercati, villaggi turistici e parcheggi. Oltre che sul suo amatissimo cane Clément, naturalmente.

Ulteriore anomalia in Annientare è la cura nelle descrizioni degli ambienti sociali e delle pratiche mediche, un dettaglio frutto di ricerche estese, le stesse che Houellebecq in passato si era vantato di non fare, o comunque di ridurre al minimo, al contrario degli scrittori americani. Se le descrizioni scientifiche in passato apparivano quindi come il controcanto alla voce della società ottenuto attraverso l’ingegno dello scrittore e il recupero di autori del passato, in questo nuovo romanzo la presenza del dato di realtà è più forte e l’impianto di Annientare complessivamente ne guadagna. Per via di tutte queste innovazioni stilistiche, questo romanzo che pur contiene tutti i capisaldi del pensiero del suo autore potrebbe curiosamente rivelarsi quello più gradito ai lettori che storicamente non hanno mai amato Houellebecq, un po’ come è recentemente successo in un altro campo con “È stata la mano di dio” di Paolo Sorrentino. Mi sento però qui di rassicurare anche i lettori appassionati: anche con le novità che introduce, Annientare rimane comunque un romanzo decisamente Houellebecquiano.

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La gallina è tornata.

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Gli inizi di DeSa, l’epopea di Salvatore Petrachi, il lato oscuro del Salento.

La nuova edizione cartacea nel Oscar Mondadori è nelle librerie e qui,l’audiolibro letto da FRANCESCO MONTANARI è in esclusiva su AUDIBLE con l’abbonamento (anche con prova gratuita di 30 giorni) o come acquisto singolo.

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PDR PODCAST

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 PDR è il mio nuovo podcast dove dialogo senza limiti di tempo e vincoli di attualità con artisti, scrittori, giornalisti, scienziati, sportivi e persone interessanti in generale, un luogo per provare ad uscire dall’automatismo delle risposte scontate e, spero, anche per far incontrare fra loro idee diverse e lontane. Tutto con la massima libertà di espressione.

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Un breve saggio su politically correct e ideologia Woke

Questo pezzo è apparso su Il Foglio il 3 Luglio 2021 – (Foto di Chip Somodevilla/Getty Images) 

Perché molti commentatori, giornalisti e politici faticano a capire che cosa ci sia di così fastidioso per tanti italiani nella pressante richiesta fatta ai calciatori della Nazionale di inginocchiarsi in omaggio al movimento Black lives matter? Perché non riescono ad accettare che si possa essere contro il razzismo e al contempo non sposare questa determinata forma di protesta? E’ una domanda a cui non è facile rispondere se non si prende in considerazione la natura di religione estremista che contraddistingue la cultura woke, una natura che in questa vicenda specifica si coglie da almeno due elementi, che sono poi quelli che probabilmente non convincono – a livello più o meno istintivo – anche la maggioranza della popolazione.

Il primo è la presunzione di colpevolezza universale, ovvero, in termini religiosi per l’appunto, il peccato originale. Ogni occidentale, e segnatamente ogni occidentale bianco, secondo il credo woke nascerebbe colpevole a priori di razzismo (e di sessismo e di omofobia), colpe delle quali, anche con tutta la buona volontà, non si potrà mai emancipare. Non conta il suo comportamento, non conta la sua responsabilità personale, il colore della pelle lo definisce in toto e lo definisce come colpevole. La sua perciò deve essere una vita contraddistinta dal senso di colpa, questa la sua croce, il suo destino e tutto questo in virtù della sua appartenenza razziale (è questa la direzione auto-contraddittoria che ha preso l’antirazzismo contemporaneo). Questa colpa ontologica – antitetica a una cultura della responsabilità personale – è ciò che sul piano geografico conduce alla pretesa di far travalicare al rito dell’inginocchiamento i confini della realtà sociale dove è nato (gli Stati Uniti, con la loro storia di schiavismo e segregazione), mutandolo in una più generica proposizione morale che per l’appunto presuppone una colpa condivisa, una responsabilità che da storica e locale diventerebbe presente, universale e inemendabile, tanto che anche da italiani non assecondare il rito sarebbe di per sé stesso un gesto di empietà e di colpevolezza. Andrebbe ancora bene se gli atleti potessero scegliere liberamente e individualmente se partecipare a questa ritualità – seppur così più invasiva di tante altre a cui hanno già acconsentito in passato (i nastrini per i lutti, i segni rossi sul volto contro la violenza sulle donne) – il problema sta tutto nel ricatto morale, nella pressione mediatica e nei rischi di perdere le sponsorizzazioni per chi decide in scienza e coscienza che, come lo scrivano di Melville, preferirebbe di no.

Quando una protesta diventa obbligatoria cambia la sua natura e da atto di solidarietà verso una rivolta altrui diventa imposizione e quindi, per definizione, si rovescia nel suo esatto contrario. Da qui quella sorta di obbligatorietà irritata che molti percepiscono, giustamente, come travalicante i confini di una protesta condivisibile e sentono invece come un atto di imposizione prepotente, peggio ancora come un atto di accusa del tutto immotivato nei confronti di chi vuole decidere le forme e i modi attraverso cui rappresentare la propria coscienza morale.

Le accuse generalizzate dei woke sono, a ben guardare, pesantissime e profondamente offensive. Nella loro ripetizione meccanica si perde l’assoluta gravità del fatto che per loro sia del tutto normale tacciare una larga parte della popolazione di razzismo (o sessismo, o omofobia) senza mai sentire su di sé l’onere della prova, questo però non toglie che si tratti di una generalizzazione violenta e inaccettabile: accusare qualcuno di razzismo è un processo lesivo della dignità altrui e questo non andrebbe mai dimenticato. Queste generalizzazioni arbitrarie sono però anche la pietra angolare dell’intero edificio woke: tutto crolla se solo si ricorda l’ovvio: essere nati di un determinato colore in una determinata zona del pianeta non significa in automatico essere colpevoli di ogni genere di nefandezza. Il razzismo autolesionista rimane comunque razzismo. Il credo woke con la sua pretesa di ridurre tutta la complessità dell’esperienza umana solamente all’apparenza a questa o quella categoria (bianco, nero, donna, trans, eccetera) è la più subdola e insidiosa fra le forme di razzismo.

L’idea che si possano non accettare le forme e i modi del culto woke e ciononostante non essere affatto razzisti (anzi, di fatto esserlo molto di meno), non è però, per l’appunto, contemplata. Le scelte offerte dai nuovi adepti, sempre più numerosi nel mondo dei media e della cultura, sono solo l’adesione completa o la profonda empietà. Da qui all’obbligatorietà il passo è naturalmente molto breve. Nel silenzio timoroso di ritorsioni economiche e sociali, vanno persi i distinguo, compresi i limiti e le criticità del movimento Black lives matter sul fronte interno, come i saccheggi sistematici, l’impennata di violenze nei quartieri neri a danno della popolazione nera (uno dei mantra di Blm è anche “Defund the police” togliere fondi alla polizia, non migliorarla), in particolare nei quartieri di Portland rimasti per mesi in mano ai manifestanti di Blm e senza polizia, zone dove il tasso di omicidi è schizzato alle stelle. Si oppone anche un anatema di impronunciabilità a chi fa notare la tribalità anti-illuministica del nome Black lives matter, preferito a All lives matter, slogan tanto più giusto e progressista da parere ovvio. Tuttavia anche questa semplice osservazione rispetto al nome è oggi considerata segno di massima eresia presso i credenti, non conta che il senso delle parole – se le parole hanno ancora un senso – sia fin troppo evidente: “All” è un sovra-insieme che contiene anche “Black” né conta che come concetto “Tutte le vite contano” sia molto più evoluto e includente, un vero obbiettivo a cui tendere: un mondo dove non conta più di che colore sia la pelle di una persona, non ci si fa neppure più caso perché sono altre le cose che contano. E’ questo uno dei tanti casi in cui il logos contemporaneo si piega al ricatto di appartenenza della tribù, alle presunzioni di malafede, agli straw man argument, insomma all’impossibilità di intraprendere una discussione razionale che vada oltre il ricordare a tutti che si è sempre dalla parte giusta.

Anni fa incontrai Frank Serpico nel nord dello stato di New York, mi raccontò che la sua attività principale era diventata fare da consulente per i parenti delle vittime della polizia. Seguiva omicidi sia di neri che di bianchi, la differenza principale, mi raccontò, era che nel caso dei bianchi era tendenzialmente più facile ottenere dei risarcimenti. Anche al di là dell’aneddotica, seppur di un esperto di settore, i dati parlano chiaro, in America i neri muoiono per mano della polizia percentualmente più dei bianchi, tuttavia anche i bianchi vengono uccisi a ritmi che in Europa non osiamo nemmeno immaginare. Insomma, il problema è articolato, riguarda anche la diffusione nella popolazione delle armi da fuoco, l’attitudine e l’addestramento della polizia americana, così come una concezione culturale specifica del rapporto fra cittadino e forze dell’ordine, la diffusione delle aziende private nelle gestione della sicurezza pubblica (a questo proposito può essere interessante leggere “Il dilemma dello sconosciuto” di Malcolm Gladwell), senza dimenticare le problematiche socio-economiche che rendono alcune zone delle città molto più esposte di altre al rischio di omicidio per mano della polizia. Insomma al netto delle diverse incidenze razziali che nessuno nega, il problema andrebbe affrontato complessivamente: davvero tutte le vite contano. In una situazione dai toni orwelliani molte persone negli Stati Uniti sono invece state licenziate per aver detto che come slogan avrebbero preferito All lives matter a Black lives matter (sorte toccata fra gli altri anche un radiocronista della Nba), tutto sommato quindi la pressione a cui sono stati sottoposti i calciatori italiani, per quanto espressione di questo nuovo maccartismo globale, rappresenta una fase meno intensa e precedente rispetto alle persecuzioni oggi apertamente in atto nel mondo anglosassone. Ogni giorno però l’Italia e l’Europa si avvicinano all’America.

Il credo woke ha nel capitalismo corporate il suo alleato d’elezione, perché niente torna comodo a una multinazionale quanto dare una passata superficiale di colore “inclusivo” alla comunicazione del suo brand garantendosi così maggiore benevolenza su tutto il resto: dalle condizioni dei lavoratori, alle responsabilità ambientali, alle pratiche monopolistiche. Una larga parte del sistema economico oggi ha imparato a temere le capacità di boicottaggio della minoranza woke ma sa anche che, se accarezzato dal lato giusto del pelo, questo nuovo radicalismo può rivelarsi un volano con pochi uguali per garantire affari e un sostanziale lasciapassare per le malefatte che non rientrino nel cono di attenzione dei moderni sacerdoti dell’inclusività. Per non sbagliare, gli influencer più importanti vengono comunque messi spesso sotto contratto come brand ambassador attraverso accordi che limitano la loro libertà di espressione sulle attività delle multinazionali per cui lavorano. Nel suo “Skin in the game”, Nassim Taleb ricorda che nel capitalismo avanzato vige, per motivi di mera efficienza economica, il primato della “minoranza ostinata”, in buona sostanza per quanto possa sembrare contro-intuitivo a una minoranza molto determinata basta raggiungere il 3-4 per cento della popolazione per costringere la maggioranza ad adeguarsi alle sue esigenze.

Un esempio? La limonata kosher. Laddove il costo per produrre una limonata kosher è simile a quello della limonata non kosher e i consumatori kosher raggiungono almeno il 3-4 per cento del mercato, tutti i produttori di limonata assennati produrranno limonata kosher, in genere certificata attraverso un marchio che verrà notato solo da coloro che consumano kosher (negli Stati Uniti è una U stampata vicino agli ingredienti). In termini tecnici quello che abbiamo qui è un gruppo intransigente (la minoranza) e un gruppo flessibile (la maggioranza). Una dinamica simile a quella della limonata kosher negli Stati Uniti la osserviamo nelle carni halal in Gran Bretagna. Ora, questi sono esempi di produzioni alimentari ma la stessa dinamica si può applicare alla pressione degli attivisti woke a favore di una censura del linguaggio, del licenziamento di persone che esercitano la loro libertà di espressione e altre cosiddette battaglie inclusive. La maggioranza della popolazione ritiene che siano esagerazioni ma ha altro a cui pensare, teme ritorsioni e in fondo pensa che si tratti comunque di esagerazioni a fin di bene. Finché, naturalmente, non arriva il loro turno. Non è in corso quindi nessun rinascimento inclusivo, né alcun cambiamento nella sensibilità popolare: si tratta di un meccanismo di mercato capitalista. In sostanza stiamo parlando, almeno finché i costi rimangono equiparabili, di una sorta di dittatura nascosta delle minoranze. La battaglia attorno alle parole segue la stessa logica: non è certo delle più costose in termini produttivi – una pubblicità costa grossomodo uguale che sia censurata o meno – quindi rientra in questa dinamica. I costi culturali e democratici sono in compenso elevatissimi, perché il linguaggio è un bene comune e il fatto che venga preso in ostaggio dalle minoranze ideologizzate genera danni collettivi pesanti e finisce per cambiare l’essenza stessa del nostro sistema politico. Si pensi a come in pochi anni minoranze risicatissime ma ostinate siano riuscite a far passare diverse aberrazioni linguistiche anche nella lingua italiana.

In virtù di questo genere di meccanismi il marketing corporate è una delle grandi forze propulsive storiche del wokismo, come ha colto in profondità anche Bret Easton Ellis nel suo “White”. L’altro fattore centrale nell’affermazione del wokismo è stata la diffusione dei social network. Marketing aziendale e social network rappresentano rispettivamente il braccio strutturale e quello sovrastrutturale del culto woke, d’altronde non si è mai vista una religione che si sia affermata senza incarnare le esigenze strategiche delle parti sociali più influenti del proprio tempo o senza che i suoi contenuti avessero la giusta fitness evolutiva rispetto alle caratteristiche dei media più diffusi. Questo concretamente significa che le religioni si adattano ai mutamenti dei mezzi di comunicazione, per cui se in una società della tradizione orale è importante essere degli abili racconta-storie attorno al fuoco o stratificare efficaci narrazioni metaforiche all’interno dei riti sacrificali, in quella della scrittura è centrale la redazione di testi sacri, in quella della stampa e della televisione è importante un controllo dei media di massa. La società dei social network non fa certo eccezione e la sua architettura premia coloro che sanno avvantaggiarsi della dinamica vittimaria e del rogo primordiale del capro espiatorio perché è questo il modo con cui le piattaforme massimizzano il tempo che gli utenti passano esposti alle pubblicità. In un certo senso nella scala della storia si tratta di un’involuzione messa però in atto con ampio dispiegamento di tecnologie raffinatissime. La disintermediazione per molti aspetti primitivizza e appiattendo ogni cosa riporta allo stato originario di guerra di tutti contro tutti. La figura centrale dell’epoca woke è la vittima sacra, che ha sostituto quella del vincente, dell’uomo pio o dell’uomo virtuoso delle epoche precedenti. Il cambiamento è agevolato dal meccanismo di denuncia perpetua dei social network, ambienti in cui l’incentivo numero uno per ottenere l’attenzione è la denuncia di qualche malefatta subita, sempre nel codice più binario, immediato e bianco e nero possibile. Il meccanismo è ciclico per cui la vittima di oggi può facilmente diventare il capro espiatorio di domani, come vediamo accadere più o meno quotidianamente.

sacerdoti supremi di questo meccanismo in virtù del quale l’indignazione genera attenzione che a sua volta genera denaro, sono naturalmente gli influencer. Proprio su queste pagine è apparso un bel racconto di Michele Masneri a proposito di un suo scontro con l’Estetista cinica. Dai dettagli della storia emerge il ritratto di un’industria che sul mercato dell’indignazione prospera, inscena scientificamente una sorta di wrestling morale, dove l’indignazione forse non sarà genuina ma di sicuro genera engagement e aumenta i fatturati. Curiosamente, nonostante la brillantezza del suo pezzo e la durezza dell’esperienza subita, Masneri ironizza sull’“improbabile dittatura del politicamente corretto” senza cogliere come le due cose siano fra di loro legate in maniera indissolubile: il vittimismo è precisamente la radice filosofica del politicamente corretto. Il secondo non può esistere senza il primo. Il secondo segnale che l’affaire inginocchiamento ci offre rispetto alla natura religiosa del wokismo è fin troppo chiaro e sotto gli occhi di tutti: è l’atto dell’inginocchiamento in sé.

Poche cose sono più potenti di un’analogia quando si tratta di sintetizzare concetti complessi e c’è qualcosa di fin troppo evidente nella radice teologica nel gesto di inginocchiarsi di Black lives matter. Nella nostra cultura ci si inginocchia solamente di fronte a Dio (o almeno così fanno i credenti) o in situazioni estreme in cui la dignità personale viene messa da parte per gli scopi superiori, come la richiesta di perdono o per una proposta di matrimonio. Pentimento o amore, non proprio due motivi banali, come è giusto che sia perché l’inginocchiarsi è un’infrazione piuttosto pesante alla dignità di un uomo o di una donna propriamente detti. L’espressione “con la schiena dritta” esprime l’altro estremo, quello auspicabile, della metafora fisico-morale. Non ci si inginocchia a cuor leggero, con buona pace di tutti i commentatori che dicono “cosa costerà mai inginocchiarsi”. Dipende, temo, da quanto valore si dà alla propria dignità personale, alla simbologia corporea, al potere delle metafore, all’idea che sia importante chiedere scusa ma solo quando si sia veramente colpevoli di qualcosa, altrimenti si tratta di una banalizzazione o di una subdola forma di sopraffazione. Per altro è piuttosto ironico che questa propensione a inginocchiarsi come si trattasse di bere un bicchier d’acqua arrivi da un culto la cui origine filosofica affonda nel post-strutturalismo francese. Era proprio Michel Foucault, infatti, a parlare di corpi docili, forgiati dai regolamenti invasivi delle istituzioni pubbliche e private, istituzioni che attraverso il governo dei piccoli gesti quotidiani arrivavano a dominare le menti e i cuori degli uomini a loro sottoposti. Su questo Foucault aveva ragione e l’obbligo di inginocchiamento non fa eccezione: è ginnastica mentale oltre che fisica ed è una metafora di sottomissione, come lo sono ogni piccola e grande prepotenza a cui i woke vogliono sottoporre, attraverso leggi, regolamenti e ricatti occupazionali, il resto della popolazione.

Tutto questo scompare però nella capacità di unire queste contraddizioni all’interno di un principio unificante, l’idea cioè che tutte queste dinamiche – che contengono i semi di una deriva autoritaria – siano in fondo meno importanti dello scopo, in questo caso l’eliminazione del razzismo. Che questo modo intollerante, settario e tribale di provare a risolvere questi mali sia l’unico possibile e che sia in qualsivoglia modo efficace è qualcosa su cui però non ci sono dubbi di sorta: non solo non funziona ma fortunatamente non è nemmeno l’unico modo. L’illuminismo con i suoi ideali di uguaglianza di fronte alla legge è un modello universale non perfetto ma infinitamente superiore dal punto di vista sia della raffinatezza teorica sia dell’efficacia pratica. Ci sono cioè modi migliori di cercare di eliminare il razzismo, il sessismo e l’omofobia, ad esempio smettere di giudicare una persona prima di tutto sulla base del suo colore della pelle, del suo sesso o del suo orientamento sessuale. Un nero non è necessariamente una vittima sacra, un bianco non è necessariamente un carnefice fascista: sono esseri umani. Ai woke piace raccontare l’inclusione come il risultato delle sue battaglie ma prima dell’esplosione del culto questa era già la direzione a cui era avviato da tempo l’Occidente, con risultati sempre più incoraggianti. Che ogni cosa si possa risolvere dall’oggi al domani e che il sistema sia in toto disfunzionale in ogni sua manifestazione e intenzione, è invece la tipica convinzione massimalista woke (proprio come il postulato del razzismo universale), frasi che suoneranno bene su Instagram ma non hanno alcuna aderenza con l’effettiva realtà delle cose. La direttrice di Quilette, rivista americana che si occupa di documentare la deriva totalitaria del wokismo, ha detto a proposito della Critical race theory (il capitolo del wokismo che si occupa di razzismo) che “l’etichetta di “teoria” non dovrebbe essere applicata a un gruppo di assiomi che hanno un livello di sofisticazione superato da molti bambini dell’asilo”. Questa sua semplicità apodittica, unita all’efficacia del ricatto morale e al timore di ripercussione professionali, è però precisamente anche la sua forza nell’ambiente informativo digitale in cui viviamo.

C’è anche un’altra questione che va considerata nel successo di Blm e del movimento woke presso le élite bianche occidentali (sappiamo dalle ultime elezioni americane come il wokismo stia allontanando l’elettorato nero dai liberal, è insomma del tutto controproducente rispetto ai suoi scopi ufficiali); da critica sociale il wokismo è passato a neo-religione primitiva per molti motivi ma anche, e forse soprattutto, per riempire un vuoto. Jordan B. Peterson, il più colto e lucido fra i critici dell’ideologia woke, è stato il primo a notare come questo culto sia esploso fra le fila dei figli dei baby boomer liberal, esponenti della classe media culturale occidentale in via di scomparsa – almeno dal punto di vista economico – individui privi di una seria posizione socio-economica nel mondo e di una religione, aperti all’universalità del desiderio ma con risorse limitate in maniera grottesca rispetto all’ampiezza delle loro aspettative, oltretutto afflitti spesso da un radicale senso di colpa per una vita vissuta sui patrimoni dei genitori. Una popolazione con delle caratteristiche ideali per il fiorire del fanatismo woke, fenomeno che delle religioni seleziona alcuni dei tratti peggiori ma se non altro ha il pregio di fornire ai suoi adepti delle mappe morali, una prospettiva di senso, per quanto con forti tratti persecutori e una intensa pulsione autodistruttiva. Il risultato paradossale è che oggi questa fascia di persone estromessa brutalmente dalla classe media sembra avere come prima preoccupazione politica l’esistenza di un patriarcato estinto in realtà ormai da decenni.

Un limite del dibattito pubblico occidentale nei riguardi dello studio delle religioni è il concentrarsi in maniera grossomodo esclusiva sulle violenze e le discriminazioni che le maggiori fedi hanno agevolato lungo la storia, dimenticando spesso di aggiungere all’equazione anche i loro effetti benefici, come la riduzione della conflittualità interna, lo sviluppo di un’etica pubblica e quello delle arti, solo per citarne alcuni. Lo stesso concetto di uguaglianza fra gli esseri umani era un’assoluta novità storica quando fu introdotto dal cristianesimo. Questo buttare via il bambino con l’acqua sporca ha fatto in modo che si sottovalutasse l’alto tasso di antifragilità contenuto nella tradizione, il fatto, in sostanza, che le religioni, essendo stratificazioni secolari quando non millenarie di strategie di sopravvivenza evolutive, siano passate attraverso un meccanismo di affinamento e miglioramento lunghissimo, orientato a eliminare gli eccessi e selezionare gli aspetti più stabili. Ora, tutto questo è difficile da cogliere non solo per un discorso storiografico ma anche perché i cambiamenti tecnologici degli ultimi due secoli hanno totalmente mutato il nostro immaginario, relegando progressivamente le religioni tradizionali in un angolo piuttosto tristanzuolo e celebrando a senso unico il nuovo. Ci sono poche cose che oggi appaiono così fuori dal tempo e uncool come un prete, forse solo un prete che cerca di rimanere al passo coi tempi. Consolerà forse i credenti sapere che le cose non vanno poi tanto meglio per i filosofi atei: il presente è più che religioso, è bigotto di un bigottismo nuovo. Il punto è che non sa di esserlo. L’immaginario va tutto in una nuova direzione come dimostra il felice matrimonio fra le industrie della moda e dello spettacolo con il wokismo. Il tribalismo e la discriminazione si coprono con le pelli del loro contrario, si ammantano di valori che in realtà rinnegano. In questo sta tanta parte della sua insidiosità. Il wokismo ha, come ho sostenuto qui sopra, i tratti di una religione estremista e radicale, ma è anche un fenomeno giovane a sufficienza perché gli manchi quel lungo percorso evolutivo che lo porterebbe o a estinguersi o a mitigarsi, a migliorare cioè la propria sostenibilità.

Religione laica senza una storia alle spalle, il woke al momento ricorda per certi aspetti quei meccanismi infernali di pensiero – la gara a chi è più puro, la delazione come regola, l’idea di creare da zero un’umanità nuova – che hanno contraddistinto i totalitarismi del Novecento. In “Arcipelago Gulag” di Solgenitsin vediamo in atto molti meccanismi simili a quelli implementati dal wokismo e della cancel culture, con la principale differenza che a oggi mancano al woke gli esiti violenti. In compenso sono già in atto la spogliazione delle persone dei loro diritti, della loro dignità professionale e la caduta nell’ignominia e nell’impossibilità di svolgere il proprio mestiere per essersi macchiati di quelli che sono sostanzialmente reati di pensiero. Tutto questo è un attacco alle fondamenta della società liberale occidentale, rispetto alla quale il diffondersi del wokismo – con i suoi ricatti morali subdoli, la sua alleanza con le forze produttive, la sua doppia morale – è una minaccia esistenziale con pochi precedenti, un ritorno al fascino antico della tribù. E’ difficile tuttavia che il wokismo duri a lungo nel tempo, gli esiti più probabili sono la sua graduale estinzione o un rafforzamento della sua egemonia culturale che molto probabilmente porterebbe, per effetto della sua elevata tossicità, al definitivo tramonto dell’Occidente. In entrambi i casi difficilmente potrà essere un fenomeno duraturo nei termini in cui si presenta oggi: nessuna società può reggere una deriva al contempo ultra-ideologica, anti-scientifica, anti-religiosa e tribale; non le rimarrebbe niente su cui basarsi e finirebbe per mangiarsi da sola. La prima opzione, l’estinzione del culto, è naturalmente quella che mi auguro, ma in ogni caso non si tratterà di un processo rapido e perché accada sarà necessario l’emergere di un nuovo sistema di senso che rinnovi le promesse illuministiche non solo nelle menti ma anche nei cuori. Un compito che oggi appare di una difficoltà assoluta. C’è, insomma, più di qualche motivo per non prendere affatto alla leggera il dilemma dell’inginocchiamento e ce ne sono di certamente validi per rifiutare l’equivalenza anti-woke=razzista. Il più delle volte è vero l’esatto contrario.

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IL PARADIGMA CHIARA FERRAGNI

(una versione più breve di questo pezzo è uscita sull’inserto culturale de Il Foglio il 4.01.2020 – Foto LaPresse)

Rispetto a Chiara Ferragni le reazioni più comuni sembrano essere due: interesse accompagnato da quella trasognata ammirazione di superficie che si riserva alle vite inaccessibili ai più (sul genere insomma delle “vite dei reali”, ma modernizzato) oppure l’odio generato dall’invidia, dal rancore, dall’esclusione. Personalmente credo di far parte di una terza fazione, la minoranza, comunque cospicua, di coloro che messi di fronte al racconto articolato su più canali della vita di Chiara Ferragni più che odio provano soprattutto noia.

La visione del documentario prodotto da Amazon Chiara Ferragni Unposted mi risulta cioè prima di qualsiasi altra cosa noioso in forma davvero quasi insopportabile mentre – sembra assodato anche dall’esistenza del documentario stesso – milioni di persone dentro questi brandelli di pose, sezioni di vite quotidiane e problemi che si fa anche fatica a chiamare tali (quali scarpe mi metto? Queste o quelle?) devono senz’altro vederci un valore d’intrattenimento. Un mistero che invita alla riflessione visto che la risposta “sono tutti idioti” non è una risposta quanto piuttosto, questa sì, un’idiozia. Quello che segue è quindi un umile tentativo di decifrazione.

Prima di tutto Chiara Ferragni è simpatica, di una simpatia semplice da ragazza lombarda comune e con un forte accento. Come la maggior parte delle icone pop la Ferragni sembra un po’ più intelligente della media (non geniale ma certo non stupida), un po’ più bella della media (non di una bellezza paralizzante ma certo non brutta), dotata di amiche che parlano proprio come le tue amiche e di quegli amici gay e cool che tante ragazze di provincia vorrebbero avere per sentirsi nella grande città o dentro una serie tv. Se la rockstar di un tempo era una persona dotata di almeno un talento artistico eccezionale e grazie a esso aveva accesso a una vita pazzesca, Chiara Ferragni è più simile alla tua amica carina scaraventata dentro una vita da star senza che si capisca bene il perché. O almeno questo è il messaggio. Dentro questa vita pazzesca la Ferragni fa esattamente quello che farebbe la tua amica. È il vecchio archetipo from rags to riches del cinema hollywoodiano o la riproposizione del gioco a premi televisivo. Perché Chiara Ferragni potresti essere anche tu e senza bisogno di imparare a cantare o recitare o, ancora, ricevere in eredità milioni di dollari. Non è vero, ma tutto cospira per fartelo pensare.

In un piccolo siparietto la Ferragni racconta, subito prima di incontrare Paris Hilton, di aver letto un libro in cui l’ereditiera insegnava come essere una milionaria. Quello che conta però è la battuta successiva dove la Ferragni dice pressappoco “tralasciando il fatto che devi avere i milioni”. Scena successiva davanti alla casa über-kitsch dei cani della Hilton e Fedez chiede, in italiano, “Ma ci pagate l’Imu?”. In un’altra scena una modella saluta la Ferragni e subito Fedez fa un video in cui dice “e poi lei ha salutato Chiara e anche me” tutto emozionato. La cifra dunque è evidente: sono due simpatici inadatti, fanno cose semplici e sono inopportuni quanto l’italiano che diventiamo più o meno tutti quando siamo all’estero. Permettono di sognare cose banali ma proprio per questo condivise. Soprattutto hanno creduto in sé stessi quando tutti li criticavano e guarda ora dove stanno. Insomma, successo a parte, sembrano quasi identici al loro pubblico.

La seconda caratteristica della vita da star senza essere delle star in un campo specifico è che Ferragni e il suo staff sembrano dei travet in trasferta. Tutti MacBook e pianificazione, sono prima di tutto imprenditori dell’immagine, il sogno milanese nella sua accezione più diligente. Stanno a Los Angeles o a Miami ma non danno mai l’impressione che finite le riprese si drogheranno, faranno del sesso di gruppo, né berranno molto o faranno altre cose stupide ma epiche per poi ritrovarsi il giorno dopo in un hangover clamoroso a sorvolare l’oceano su un volo privato e pensare alla semplice, rassicurante ma ormai irrimediabilmente lontana, ingenuità dei loro giorni poveri. Questi cliché sulla vita da star appaiono irrimediabilmente sorpassati.

Ferragni e i suoi sembrano perfettamente pacificati, capaci di vivere adagiati e iper-professionali sopra un inesauribile flusso di endorfine, like, consigli di amministrazione e branded content, la tristezza appare una sensazione confinata, in dosi omeopatiche, a quei giorni in cui hai poche proposte di sponsorizzazione. Per capirci, il trauma fondativo nel documentario è il divorzio dei genitori, first world problem per antonomasia. L’unico nemico sono gli haters, categoria sommamente fastidiosa, è vero, ma ormai lo sanno anche i bambini: è soprattutto gente che rosica.

Questa medietà positiva e inoffensiva, senza scossoni, è precisamente quello che piace ai brand che vogliono accesso ai milioni di followers senza complicazioni: messaggi semplici, controllati, mai controversi, il più possibile universali, quindi minimi. I due livelli, verità e finzione, sembrano fondersi fino a perdersi l’uno nell’altro grazie al minimo comune denominatore della medietà assoluta. Non la medietà economica o di riconoscibilità – si capisce che non è questo il caso – ma la medietà di pensiero nel senso di complessità del rapporto con l’esistenza. Bisogna prendere in considerazione l’ipotesi che il documentario non dica in fondo molto su Chiara Ferragni non tanto per le mancanze della regista quanto perché forse non c’è molto altro da dire e che questa mancanza di contenuti associata a un’amabilità di superficie – a matrice universale – sia precisamente l’origine del successo planetario della protagonista e in fondo sia anche l’unico tema che valesse la pena di affrontare parlando della Ferragni.

Che una narrazione appaia del tutto priva di polarità negative è però una sorta di novità storica. Ogni cultura umana è stata sempre caratterizzata trasversalmente dalla convinzione che l’atto fondativo del raccontare storie avesse bisogno di una certa dose di drammi e di ostacoli, di difficoltà e di sconfitte, assieme a qualche vittoria strategicamente posizionata. L’empatia che le storie sono in grado di generare si è sempre basata anche sulla condivisione della difficile condizione umana. Si conquista Troia, sì, ma a che costo. Si raggiunge la Terra Promessa, ma non è un viaggio che rifaresti volentieri. In questa specie di racconto a bassissima intensità che invece è la vita condivisa di Chiara Ferragni non c’è traccia di autentica drammaturgia (l’apice sono degli eventi rappresentati come monadi perfette e confezionate: il matrimonio, la nascita del figlio), c’è in compenso una ragazza un po’ sopra la media per alcuni aspetti che parla ossessivamente di sé, articola la sua visione del mondo in assunti che paiono presi di peso dai dialoghi di una soap.

Un codice verbale il cui apice si raggiunge nella ricostruzione dello scontro/cancellazione dalla vita della Ferragni del primo fidanzato e co-fondatore del piccolo impero aziendale, un episodio che si articola su un numero quasi letale di frasi fatte del tipo “non conosci mai veramente le persone” o il momento in cui lei confessa al collaboratore che se è riuscita superare questo (ovvero la nascita del primo figlio) può superare qualsiasi altra asperità. Al mondo nascono ogni anno circa 130 milioni di bambini, la nascita di quello della Ferragni però più che come un fatto umano con una sua importanza emotiva ed esistenziale viene tratteggiato con la deferenza reverente con cui si narrerebbe un evento che divide le acque. Il risultato è una caricatura, una soap opera, appunto.

Chiara Ferragni si muove per luoghi iconici, indossa vestiti costosi e per alleggerire il tutto non perde mai la sua già citata inadeguatezza da ragazza di provincia. Per altro anche nel vestirsi non sembra seguire una direzione stilistica precisa o, parrebbe, conscia. Nei filmini di famiglia della giovane Chiara si vedono viaggi in giro per il mondo e una bambina felice, tutto sotto lo sguardo costante di una telecamera. La sua vita da influencer appare come una continuazione monetizzata di quei filmati. Non sembra esserci in palio nessun altro valore aggiunto per lo spettatore oltre al piacere di osservare dal buco della serratura un tipo di felicità che sembra presa di peso dalle promesse delle pubblicità e che, infatti, diventa pubblicità a sua volta.

Forse conta che sia tutto immediatamente a portata di dito mentre le storie a cui eravamo abituati richiedevano tempo ed energie cognitive per essere consumate e comportavano l’esposizione ad effetti collaterali come l’emergere di una certa tristezza, della sensazione che la vita sia in fondo fin troppo dura o anche soltanto un po’ malinconica. È possibile che sia necessario allargare lo sguardo e pensare al tipo di fruizione che viene fatta dei contenuti prodotti da un influencer: spezzettati e inframmezzati alla vita del follower, quasi senza una vera soluzione di continuità.

Un’ipotesi è quindi che il racconto della Ferragni sia perennemente positivo e non conosca polarità negative perché queste ultime sono già contenute, e in abbondanza, nella vita dei possessori dei telefoni dove scorre la sua vita idealtipica. L’atto di sbloccare l’iPhone ogni dieci minuti, spiare Instagram e poi rimettere tutto in tasca mentre il capo parla, finisce quindi per far sbiadire ulteriormente, fino quasi a scomparire, i confini fra la realtà e la rappresentazione. Secondo questa direzione d’indagine la vita della Ferragni e dei suoi colleghi sarebbe l’ultima versione disponibile, la più avanzata, di quella sorta di opera d’arte totale che nasce dalla progressiva unione di autore e fruitore.

Osservando quindi dalla giusta distanza l’immutabile legge della narrazione sembrerebbe ristabilita: la vita è difficile ma ci sono anche dei bei momenti. La differenza è che si tratta di un racconto scisso: l’influencer porta all’economia della storia solo le polarità positive, mentre il follower apporta le polarità negative. Dall’unione nasce la storia condivisa: l’influencer è sempre anche un po’ un amico virtuale.

Ma che dire della polarità positiva? Avanza nella mente dello spettatore del documentario l’ipotesi finale, quella più angosciante, ovvero che questi giovani e abili imprenditori della medietà siano in fondo perfettamente felici così – nel loro perenne stato di negazione di qualsivoglia difficoltà – e che tutta quella insoddisfazione e ineliminabile turbamento che hanno accompagnato la storia umana fossero in fondo una questione di cattiva organizzazione. Fossero cioè l’eredità di padri e madri che crescevano i figli dentro paradigmi culturali disfunzionali, della mancanza di medicinali, di cattiva alimentazione o di stili di vita scorretti, abuso di droghe, poco movimento fisico, nessun like sui social, redditi troppo bassi. Risolte tutte queste cose – nel caso dei like risolte alla grande –, disciolta ogni ideologia con le sue inevitabili incrostazioni, gli ostacoli alla felicità sembrano improbabili o, meglio ancora, del tutto incomprensibili. La chiamavano poesia, ma era indigestione, parlavano di tragedie ma la realtà è che non avevano un buon personal trainer. È un’ipotesi che prende piede ogni giorno di più in Occidente e, bisogna concederlo alla scienza, nemmeno fra le più assurde.

Alla fine arriva però l’unico momento di verità del documentario a smentire l’ipotesi di una novità antropologica così radicale, l’idea, cioè, di una pacificazione assoluta. È la confessione – in lacrime – dell’ansia esistenziale di Chiara Ferragni rispetto alla prospettiva di non essere nessuno, di non lasciare un segno in questo mondo. Un turbamento con il quale per la prima volta è possibile sentire qualcosa che risuona (il richiamo profondo di una verità sulla condizione umana), una tensione che la Ferragni risolve con una strategia perfettamente simbolica del tempo storico: di fronte alla sua assoluta intercambiabiltà, alla sua mancanza di talenti che giustifichino uno stato di eccezionalità, Chiara coagula abilmente consenso attorno al racconto di una medietà assoluta e attraverso questo consenso, questo esercito di like e di occhi in osservazione da rivendere ai brand, raggiunge uno stato di decisa negazione della medietà: diventa una star. I fan la amano, ma se c’è proprio una cosa che Chiara Ferragni non voleva nella vita è essere come i suoi fan. I fan, d’altro canto, sono d’accordo: non è un granché essere loro. Complessivamente il messaggio è di un nichilismo assoluto e come tale perfettamente in tono con l’epoca. Va da sé che come detto la Ferragni sia in realtà un po’ sopra la media in praticamente ogni campo, ma giusto quel tanto che basta per rimanere comunque credibile nella recita della medietà assoluta.

Questa recita digitale della medietà come via maestra per lo stato di eccezione, per il raggiungimento di fama e di riconoscibilità – la negazione esatta della medietà anonima – sta al cuore della nostra epoca, è lo stesso meccanismo alla base del consenso dei politici populisti e rappresenta l’uso più efficiente dell’ecosistema digitale. È la differenza che si crea nell’atto di negare ogni differenza. La tecnologia, ancora una volta, dà la forma alla sovrastruttura culturale, la determina in maniera ineluttabile. Alla fine della visione del documentario ho ripescato questa poesia di Michel Houellebecq, perfetta, credo, per chiudere un pezzo su Chiara Ferragni unposted:

Sono in un sistema liberale

Come un lupo in un terreno incolto,

Mi adatto relativamente male

Cerco di non fare storie.

(…)

Sono a metà delle vacanze

Come un attore senza sceneggiatura,

Ma so che altri danzano

E che si riprendono con la telecamera.

Qualche storia, tuttavia, mi sembra qui di averla fatta.

I segreti di Succession

 

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da Il Foglio del 20/12/21

In questo momento nessuna serie tv fonde realtà e finizione meglio di Succession, il prodotto di punta di Hbo la cui terza stagione si è appena conclusa con due puntate girate interamente in Italia, fra Toscana, Milano e Lago di Como. Nata dalla penna di Jesse Armstrong la serie racconta le vicende di una famiglia – i Roy – a capo di uno dei più grandi gruppi mediatici del mondo, un clan pensato, almeno inizialmente, per assomigliare a quello dei Murdoch. Come nel caso dei Murdoch l’impero è globale, c’è un figlio di primo letto praticamente estraneo al business (nella serie è Connor, un anarco capitalista non dei più brillanti) e tre figli di secondo letto chiamati a contendersi il business del padre.

Le analogie non si fermano qui: Waystar-Royco, il gruppo dei Roy, possiede l’ATN, un canale d’informazione conservatore che assomiglia a Fox News, compra Vaulter, un’azienda digital che ricorda Vice, e viene coinvolta in uno scandalo che sembra alla lontana quello delle intercettazioni che coinvolse i Murdoch in Inghilterra. Elementi caratteriali e cenni biografici dei Murdoch si ritrovano anche nei singoli personaggi di Succession, mischiati però a cose inventate o prese dai membri di altre grandi famiglie del mondo dei media. Sappiamo che Elisabeth Murdoch è una fan dello show, così come lo è Jerry Hall, la quarta moglie di Rupert, il che è rilevante specie se si considera che non si tratta in alcun modo di una serie agiografica.

Ogni cosa in Succession è studiata al millimetro, esistono pagine Instagram che censiscono ogni singolo capo d’abbigliamento o accessorio che appaia nella serie, sono studiati persino gli sfondi degli iPhone dei protagonisti anche se in video appaiono solo per una frazione di secondo, così come ci si può fare qualche risata mettendo il fermo immagine e guardando i sottopancia dei servizi ATN che appaiono sui televisori sullo sfondo di alcune scene. Al di là degli easter eggs per i maniaci, lungo le sue tre stagioni la serie ha creato tutta una serie di stilemi che contribuiscono alla sua immediata riconoscibilità. Prima di tutti il grande sfoggio di aerei, elicotteri e yacht privati grandi come navi da crociera. I mezzi produttivi di Succession sono faraonici ma, seppur centrali alla ricostruzione della vita di una famiglia di miliardari, da soli non basterebbero: è la cura nella psicologica dei personaggi ciò che rende Succession il miglior show televisivo del momento.

Il padre, Logan Roy, è l’uomo che ha costruito l’impero; ormai ottantenne e con una salute malferma deve nominare un successore. Uomo spregiudicato, straordinariamente abile nelle trattative, nelle politiche di acquisizione e nei rapporti con la politica, Logan è tutt’altro che stupido ma non riesce a farsi una ragione delle diverse fragilità dei suoi figli, né a instaurare con loro un rapporto funzionale.  Tolto “l’idiota” Connor, i tre figli papabili per la successione hanno tutti problemi apparentemente insormontabili: il maggiore, Kendall, ha studiato a lungo la materia ma ha avuto anche problemi con le droghe e, più rilevante, manca di killer instinct e forse anche di lungimiranza imprenditoriale. Kendall è anche il re incontrastato di un sentimento contemporaneo il più delle volte evocato a casaccio ma che nel suo caso è invece perfettamente adeguato: il cringe, ovvero lo stato d’animo che evoca colui che non coglie la sua inadeguatezza o si produce in comportamenti che non hanno alcun senso in un determinato contesto, come mosso da un segreto desiderio di auto-umiliazione.

Il secondo figlio è Roman, tagliente come uno stand up comedian e probabilmente il più intelligente dei tre dal punto di vista del business, è però anche quello che un tempo si sarebbe definito “un degenerato”: onanista compulsivo, è molto attratto dalle donne più anziane con cui lavora e per nulla da quelle più giovani che frequenta. Per quanto basti sempre molto poco per liberarsi di lui, di questi tempi Roman è una specie di bomba sul punto di esplodere e vive protetto da un cordone sanitario di costosi NDA (accordi di riservatezza) che gli avvocati di famiglia fanno firmare alla persona di turno. Ha inoltre un gigantesco complesso di inferiorità verso il padre che non gli permette di confrontarlo direttamente.

Non va meglio con Shiv, la figlia femmina è un coacervo di contraddizioni persino peggiore dei fratelli. Inizia la serie lavorando come stratega per dei politici democratici che vedono suo padre come Satana, Shiv pensa di essere molto più intelligente di quello che realmente è, ha un marito-trofeo che tradisce e tratta come uno schiavo castrato. Rispetto ai fratelli manca anche di capacità di analisi perché è accecata da un moralismo woke che le impedisce di vedere la realtà delle cose, ma, per sua sfortuna, non le impedisce di credere di averle capite meglio di tutti, il che la conduce regolarmente a risultati disastrosi.

La successione al trono avviene in un periodo in cui l’espansione durata decenni della Waystar-Royco si è fermata per via del successo sul mercato delle aziende tech che rubano ai media tradizionali gli “eyeballs”, ovvero le paia d’occhi, il tempo d’attenzione: l’oro della contemporaneità. Insomma i figli si fanno la guerra per prendere il controllo di una nave che sta rapidamente affondando. Posizionandosi in un punto decisamente strategico della storia – quello del passaggio dalla società della tv e dei giornali a quello del digitale e delle piattaforme – Succession racconta una crisi che tolti i gli aerei privati, le ville e gli altri lussi, assomiglia a qualcosa di cui molti hanno fatto o stanno facendo esperienza: il rallentamento complessivo dell’Occidente, la brusca riduzione delle aspettative, una lampante iniquità generazionale, seppur vissuta generalmente nel confort.

Succession tuttavia non è una serie moralista o di denuncia è qualcosa di più simile a un dramma shakespeariano declinato nella modernità e con frequenti incursioni nella dark comedy. Che il tono della serie sia complesso e articolato si capisce anche dai pareri degli attori: secondo Kieran Culink (Roman Roy) è una commedia, secondo Jeremy Strong (Kendall Roy) è un dramma. La verità è che hanno ragione entrambi e l’abilità di Jesse Armstrong e della sua writer’s room nel far convivere armoniosamente i generi senza scivolare nel grottesco ha dell’impressionante.

La modernità di Succession non sta però solo in questo compenetrarsi dei generi – una caratteristica comune a molte delle migliori serie della golden age della tv – ma anche nella capacità di utilizzare degli archetipi profondi ed eterni raccontando fatti, realtà e linguaggi strettamente contemporanei. Tutta la serie è intrisa di riferimenti alla mitologia e all’età classica, dal figlio Roman saltuariamente chiamato dal padre Romulus, ai discorsi alla memorabile cena con la famiglia rivale dei Pierce, snob possessori di un gruppo mediatico progressista che i Roy stanno cercando di acquisire, fino agli elmi corinzi nell’ufficio di Logan e alla puntata intitolata “Argestes” dal vento greco che spazza le nuvole. Succession vive del contrasto fra queste premesse archetipali, profonde, eterne e dialoghi che alternano battute troppo acute e intelligenti per essere vere – alla Aaron Sorkin, cioè – a momenti di profonda, realissima, inadeguatezza contemporanea. Non è un caso che nella terza stagione due puntate abbiano lo stesso titolo di libri per bambini e in una scena Logan legga a un nipote una storia che ricorda le vicende di Kendall, suo figlio e il padre del bambino.

Gli eredi Roy sono precisamente bloccati nel rito di passaggio contenuto all’interno del mito, sono prigionieri di un’infanzia infinita, una condizione di cui non hanno però alcuna contezza, il che naturalmente non fa che peggiorare la situazione. La differenza dei dialoghi iper-intelligenti delle serie di Aaron Sorkin (The Newsroom, The West Wing) e quelli che in parte occupano Succession è perciò che i secondi sono paradossali perché non sono pronunciati da persone con capacità super umane che dominano gli aspetti più difficili dell’esistenza, bensì da falliti intelligenti, persone che hanno un surplus di educazione, sì, ma che sono anche vacue e modaiole, abilissime nel cogliere le tendenze – anche aziendali – del momento, le parole chiave, così come conoscono il riferimento middle o high brown di turno, ma sono anche del tutto prive di consistenza, di quelle virtù istintive e di quella stabilità emotiva necessarie per agire nel mondo. Nonostante tutti gli sforzi e l’infinità dei mezzi sono come rotti in partenza.

Non a caso Logan Roy, ovvero colui che ha costruito tutta la baracca, indugia molto raramente nell’ironia, che deve sembrargli niente di più di una comoda via di fuga. La tragedia degli eredi Roy è anche il fatto che, al contrario del fratello Connor, continuano a provarci, girano come criceti su una ruota dalla quale non hanno alcuna reale possibilità di uscire. Il grande non detto della serie è infatti che si tratta di tre miliardari ormai quasi di mezza età che invece di ritirarsi a vita privata si affannano a lavorare solamente per ottenere l’approvazione del padre. I soldi, onnipresenti, contano per loro solo in quest’ottica.

Il dramma di questi tre iper-ricchi così diversi dal pubblico di spettatori genera comunque empatia anche grazie alle tecniche registiche che alternano inquadrature curate, da film d’autore, ad altre in P.o.v. (Point of view) che sembrano lo sguardo in prospettiva di un misterioso personaggio che non vediamo mai in faccia ma è sempre seduto a tavola, in aereo o in macchina con la famiglia Roy. Sovente la testa o la spalla di qualche altro personaggio gli ostruisce parzialmente la vista e questi sguardi in prima persona, quasi spiati, sono uno degli espedienti usati per generare presenza e un senso di vicinanza alla famiglia nello spettatore. Finché ci troviamo seduti in mezzo a loro passiamo volentieri sopra al fatto che ogni tanto i Roy si facciano scappare l’idea che i non milionari – quelli cioè che li hanno reso ricchi guardando i loro canali e leggendo i loro giornali – non siano “real people”, persone reali ma una specie di razza inferiore. Tutto l’impianto della serie è in un certo senso anche un’occulta macchina di seduzione faustiana.

Dal punto di vista stilistico Succession contiene inoltre continui riferimenti a pratiche, problemi e termini tecnici che solo una minima parte degli spettatori conosce, ma questo non è importante perché dalla nostra posizione di osservatori privilegiati ci basta guardare in faccia i personaggi per capire se una “Proxy battle” è una cosa positiva o meno per la famiglia. Ci basta vedere come reagiscono quegli esseri umani, le loro espressioni, le azioni che intraprendono. Questa è forse la lezione che sarebbe più facilmente trasportabile anche nelle narrazioni, non solo televisive, italiane in cui nella maggior parte dei casi tutto è sempre appiattito e iper-spiegato di proposito, con buona pace del realismo e della connessione profonda con i personaggi e con la scena. Certo, Succession è l’apice della tv cable, cosa molto diversa da quella generalista, ciò non toglie che in epoca di streaming certe lezioni potrebbero avere un valore più ampio.

La struttura è un altro elemento caratteristico di Succession, che è una grande serie soprattutto nel primo e negli ultimi due episodi di ogni stagione. Sempre scritti personalmente da Jesse Armstrong sono episodi dove i personaggi vengono tutti concentrati in un luogo – due matrimoni e una vacanza in barca – e i destini si compiono. Nelle puntate centrali invece la serie ha un andamento scomposto che nei momenti peggiori sembra la versione alta di una soap opera, con la frequente introduzione di personaggi che sembrano importantissimi per una o due puntate e poi di fatto spariscono, senza che vengano date spiegazioni. È quindi una serie a due velocità: la parte centrale serve da accumulazione psicologica e il plot sembra quasi sfaldarsi salvo però tornare poi solidissimo nell’ultimo atto.

Anche questa struttura però cospira al senso complessivo di Succession, che è una serie che poteva molto felicemente finire con la stupenda conclusione della seconda stagione e l’avvento al potere di uno dei figli: brividi sulla pelle dello spettatore, l’archetipo si compie, c’è un nuovo leone a capo della savana. Il mito ha esaurito la sua funzione perché ha guidato gli eventi nella realtà, si è rivelato profezia e pedagogia. Senonché non è questo lo spirito del tempo e la serialità televisiva, che è una delle sue espressioni più peculiari, vuole che il gioco riprenda ricominciando ogni volta dalla casella di partenza e i personaggi rimangano sempre bloccati nei loro drammi primigeni, senza una vera catarsi, senza soluzione, senza passaggio al livello successivo. O almeno alcuni personaggi, quelli più dentro quest’epoca storica dove crescere sembra vietato.

Il tema ritorna in molte opere contemporanee, si pensi ad esempio alla divertente “Strappare lungo i bordi” di Zero Calcare dove si lascia intuire che il tradimento della promessa di un’età adulta sia in fondo un mal funzionamento del sistema, il che è in parte vero ma non è certo tutta la storia. Succession porta lo stesso discorso a un livello più alto – lo stesso problema si pone anche con mezzi economici pressoché infiniti! – e utilizzando tutta la sua pluralità di mezzi espressivi e stilistici crea un’illuminante fusione di realtà storica e rappresentazione artistica.

Non è forse del tutto un caso che un attore della serie, Nicholas Braun (il cugino Greg) sia nella realtà pressoché identico al personaggio che interpreta o che Jeremy Strong (Kendall) durante le riprese che durano mesi non esca praticamente mai dal personaggio facendo infuriare cast e maestranze. Brian Cox, l’attore che interpreta Logan, il personaggio odiato da tutti ma sulla cui ricchezza tutti vivono, ha buon gioco a citare a proposito di questa tendenza del collega le parole di Laurence Oliver quando seppe che Dustin Hoffman dovendo interpretare un uomo privato del sonno non aveva dormito per tre notti “Caro ragazzo, perché non provi a recitare?”.

Così facendo però Cox finisce per assomigliare a volta al suo personaggio. Anche in questo sta la grandezza di Succession: è uno specchio in cui è molto facile riflettersi anche se racconta le persone potenzialmente più distanti da noi.

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Dentro l’odio – Intervista

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Questa intervista è tratta da un più ampio approfondimento

di Claudia Consoli e Antonella Sbriccoli pubblicato sul sito di Mondadori

Cominciamo dal titolo per inquadrare il tuo monumentale romanzo. Quali sono secondo te le principali forme di odio del nostro tempo?

Nella nostra epoca sono finite le grandi narrazioni, le risposte univoche, le persone hanno la libertà e il peso (le due cose vanno sempre assieme) di cercare il proprio personale senso della vita. Al tempo stesso la società occidentale tende a eliminare dalla sfera della consapevolezza il dramma, la morte, il sacrificio e sembra avere un solo mandato imperativo: essere felici. Un’esortazione che arriva senza il libretto d’istruzioni, per così dire, ed è un vero lavoro dopo il lavoro, fenomeni come il turismo di massa, il ritorno del pensiero magico, l’individualismo spinto fino a una dimensione patologica sono solo alcune delle risposte diverse che vengono date a questo impegnativo – e storicamente nuovo – mandato culturale.

Questo quadro culturale si fonde con la rivoluzione digitale: internet, e in particolar modo i social network, hanno creato un nuovo piano orizzontale della comunicazione, dove chiunque può esprimersi pressoché liberamente e raggiungere potenzialmente grandi pubblici. In sostanza mezzi di comunicazione universali e nessuna gerarchia del discorso, anzi, una progressiva disgregazione del logos a favore di forme più immediate di comunicazione. Il risultato è la tensione che vediamo online, la tribalizzazione della società in bolle e clan che non comunicano fra di loro, si limitano ad odiarsi per partito preso, anzi è proprio l’automatismo nella direzione del loro odio a definire i confini del gruppo. L’esistenza di un pluralismo si dà solo all’interno di un quadro di regole condivise da tutti, regole che oggi sono sotto l’attacco del potere primordiale dei clan, la cellula primitiva della società umana che si ripresenta nella realtà digitale. In parte si tratta anche di un’illusione ottica dovuta alla pervasività dei mezzi di comunicazione digitale – in grado di illuminare tutto e moltiplicare all’infinito ogni segnale – perché complessivamente la nostra è una società dove la violenza fisica diminuisce, aumenta però – quasi esponenzialmente – quella verbale e simbolica, un avvitamento in cui estremisti e guerrieri del politically correct non fanno che rinforzarsi a vicenda. Non è detto che a un certo punto tutta questa energia che è nell’aria non si scarichi a terra.

Odio esplora a fondo alcuni temi chiave della contemporaneità, due fra tutti il modo con cui la tecnologia viene piegata ad ascoltare e misurare la vita intima degli esseri umani, e il commercio sfrenato dei dati, petrolio della rete.  Quanto credi che le persone siano davvero consapevoli di questi fenomeni? E cosa vorresti dire loro con il tuo romanzo?

 “Odio” è la biografia immaginaria, ma verosimile, di un giovane uomo con una storia da errore giudiziario alle spalle che si costruisce un posto di spicco – dopo aver iniziato la sua età adulta in tutt’altra maniera – in uno dei pochissimi settori che offrono grandi opportunità alle persone della sua generazione: il commercio di dati personali. Il libro ha molti strati, quindi il percorso professionale è solo una parte di una vicenda umana molto più complessa e articolata, ma la vera natura del suo lavoro, le sue potenzialità, sono all’inizio oscure anche allo stesso protagonista e questo dà la possibilità ai lettori di scoprirle assieme a lui. Non credo ci sia una consapevolezza diffusa su questi temi, forse dal punto di vista dei dati oggi viviamo in un periodo per certi aspetti simile a quello in cui non esisteva alcuna norma antinquinamento perché nessuno si poneva neppure il problema. In questo caso però non è detto sia possibile tornare indietro o anche solo creare delle norme efficaci: i dispositivi e le piattaforme che sorvegliano ogni istante della nostra vita sono ormai troppo pervasivi, ci servono a organizzare la vita, a lavorare, a essere raggiungibili, a stare con gli altri e ci danno in cambio importanti ricompense neurologiche in grado di generare dipendenza. Rinunciarvi del tutto in questo momento storico significherebbe condannarsi all’eremitismo, anche potendoselo permettere non è detto che sia una scelta auspicabile, in ogni caso è un prezzo enorme da pagare, il che non fa altro che evidenziare il potere smisurato dell’industria digitale.

Nel libro ci racconti che la più antica delle tecnologie umane è il capro espiatorio. Quali sembianze prende nel tuo libro e nella società che descrivi – così attuale e distopica allo stesso tempo?

Nella crisi del logos in occidente di cui parlavo prima, c’è anche la crisi di tutto l’apparato deputato a creare senso all’interno di una società: c’è scarsissima fiducia nel giornalismo e quasi nessuna nelle istituzioni e nella politica, un forte declino della diffusione di religioni e ideologie unificanti. Tutto questo è accompagnato dall’emergere di una concezione post-modernista della verità secondo la quale ogni gerarchia interna alla società è il frutto esclusivo di una lotta amorale per il potere.

Si può vedere questa tendenza in azione a molti livelli, dalle università anglosassoni dove le persone non sono più considerate come individui dotati di diritti inalienabili e uguali di fronte alla legge ma come membri di questa o quella maggioranza/minoranza, gruppi che li definiscono in toto, oppure in quei movimenti populisti che denunciavano (almeno finché non sono andati loro al potere) la corruzione costitutiva di ogni politica, o, a un livello ancora più immediato, si ritrova in quei genitori che insegnano ai loro bambini che non ci sono regole ma solo la capacità di farsi rispettare, a qualsiasi costo.

Sono solo tre esempi della stessa disgregazione di un senso condiviso, un mutamento filosofico su cui si è innestata, a fare da moltiplicatore, la rivoluzione digitale che ha reso possibile il piano orizzontale del discorso di cui parlavo prima. A questo punto ci troviamo in una situazione che ricorda per alcuni aspetti – non tutti, è una tendenza, non ancora una realtà compiuta – lo stato pre-civile di guerra di tutti contro tutti, una situazione in cui manca un principio unificante.

Nell’antichità l’uomo ha sempre risolto il problema di questa tensione mimetica fra individui diversi (tutti vogliamo le stesse cose che vogliono gli altri, ma le risorse sono limitate) attraverso il principio del capro espiatorio, una vittima innocente che viene sacrificata per pacificare la tensione interna alla società e permettere così una nuova unità sociale. Nel tempo la vittima viene santificata e diventa una divinità, fino a quando non si perde la memoria del sacrificio e rimane solo un nuovo dio, il ricordo della violenza collettiva è cancellato. Questa è la lettura del meccanismo fondativo del capro espiatorio che faceva l’antropologo francese René Girard: De Sanctis la sposa in toto dopo averla vista riprodotta in forma simbolica nel mondo digitale.

Come autore mi interrogavo da molto tempo sulla spietatezza che mostriamo sui social, sulla tendenza che abbiamo più o meno tutti ad accanirci su persone di cui in fondo non sappiamo niente, se non uno scampolo di informazione apparentemente controverso. Quando ho scoperto che il primo investitore di rilievo in Facebook è stato Peter Thiel, allievo e seguace di Renè Girard (ha ripreso, declinandole in chiave aziendalista, molte delle sue tesi nel suo libro Zero to one e finanzia una fondazione di studi girardiani), ho capito di essere sulla buona strada.

Orgoglio, angoscia, tensioni irrisolte, ambizione: Marco De Sanctis, il protagonista del tuo romanzo, è talmente complesso da apparire inafferrabile. È colui che nessuno conosce ma che ci conosce tutti. Com’è nato questo personaggio? E quali sono le cose che lui odia di più?

 Marco è un personaggio articolato e soprattutto in divenire, come ogni personaggio romanzesco che si rispetti il suo punto di partenza è molto distante da quello di arrivo e anche dalle posizioni che occupa nelle varie fasi della storia.

La sua caratteristica fondamentale credo sia la voglia di applicare la propria intelligenza al mondo, anche se questo significa per lui mettersi contro tutto quello in cui ha creduto fino a quel momento e contro il suo gruppo di appartenenza. Non è un personaggio che fugge dal suo tempo, un topos molto praticato nella letteratura italiana contemporanea, bensì una persona che prova a dare una chance alla sua epoca, a entrarci dentro e poi accettare le conseguenze della sua scelta. Il dispiegarsi inesorabile di queste conseguenze è il romanzo.

Per quanto riguarda quello che odia, direi le persone incapaci di mettere in discussione le proprie credenze e, ancora di più, quelle che parlano continuamente di ideali astratti e nobilissimi e poi nella pratica si comportano come dei capi tribù.

Da questo punto di vista De Sanctis è di un’onesta intellettuale che qualcuno potrebbe trovare anche disturbante, perché in genere tutti ammantiamo le nostre vite di storie e storielle che ci aiutano ad edulcorare la dura realtà delle cose, lui invece sembra essere costitutivamente incapace di questo movimento cosmetico. Lui stesso è quindi la prima vittima di questa intransigente lucidità perché la vita di uomo fuori dall’atto di raccontarsi storie è davvero molto dura. La sua teoria del capro espiatorio va letta proprio in questo senso: non è una teoria scientifica sulla realtà, ma una grande narrazione che fornisce a Marco degli appigli operativi, una mappa per un mondo che ne è privo.

Le mappe che la letteratura può ancora ambire a costruire sono esclusivamente mappe biografiche, esempi di esseri umani che qui e ora si confrontano con il loro tempo. La presa di un senso superiore, assoluto, universale, è ormai destituita di plausibilità se non come capacità di sentire il respiro del tempo e interrogarsi sugli obblighi di una biologia forgiata in milioni di anni di evoluzione, proprio là dove tutto sembra futuristico riemergono per questo istinti antichi: sono parte indelebile di noi. L’esergo al romanzo, una frase proprio di Girard, è chiaro a questo riguardo: “L’idea che le credenze di tutta quanta l’umanità non siano che un’ampia mistificazione, alla quale noi saremmo pressoché i soli a sfuggire, è a dir poco prematura”. La tensione qui non è solo nei confronti del post modernismo relativista in cui si è formato intellettualmente il protagonista del romanzo e che diventa sempre più opprimente in Occidente attraverso il politically correct, ma anche verso il Mondo Nuovo in cui entra: quello della tecnologia, un ambiente che coltiva, in modo neppure tanto nascosto, l’idea di costruire un uomo radicalmente nuovo, un tentativo già provato molte volte nella storia della specie, sempre con esiti disastrosi. Questa volta però è un’operazione con qualche chance in più di riuscire perché ha dalla sua uno strumento potentissimo: la scienza. La biografia di De Sanctis – ovvero Odio – è sospesa precisamente fra queste tensioni, è il tentativo di una mappa personale: individuale, umana perché talvolta contraddittoria, in ultima analisi letteraria.

Anche la politica fa la sua comparsa tra le mille pieghe di questa storia. A volte è colei che manipola, altre viene manipolata. 
Esiste per te nel nostro futuro la speranza di coniugare politica e tecnologia in un modo sano o la tecnologia si è ormai irrimediabilmente trasformata nella principale arma di controllo politico?

La politica, come tutto il resto, si uniforma alle esigenze delle piattaforme sociali, se vuoi arrivare a un pubblico, essere premiato dall’algoritmo, devi conformarti alle loro esigenze che sono quelle di sfruttare gli istinti umani per tenere le persone più tempo possibile sul sito mentre gli viene somministrata della pubblicità. Questo significa semplificare e giocarsi alcune “monete” che in quell’ecosistema informativo funzionano meglio di altre, una di queste è sicuramente l’odio, l’altra è il suo apparente contrario, ovvero il moralismo, che poi è l’odio ricoperto da una presunta superiorità etica. Complessivamente è un sistema di incentivi che in politica finisce per premiare i cialtroni, a destra come sinistra. Oggi le parti politiche si scontrano con toni sempre più accesi, ma chi fornisce la matrice di questa nuova politica sono sempre le piattaforme. O obbedisci o non esisti e quindi non prendi voti. Lo stesso principio si può applicare a molti altri settori professionali, ma per quanto riguarda la politica ci stiamo giocando la democrazia occidentale come la conoscevamo per massimizzare i ricavi pubblicitari delle piattaforme. Questo, per me, è il principale tema politico della nostra epoca, il problema costitutivo, diciamo.

Nel libro Marco De Sanctis fa esattamente questo movimento, dopo aver lavorato per un po’ per la politica si rende conto che il vero potere oggi sta altrove, allarga lo sguardo dal dipinto alla cornice e si rende conto di quanto quest’ultima sia importante nel determinare il contenuto del quadro. Nel momento in cui il medium è diventato universale e si trova nelle tasche di chiunque, l’affermazione di Marshall McLuhan “il medium è il messaggio” ha assunto un grado di assolutezza sconosciuto nell’era delle emittenti radio televisive e della stampa.

Sentimenti e sessualità s’intrecciano lungo i salti temporali del romanzo e diventano a loro volta strumenti per esercitare il potere sugli altri. Esiste un esempio di amore “puro” all’interno di Odio? E, più in generale, può esistere secondo te amore slegato dalla dimensione di controllo? 

 L’amore è il principio unificante per eccellenza, è la forza di attrazione nascosta nella biologia, è il principio generatore posto al cuore della trama profonda della vita, è l’unica cosa a cui è possibile aggrapparsi in tempi di temi di Kaos, in particolar modo in un universo privato di dio l’amore rimane l’unico principio universale. Quanto al controllo, un personaggio ossessionato dal controllo in questo campo era il protagonista di Lascia stare la gallina, ma in Odio controllo e amore non sono temi che si incontrano, c’è questo amore autentico e profondo per una donna di nome Federica e una serie di incontri meramente strumentali, che giustamente De Sanctis definisce “incontri fra egoismi opposti”, che sono esattamente la cifra del sesso nel mondo post modernista, se ogni cosa è potere allora anche il sesso sarà una transizione di mercato in cui si organizza un negozio temporaneo fra quantità di potere compatibili, niente di più. In altri termini il trionfo dell’egoismo. La cosa è vista dalla prospettiva di un uomo, perché De Sanctis è un uomo ma potresti cambiare il suo punto di vista con uno femminile e non cambierebbe nulla. È una condizione trasversale. Non è un caso che solo quando De Sanctis abbandona questo genere di visione dell’esistenza che gli è stata insegnata all’università, s’immerge nella vita pratica e si apre alla possibilità che esistano delle trame immutabili nella storia della specie umana, si dischiude davanti a lui la possibilità di un amore autentico.

Decadente, ricoperta di spazzatura e dominata dai gabbiani: Roma è la quinta scenica del tuo romanzo e ci ricorda le atmosfere da fine impero. Come scrittore che rapporto hai con questa città?

Per una persona nata e cresciuta al Nord, seppur con un genitore del profondo Sud, Roma è, soprattutto all’inizio, una creatura molto sfidante, ci sono tutta una serie di cose che in altri posti sono semplicissime che a Roma diventano di una complicazione notevole, il lavoro di vivere diventa un compito estremamente impegnativo, la quantità di cose che non funzionano è talvolta annichilente. Detto questo se si cambia paradigma culturale, si rallenta il ritmo di vita, si assume un atteggiamento più fatalista è un posto dove si può anche arrivare a vivere bene, la bellezza credo che nessuno la metta in discussione e in fondo sono anche contrario all’idea che tutti debbano uniformarsi all’impersonale paradigma efficentista del capitalismo anglosassone – distruggendo millenni di storia culturale in ogni parte del mondo – e quindi se pure apprezzo molto l’organizzazione e il cooperativismo emiliano devo riconoscere che c’è una forma di resistenza allo Zeitgeist anche nel familismo romano, nell’indolenza come regola di vita. In un certo senso in Occidente Roma è la cosa più simile al residuo di un’epoca precedente, anche questo la rende una specie di organismo vivente inafferrabile che sembra davvero in grado di dare l’illusione dell’eternità. È una città che spesso ti fa arrabbiare e poi però è in grado di darti ricompense del tutto inaspettate, è la perenne eccezione alla regola. Questo è anche il motivo per cui Marco De Sanctis la sceglie come sede per la sua azienda, gli piace l’ironia della cosa ma anche quella specifica tonalità umana che di certo non potrebbe più trovare a Londra.

Sei autore di romanzi, testi teatrali, reportage e sceneggiature: come convivono nella tua esperienza le tante forme della scrittura? E ce n’è una che senti più tua?

Il romanzo, senza dubbio. Le altre forme di scrittura che citi possono essere divertenti e appaganti, servono ad acquisire informazioni non solo sulle cose ma anche sugli uomini e a sviluppare le proprie capacità ma il romanzo è la forma più completa dove la mia ricerca si può esprimere più a fondo e senza mediazioni.

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