Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 3
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Sono stato in gita a palazzo Chigi

( pubblicato su 7 – Corriere della sera,  il 23 febbraio 2018)

La prima cosa che ti dicono all’ingresso visitatori di Palazzo Chigi è «spegnere il cellulare»; la prima cosa che fanno tutti appena superato il metal detector è fotografare il cortile con il cellulare. Di stranieri, nel gruppo di visitatori di cui faccio parte, non ne vedo, il che è un po’ un peccato perché sarebbe stata per loro una rapida lezione di italianità. Durante la mia visita turistica a Palazzo Chigi di cose da immortalare e rivendere a stati canaglia, Isis e Spectre varie non ne incontrerò comunque nessuna. Il punto delle foto compulsive – nel gruppo c’è pure un signore con una reflex che appena rimane solo spara rapide sequenze furtive, come se nessuno si accorgesse dell’accrocchio di due chili che ha a tracolla – è un altro. Il cortile, come molti altri ambienti che s’incontrano durante la visita, è uno dei luoghi “della televisione”, di quelli cioè che si vedono durante il telegiornale e sono quindi oggetto del meccanismo di riconoscimento, sollecitato dalla guida, da parte del pubblico di visitatori. Il tour di Palazzo Chigi si può fare due sabati al mese da ottobre a marzo, previa prenotazione, con largo anticipo per i grandi gruppi, anche due giorni prima se siete da soli (l’unico da solo peraltro sono io).

CHE TIPO DI PERSONA, VI STARETE CHIEDENDO a questo punto, mentre è in gita a Roma, città dal patrimonio artistico che tende a infinito, decide di dedicare un’ora alla visita di Palazzo Chigi? Nel caso del mio gruppo l’età è alta (diciamo dai cinquanta in su), gli accenti quasi tutti del nord con una netta predominanza di veneti – un po’ a sorpresa un po’ no, perché spesso ci attira proprio ciò che odiamo, temiamo e mette aliquote sul reddito che raggiungono il 43%. Da alcune giacche spuntano quotidiani di destra e c’è un manipolo, molto ridotto, di specializzati in “palazzi del potere” che si sono già sparati Camera, Senato e Quirinale. Fra di loro anche uno dei pochi giovani dell’intera compagine, un ragazzo segaligno che sembra sapere tutto e si guarda attorno come si trovasse in un luna park. Il tempo, confido, lo renderà ironico e disilluso quanto gli altri. O presidente del Consiglio. Per il resto si tratta appunto di vedere luoghi che in forma catodica abbiamo già visto migliaia di volte, entrare sul set del nostro House of Cards. La guida è una giovane donna che si trascina dietro il figlioletto alle prese con «un attacco di mammite, è la prima volta che succede una cosa del genere», garantisce mentre chiede scusa.

IL PUBBLICO SI DIVIDE FRA indifferenti e una quota di nonne che si producono in «uuuhhh» «ihhhhh» e «che carino», antico riflesso pavloviano che si scatena in presenza di pupo italico indisciplinato, cosa che senza dubbio nel tempo ci renderà competitivi nei confronti dei cinesi. Nonostante abbia una creatura appesa a una gamba, la guida snocciola storie, nomi e dati come una che sa il fatto suo: volendo si può classificare questa capacità come lezione di italianità n.2. Si parte dagli Aldobrandini che costruiscono il palazzo abbattendo un gruppo di edifici preesistenti, si passa per i Chigi che lo rialzano in una di quelle gare di altezza degli immobili che contraddistinguono le civiltà che ancora non hanno scollinato verso la fase decadente, e di passaggio in passaggio si arriva all’attuale destinazione d’uso, piuttosto recente, visto che è datata 1961. Bisogna anche tenere presente, e il manipolo di feticisti dei “palazzi del potere” annuisce compatto quando la nostra madre-guida lo ricorda, che di tutte le sedi istituzionali Chigi è la più spoglia – i precedenti proprietari si sono portati via quasi tutto prima di venderlo allo Stato – e forse è pure la più brutta, ma questo, specifico, lo aggiungo io.

Una caricatura dell’autore con il busto di De Gasperi. Vignetta di Giovanni Angeli
 (caricatura di Giovanni Angeli)

LA DELUSIONE MAGGIORE COMUNQUE per noi turisti del già visto è la sala stampa, quella dove vengono riprese le conferenze dopo le riunioni del Consiglio dei ministri. È piccolissima e il soffitto fa un effetto cartongesso non proprio di grande classe. La cosa non sfugge a nessuno, tanto che partono le tesi su quale complessa teoria d’illusioni ottiche debba essere stata necessaria per dotare di autorevolezza i filmati che da questo luogo giungono nelle nostre case: «Sono gli specchi» avanza qualcuno. «Anche le luci», aggiunge la guida che comunque chiosa «è la sala più tecnologica del palazzo» il che, concretamente, significa che ci sono quattro telecamere. Va infatti tenuto presente che Chigi, almeno nella parte che ci mostrano, non è proprio la sede di Google, la cosa più avanzata tecnologicamente essendo le berline di rappresentanza parcheggiate nel cortile. Sulle postazioni dei ministri nella sala del Consiglio ad esempio fanno capolino vecchi computer portatili color violetta e i microfoni hanno tutta l’aria di aver vissuto le notti magiche di Italia 90. Se poi siete di quelli che credono al simbolismo sappiate che la “sala delle scienze” qui è un’anticamera con un tavolo e una stampante. Particolari di un potere in netta dissonanza con il suo tempo che però naturalmente non turbano nessuno, al contrario vibriamo tutti all’unisono in virtù del medesimo, ovvio, retropensiero quando ci viene mostrato lo stemma dei Chigi «molto simile al logo di una moderna istituzione bancaria». Si tratta in effetti di una piccola piramide di colli che ha giusto una fila in più rispetto allo stemma del Monte dei Paschi di Siena, città che ha dato i natali alla famiglia dei Chigi, il che spiega la somiglianza.

E COSÌ MENTRE C’È CHI PENSA che in fondo era destino, ci illustrano il solenne cerimoniale di fronte allo scalone d’onore, per l’occasione percorso a pancia in giù dal bambino di cui sopra. A questo punto il bambino viene rimosso da un uomo e tutti chi chiediamo «ma sarà un parente?» e quando la guida continua per nulla turbata dal ratto del puero concludiamo che sì, sarà senza dubbio un parente. Non riusciamo a vedere il salottino giallo perché dentro c’è il presidente del Consiglio (chi è che è adesso? Gentiloni, ah già), ma in compenso vediamo diverse altre sale, compresa appunto quella del Consiglio dei ministri dove a parte la tavola rotonda e le sedie ci sono tre cose tre: una copia della Costituzione, un busto di De Gasperi («guarda che naso tipicamente romano» Alcide De Gasperi, luogo di nascita: Pieve Tesino, Trento), e una bacheca dove per qualche motivo non è custodito, chessò, l’elenco dei Nobel italiani, ma le medaglie delle Olimpiadi che si sono svolte nel nostro Paese prima dell’avvento di Virginia Raggi.

La vera hit comunque si rivela la sala dove sono appese alle pareti le foto di tutti i presidenti del Consiglio dall’Unità ad oggi. «Guarda che giovane il Berlusca, guarda lì il Mortadella». Sotto la foto sono indicati tutti i singoli mandati di ogni presidente, e partono quindi immediatamente le classifiche complessive per vedere chi ha le statistiche migliori da quando è stato fondato il campionato. C’è anche qualcuno a cui piace vincere facile e, scrutando le date, osserva ammirato «Mussolini più di vent’anni eh». La cosa più interessante sono però forse le espressioni, le posture e l’abbigliamento degli ultimi politici che hanno ricoperto l’incarico: c’è Romano Prodi impegnato ad esprimere bonarietà tranquilla e rassicurante (ovvero a impersonare Romano Prodi), Silvio Berlusconi giovanissimo, Enrico Letta (ah già, Letta!) senza giacca, Massimo D’Alema che prova lo sguardo verso l’infinito in una parodia di Che Guevara, Mario Monti con un sorrisino rassegnato che sembra intuire cosa diranno di lui un giorno i visitatori e infine c’è un Matteo Renzi che guarda in alto a sinistra come se ad una finestra del palazzo alle spalle del fotografo stesse succedendo qualcosa di parecchio grave e inaspettato, la bocca socchiusa nel broncio di chi è un po’ sorpreso e assieme deluso da quello che vede. «Nel caso ve lo steste chiedendo, le foto vengono scelte dai diretti interessati». In effetti, me lo stavo giusto chiedendo.

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CATWALK – Un racconto di viaggio

Al ricevimento nella Casa del presidente, Scott Stossel, il direttore dell’Atlantic, dedica la parte centrale del suo breve discorso al programma di giornalismo investigativo di cui faccio parte. Dice che alcuni colleghi sono arrivati lì, al centro per artisti di Banff, nell’omonimo parco naturale nello dell’Alberta, Canada, da molto lontano. Durante questo passaggio dirige per un momento lo sguardo, seguito subito da altre persone, verso di me, unico rappresentante della vecchia Europa nella stanza e soprattutto faro di autentica e sincera ineleganza in mezzo a una platea di abbienti canadesi in giacca e cravatta. Le Adidas che indosso sono aggravate dall’italianità del mio inglese, un accento che innalza tragicamente le aspettative in fatto di abbigliamento, privandomi senza appello di quel salvacondotto che una diversità culturale meno specifica mi avrebbe offerto. Non sarebbe stato male, ad esempio, provenire da una tribù di pescatori polinesiani usi a vestirsi di soli tatuaggi. Invece niente, decenni e decenni d’italiani in grisaglia mi spogliano dello scudo di ogni correttezza politica, il che in Canada è una condizione non facile da raggiungere, ma non mettete limite al talento.

Il peccato originale è stato quello di prendere troppo sul serio il paragrafo sul dress code contenuto all’interno delle dettagliatissime informazioni pre-arrivo inviate via mail dal centro, una sorta di manuale di comportamento per ogni esigenza/complicazione/interazione possibile durante la permanenza in Canada. Un malloppo in grado di coprire ogni aspetto dello scibile umano, dai corsi di yoga che si tengono nella grande palestra con annessa piscina, ai numeri della consulenza psicologica qualora uno si ritrovasse ad avere bisogno di un analista durante la permanenza. E questo zibaldone della vita artistica assistita canadese è stato molto chiaro, quasi perentorio: “Abbigliamento informale”, diceva, e così, fiducioso nella proverbiale affidabilità anglosassone e timoroso di fare la figura del primitivo rimasto bloccato nell’austero canone estetico del Novecento, sono partito da Fiumicino con ai piedi delle Stan Smith e in valigia solo degli scarponi da montagna. Sono anche l’unico del mio programma al ricevimento, perché via mail mi è stato chiesto se per caso non mi andava di incontrare i Green, l’anziana coppia di mecenati che nello specifico aveva finanziato la mia permanenza quassù. Così mi sono ritrovato a deflettere gli sguardi dalle scarpe e dal maglione da Fantozzi in gita in val Gardena e a pensare a una tattica di smarcamento rapido e indolore per arrivare a Calgary entro le 20 di questa sera, pena fallimento dell’operazione che ho pazientemente organizzato da ben prima di atterrare in terra canadese.

Alle 18.05, grazie a un indegno passo del granchio indifferente, sono fuori dalla Casa del presidente, diretto verso Virgil – il mio braccio destro recentemente nominato all’interno de “l’operazione” – che ha già tirato fuori il truck dal parcheggio. Virgil è un canadese cinquantenne abbastanza idealtipico, alto più di un metro e novanta, piazzato sia di spalle che di pancia, barba lunga e occhialini tondi, assomiglia vagamente ad un orso hippie. Nato in Canada, è cresciuto in Texas con dieci fra fratelli e sorelle, il che lo ha reso espertissimo di giochi di società e di carte e pronto a organizzare feste di stampo famigliare-scoutistico a ogni occasione. Dopo 48 ore, per esempio, si era già procurato le chiavi della cantina della palazzina dove alloggiavamo e andava in giro a dire che dentro c’era un tavolo enorme, veramente enorme, un tavolo talmente grande che bisognava assolutamente trovare un gioco da fare tutti assieme su quella sterminata superficie di legno. Virgil non è solo un giornalista d’inchiesta; in Canada, dove è tornato a vivere, è noto anche come whistleblower per una vicenda riguardante la gestione dei fondi della Croce Rossa canadese durante la ricostruzione dopo lo tsunami in Indonesia, un’operazione a cui aveva partecipato direttamente come delegato della ong. Si tratta di un affare enorme, diversi miliardi di dollari, soldi che, ha sostenuto in un documentario realizzato dopo essere fuoriuscito dall’organizzazione, sono in larga parte scomparsi sui conti di contractor privi di scrupoli che per realizzare i lavori avrebbero poi usato della forza lavoro ridotta in schiavitù.

Tutti i protagonisti del programma di giornalismo investigativo lì a Banff erano autori di storie forti, ognuno aveva documentato la sua dose d’ingiustizie, di assurdità, d’inefficienze, qualcuno aveva coperto anche morti sospette, brutalità poliziesche, soprattutto. Dal canto mio, la storia che avevo portato era quella della surreale malagestione dell’epidemia di Xylella, una vicenda che non conteneva violenze ma aveva gli originali toni – almeno a queste latitudini – della commedia dell’assurdo delle vicende italiane. Rispetto a quelli di tutti gli altri, la storia di Virgil era oggettivamente di un’altra magnitudo, eppure non c’era stato un singolo momento in cui l’avesse fatto pesare.

Tre o quattro giorni prima del ricevimento alla Casa del presidente l’avevo intercettato sulle scale e trascinato al bar, determinato a insegnargli il concetto di aperitivo. Sembra una cosa semplice, ma in realtà non è un’idea facilissima da comunicare a un canadese che, come la maggior parte dei canadesi, è abituato a cenare alle 5. 30 di pomeriggio. Per lo scambio culturale avevo scelto il MacLab, il bar più riuscito del centro, un locale con un arredamento minimale che ammicca agli anni Sessanta e un’ampia vetrata sulla valle da cui era facile vedere passeggiare a poca distanza dei cerbiatti o degli alci – per inciso gli alci sono enormi, la mia misurazione personale di un grosso esemplare è circa 2/3 di un elefante del Bioparco di Roma. Mentre mi prodigavo in spiegazioni tecniche (no, non puoi mangiare adesso, è proprio questo il punto. Sì, lo so che sono le 6) una delle almeno tre televisioni che trasmettevano sport a qualsiasi ora del giorno come in un qualsiasi altro bar del Nordamerica, aveva mandato in onda una gigantesca rissa fra i giocatori di due squadre di baseball. Il mio commento era stato: “Finalmente il baseball è interessante” e Virgil aveva riso. Si può dire che in quel momento abbiamo incominciato a diventare amici.

In generale Virgil parla con un’affascinante combinazione di estrema tranquillità ed estremo acume, un tono di voce spia di un carattere che sembra mantenere a distanza di sicurezza sia la cupa disperazione sia l’entusiasmo automatico. Sarebbero tratti interessanti di per sé ma diventano notevoli in una persona che alla fine dei conti è pur sempre un idealista, uno che per approfondire le ricerche in Indonesia sulla vicenda della ong, non disponendo di ricchezze famigliari, si è ipotecato la casa. Come cittadino del paese della retorica non ero del tutto preparato a incontrare una persona di quel tipo. Ogni volta che sento storie estreme di giornalisti freelance in Italia mi torna in mente un’intervista a una giovane auto-inviatasi a sue spese in zone di guerra che diceva sostanzialmente che sì, era una vitaccia, spendeva più di quello che guadagnava, vedeva morire un sacco di gente, ma almeno era sempre lei quella con le storie migliori da raccontare alle cene con gli amici. Insomma, Virgil era per me un animale nuovo. L’operazione, dicevamo. (Continua a leggere su Il Foglio)

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ANALISI DI UNA MOSSA SUICIDA

(Cinque Stelle? Io? Mai nella vita)

Il Movimento 5 stelle è un partito di fatto proprietà di una persona (Davide Casaleggio), regolato da procedure interne arbitrarie e del tutto opache (epurazioni e votazioni sulla piattaforma non certificata Rousseau).

Dal punto di vista formale è senza alcun dubbio il partito meno democratico dell’arco parlamentare italiano, molto meno democratico anche della Lega che ha pur sempre un suo statuto e un suo congresso.

Dal punto di vista politico il Movimento è un disastroso accrocchio di ciarlataneria e contraddizioni, un partito che – almeno a parole– vuole bloccare ogni opera pubblica e ogni tentativo di modernizzazione del Paese e nel frattempo prova a spargere soldi con l’idrante sui nullafacenti (reddito di cittadinanza) o ad assumere altri dipendenti pubblici (navigator). Tutto questo nonostante l’enorme debito pubblico italiano, vera zavorra del Paese nonchè ipoteca sulle generazioni presenti e ancora di più su quelle future.

Un partito che si schiera con decisione contro ogni concetto di responsabilità, visto che la colpa per i 5 stelle è per definizione sempre degli altri. Dell’Europa, dei poteri forti, del PD, di quel cane lì in fondo, quello con il pelo marrone. Lui.

Il Movimento 5 stelle è il partito da cui proviene quella che è la peggior classe di amministratori locali che la storia di Italia ricordi (Raggi, Appendino) [1]

 Uno dei suoi leader lo scorso anno ha chiesto la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica.

È il partito che ha davvero promesso ai familiari di 43 persone appena morte che il ponte Morandi di Genova sarebbe stato ricostruito entro un anno.

E non ricostruito e basta, ma ricostruito così.

È il partito che ha fatto ministro del lavoro e dello sviluppo economico, nonchè vicepremier, uno che in vita sua aveva lavorato poco e niente.

La stessa persona che dopo essersi vantato di aver viaggiato in economy fino a Shanghai ha sbagliato per due volte il nome del presidente cinese.

E questo solo per il nome, figuriamoci cosa avrà capito del resto. Immaginatevi come sarà andata la riunione fra la delegazione cinese e questa volpe del deserto cotta da più di dieci ore di volo pressato fra un sedile e l’altro. Questa è la gente che i 5stelle mandano in giro per il mondo a rappresentare l’Italia. Ma, ehi, volano in economy.

Un partito che prima rilascia dichiarazioni pesantissime contro un’azienda quotata in borsa e due settimane dopo gli chiede di entrare in società.

Il Movimento 5 stelle è anche il partito che aveva detto “sfido io a mettere gli asciugamani sopra un gasdotto” e ora ci sono degli asciugamani comodamente appoggiati sopra un gasdotto in Puglia come in decine di altri luoghi del mondo. L’unicità qui è che il Comune dove sorge l’opera non ha ricevuto, grazie all’amministrazione locale a 5 stelle, un euro di compensazione. Un Lose-lose in cui i 5 stelle sono campioni assoluti.

La palese inadeguatezza di praticamente tutti i dirigenti e parlamentari 5stelle è un gigantesco spot contro la meritocrazia.

Questo partito burletta che riesce ad essere in un colpo solo autoritario, aziendale e cialtrone è il nuovo alleato di governo del PD sotto la supervisione di uno degli uomini politici più improbabili di sempre, l’evanescente Giuseppi (cit.) Conte, il Forrest Gump che ha sempre una parola vuota per tutto.

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(Governeremo…bene!)

I suo discorsi ricordano quelli di uno studente delle superiori non troppo dotato: generici, vaghi, astratti e massimalisti, di fatto non dicono assolutamente niente e tradiscono una spaventevole ignoranza dei compiti a cui è chiamata la politica in una società evoluta.

Piccolo inciso: Il fatto che i discorsi di Conte piacciano anche a molti elettori del centrosinistra la dice lunga sullo stato comatoso della cultura letteraria in questo Paese. Un Paese ancora affetto, anche in pieno evo della scienza, dal morbo mortale del pensiero crociano. Un Paese che a parole è sempre universale e generico, mentre nella pratica si rivela immancabilmente feroce e familistico.

Conte dice ad esempio cose come: “Mi ripropongo di creare una squadra di lavoro che si dedichi incessantemente, con tutte le proprie competenze, energie, a offrire ai nostri figli l’opportunità di vivere in un Paese migliore” Ah, e noi che pensavamo volessi tirare su una banda di stronzi per creare un Paese invivibile. Grazie Giuseppi.

Questo baraccone a 5 stelle, il cui solo autentico talento è la capacità di deludere sempre (provateci e scoprirete che statisticamente non è facile), è ora il nuovo alleato di governo del PD.

Dopo i missili indirizzati verso piazza Montecitorio ora e' la scatoletta di tonno la nuova metafora usata da Grillo nella sua campagna elettorale. E dopo la piazza, il leader del M5S affida l'immagine anche a Twitter dove posta una foto di una scatoletta di latta contenente l'emiciclo della Camera dei deputati e l'etichetta del Parlamento italiano. "Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno. Manca poco" promette Grillo nel tweet che commenta l'immagine, 7 febbraio 2013. ANSA/TWITTER

(Correva l’anno 2013)

Il partito che doveva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno è finito per allearsi con l’alluminio. Lo stesso partito che   fino all’altro ieri riteneva il PD il Male Assoluto, il partito delle banche, il partito che rubava nottetempo i bambini ai genitori travestito da Bibbiano.

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(Correva l’anno…mh…questo)

 D’altrocanto Di Maio è lo stesso visionario del “mandato zero”.

Perché tutto questo?

Perché il PD aveva il terrore di Salvini, dei sondaggi che lo danno in grande vantaggio e del fatto che se la Lega avesse vinto le elezioni avrebbe potuto eleggere il Presidente della Repubblica.

Partendo dal presupposto che Salvini sia un fascista inarrestabile, il PD ha preferito quindi gettarsi nelle braccia del partito azienda-autoritar-cialtronesco contro cui aveva fatto tutta la sua campagna elettorale (e in opposizione al quale aveva ricevuto una larga parte dei suoi consensi). Antichi reperti:

  1. Renzi: provare i 5 Stelle al Governo? Li abbiamo già provati e i risultati li vediamo
  2. Matteo Renzi a TgCom24: il Movimento 5 Stelle dice tutto e il contrario di tutto

Il ragionamento del PD è talmente fallato che è anche difficile capire da dove incominciare ad enumerare gli errori che contiene.

  1. È vero che la nostra è una democrazia parlamentare e si possono formare nuove maggioranze senza passare dal voto, ma è altrettanto vero che l’alleanza fra due partiti che si sono fatti campagna elettorale uno contro l’altro e non condividono praticamente nessun valore è un grave tradimento del mandato elettorale. Il fatto che questo non rappresenti un problema formale davanti alla legge non significa che non azzeri la credibilità del partito che compie scelte del genere. Tradire il mandato ricevuto dagli elettori oltre ad essere una cosa scorretta e antidemocratica non è mai a costo zero. Prima o poi altre elezioni arrivano.
  1. La democrazia non può essere valida solo quando il popolo vota “giusto”, perché sia compiuta devono poter vincere anche “gli altri”. Nell’assenza di una vera maggioranza politica ( con, cioè, un certo grado di omogeneità ideologica e la possibilità di governare davvero) un partito autenticamente democratico non rinvia le elezioni attraverso un patto con il diavolo solo per evitare di perdere. Le affronta, se proprio le perde, ma costruisce per il futuro, idealmente fa i conti con la sconfitta e si rinnova internamente, cambia i suoi rappresentati, riforma le sue idee, dialoga cioè con quel mondo esterno che desidera rappresentare in parlamento. Si dimostra insomma un partito serio. Da questo punto di vista la lettera con cui Calenda ha annunciato le sue dimissioni dal PD è stata impeccabile. Le regole non valgono solo per gli altri. Altrimenti non è più democrazia, è un teatrino. Renzi è arrivato sulla scena come riformatore e in pochi anni è diventato un piccolo D’Alema.
  1. La cosa peggiore che poteva capitare a Salvini in questo momento era andare al governo: infinite promesse da mantenere e niente soldi per realizzarle, isolamento internazionale completo, pochissimi skills politici fuori dall’ambiente di Facebook, decine di miliardi da trovare per evitare l’aumento dell’Iva. Con un’alta probabilità Salvini premier non sarebbe durato un anno, non sarebbe arrivato neppure all’elezione del Presidente della Repubblica. Invece ora Salvini farà le due cose che gli riescono meglio: la vittima e un’infinita campagna elettorale fino al momento in cui passerà all’incasso. Un momento che verrà  probabilmente molto prima di quanto pensi ora il PD perché governare con i 5 stelle è di fatto impossibile.
  1. Il processo di pensiero del PD in questa fase è stato:

Allearsi con i 5 stelle per eleggere un Presidente della Repubblica che impedisca la distruzione del Paese.

Peccato che allearsi con i 5 stelle (il partito azienda, autoritario e cialtrone) significhi distruggere il Paese. Quindi a ben vedere il pensiero diventa circolare:

Distruggere il Paese per eleggere un Presidente della Repubblica che impedisca la distruzione del Paese.

Un nonsense.

  1. Perché un intero partito, per quanto litigioso e spesso alienato alla realtà, cade in un pensiero circolare di questo tipo? Perché è preda di un “bias di fascismo”, ovvero reagisce in maniera irrazionale all’unica cosa che è capace di unirlo –peggio ancora l’unica cosa in grado di dargli un’identità – ovvero l’idea che sia chiamato ad opporsi a quella che storicamente è stata la minaccia massima, la minaccia archetipale. Ma ha senso applicare a Salvini una categoria della storiografia del ‘900 come quella di “fascismo”? Ovviamente no. Qualsiasi cosa sia Salvini, un sovranista populista la cui comunicazione politica passa da un uso scientifico dei social network, un leader con saltuarie pulsioni autoritarie (i pieni poteri) o teocratiche (le invocazioni alla madonnina), il fascismo è un’altra cosa. Non si rende giustizia speculativa a nessuno dei due fenomeni confondendoli.  Salvini può anche essere pericoloso ma non in quanto fascista, bensì in quanto fenomeno nuovo, in costante via di decifrazione. Le categorie politiche esistono per distinguere i fenomeni, il processo di attaccare sempre le stesse etichette a realtà diverse non serve a distinguere il fenomeno quanto piuttosto a identificare chi cerca di etichettarle. In altri termini dare del fascista a Salvini non serve a spiegare la realtà ma a dare un’identità al PD. Lo definisce come un partito che non è più in grado di leggere il suo tempo nè di proporsi come alternativa credibile presso l’elettorato e riesce ad unirsi solo evocando un fantasma del passato – un fantasma che impedisce di vedere altre nuove minacce potenzialmente pericolose. Un partito di questo genere ha con ogni evidenza concluso la sua funzione storica. In un certo senso quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il funerale del PD.

Il Dilemma del barcone

La sensazione di fascismo incipiente che secondo il PD giustifica l’accordo contro natura con i 5 stelle, deriva in massima parte dalla gestione Salviniana dell’immigrazione, una gestione che si è basata principalmente su annunci social, diserzione delle riunioni europee, un peso internazionale dell’Italia del tutto inesistente e una linea dura contro le singole barche delle Ong, un approccio passivo che si è manifestato reagendo di volta in volta in maniera pressoché estemporanea ad una nuova emergenza. Complessivamente un approccio dilettantesco MA, ed è un grosso ma, proviamo per un momento a pensare come qualcuno che voglia davvero governare uno Stato: possono le sorti di quel complessissimo organismo che è un Paese di 60 milioni di abitanti con tutti i suoi infiniti problemi (l’economia, la sanità, l’istruzione, la ricerca, eccetera) essere decise solo ed unicamente dallo scontro fra un ministro dell’interno e qualche centinaio di immigrati clandestini a cui comunque vengono garantiti cibo e cure mediche? Potremmo chiamare questa domanda il Dilemma del barcone.

Personalmente credo che questa centralità assoluta sia l’effetto di distorsione emotiva, uno degli inganni che l’empatia gioca alla ragione per via di una sovrabbondanza di immagini e per la fascinazione universale che nutriamo nei confronti di alcuni archetipi narrativi (in primis lo schema Davide vs Golia, che non a caso è lo stesso che, rovesciato,  Salvini usa contro l’Europa). Da un punto di vista razionale mi sembra piuttosto probabile che prendendo decisioni che riguardano l’intera comunità basandosi soltanto del Dilemma del barcone (qualsiasi sia la vostra posizione a riguardo) si infiliggano sul lungo periodo danni decisamente maggiori a un numero molto più elevato di persone.

Mettiamo ad esempio che per via dell’assoluta centralità del Dilemma del barcone vada al governo la Lega (come molto probabilmente accadrà a breve) oppure (come sta accadendo ora) un governo M5s-PD, entrambe queste opzioni avranno realisticamente conseguenze involutive sull’economia italiana e un’economia in collasso in uno Stato con 60 milioni di abitanti significa un sacco di morti in più, per via di una sanità peggiore, di una peggiore alimentazione, di peggiori condizioni di lavoro eccetera. Se l’imperativo è quello umano – la tutela, cioè, della vita umana – guardare alla vita di 60 milioni di persone attraverso lo spioncino del Dilemma del barcone rischia di essere estremamente controproducente. Ma è il principio che conta! Ok, ma è davvero il principio o l’occhio della telecamera? L’albero fa rumore se cade in una foresta dove non c’è una diretta Facebook di Salvini o di Carola Rackete? Se il concetto della tutela della vita umana è universale, la vita degli abitanti di uno Stato dovrebbe valere quanto quella di coloro che in quello Stato provano ad entrarci illegalmente. Questo ragionamento è valido in particolar modo se ai barconi a cui viene negato accesso al territorio di uno Stato sovrano viene comunque fornita assistenza. Scegliere chi deve governare l’Italia solo sulla base di eventi delle dimensioni e della frequenza degli sbarchi illegali è una scelta assurda. Il PD, come qualsiasi partito riformista, dovrebbe inserire la gestione dell’immigrazione fra i problemi che deve gestire, non dargli quel tipo di priorità assoluta che sottointende debba avere nel momento in cui  rinnega tutto se stesso e va a stringere un’unione assurda con il M5s.

In breve, se è per evitare che dei barconi d’immigrati vengano respinti dai porti italiani che il PD distrugge tutto il resto di quello in cui crede, allora sta compiendo una pessima scelta, dettata probabilmente da un fervore morale la cui origine dobbiamo individuare in motivi psicanalitici della sua costituency.

Questo è un piano più sdrucciolevole ma se dovessi tirare ad indovinare  direi che all’elettore borghese e ztl del centro sinistra non sia rimasto poi molto altro per considerarsi di sinistra se non questo idealismo di massima nei confronti di un esotico “altro”, che diventa il muto feticcio per definire la sua identità politica (identità a cui il borghese progressista ztl tiene moltissimo. Nella seconda parte di questo articolo ho scritto di più sull’argomento). Da qui l’ossessione (ancora una volta speculare a quella salviniana) per l’immigrazione e la messa in secondo piano di tutte le altre questioni. E in una situazione come questa che può di colpo suonare credibile la chiamata alle armi, la campana che suona per la resistenza (altro archetipo, almeno a sinistra) e porta a prendere sul serio un Di Maio (DI MAIO!)

Rimane infine un’altra questione: come si comporterà sull’immigrazione questo nuovo governo? La via è stretta, è evidente che la maggioranza degli italiani in questo momento storico chiede un maggiore controllo dei confini, una politica di ingressi più severa e in linea con quella degli altri paesi europei, ma la sinistra (tra l’altro in maniera estramente provinciale) ha sempre bollato in automatico queste richieste come fasciste tout court, un criterio secondo il quale molte nazioni europee sarebbero fasciste, così come lo sarebbero stati gli Stati Uniti di Obama e non solo quelli di Trump (che da quando twitta su Giuseppi è comunque diventato un amico).

Il nuovo governo potrà evitare (e eviterà) salvinate come quelle di lasciare persone a bordo delle barche in mare, ma dopo? Se gli immigrati continueranno ad arrivare come arrivavano prima, Salvini non farà che aumentare i propri consensi e l’intero scopo di questo governo vorrebbe essere logorare il nemico, non renderlo più forte. Insomma serviranno strategie nuove, più umane e efficaci, che non si vedono all’orizzonte e sono urgenti anche perché, come detto, sarebbe finalmente ora di pensare anche a quello che si svolge dentro i confini, non solo nelle immediate vicinanze. E possibilmente  sapere anche comunicare questa pluralità di attenzioni e di azioni, non appiattirsi quindi su una narrazione Salviniana e barcone-centrica del Paese. Pensare però che possa nascere una strategia efficace e intelligente da una coalizione che comprende i 5 stelle è puro wishful thinking.

Per tutti questi motivi se io fossi Salvini in questo momento starei sbocciando delle bottiglie d’annata. Sempre naturalmente che non nasconda qualcosa che non sappiamo. Ma questa è un’altra storia.

[1] Fonte: AGR (Associazione Gabbiani Roma)/Cio (Comitato olimpico internazionale)

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La censura cinese all’estero

Articolo pubblicato su Il Foglio (12.10.19)

 

Che la Cina non garantisca libertà di espressione ai propri cittadini è cosa nota, che metta in atto delle politiche per ridurre quella dei Paesi occidentali è invece un tema meno esplorato. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa, quando Daryl Morey, G.M. degli Houston Rockets, squadra di basket della NBA, ha twittato la scritta “Lotta per la libertà. Supporta Hong Kong” a sostegno delle proteste che perdurano nel protettorato cinese da quando, questa estate, è iniziata la discussione parlamentare di una legge che permetterebbe l’estradizione dei cittadini nella madre patria.

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Nonostante il social network sia censurato sul territorio cinese dal 2009, il tweet non ha lasciato indifferenti le autorità di Pechino che hanno subito alzato la voce pretendendo scuse e annunciando conseguenze pesantissime. Gli Houston Rockets sono stati in passato la squadra di Yao Ming, l’unico giocatore cinese di un certo livello che la storia del basket ricordi, per questo motivo sono ancora oggi il team più seguito in Cina: in occasioni speciali indossano persino canottiere con il lettering in caratteri cinesi. Dalla prospettiva degli americani il mercato cinese è il secondo al mondo, con oltre 600 milioni di persone che la scorsa stagione hanno visto una partita della NBA e pagato un terzo degli abbonamenti globali al servizio di streaming. Dopo il tweet, il partito comunista cinese ha fatto muscolare sfoggio del controllo assoluto che possiede sull’intera società: la lega di basket nazionale ha rescisso i suoi accordi di collaborazione con la NBA, servizi di streaming e canali televisivi hanno sospeso la trasmissione delle partite e il merchandising è sparito da diversi e-shop, così come sono stati annullati alcuni eventi già programmati in Cina.

In un primo momento le reazioni americane sono state singolarmente prone al dettato cinese, il proprietario dei Rockets Tilman Fertitta si è affrettato a dissociare la franchigia dal tweet, lo stesso Morey ha chiesto scusa, specificando che non voleva offendere nessuno. La NBA ha rilasciato un comunicato in puro slang corporate che è riuscito nel non agilissimo compito di scontentare tutti: i cinesi, i difensori della libertà di opinione e anche quelli della logica. Da un lato infatti la lega riconosceva che il tweet “aveva offeso molto gli amici e i fan cinesi” e questo era “spiacevole” subito dopo però accennava non a una difesa del semplice e lineare “freedom of speech”, quanto piuttosto al sostegno “all’educazione delle persone e alla condivisione dei punti di vista sulle cose per loro rilevanti”. La Cina d’altrocanto si dimostra da tempo ipersensibile, nel 2018 è ha vietato la distribuzione di un film che vedeva Winnie the Pooh fra i protagonisti perché su internet erano apparsi dei meme che evidenziavano la somiglianza fra l’orsetto bonaccione e il presidentissimo Xi Jinping. Quando il comedian John Oliver ha parlato nel suo show di questa simpatica similitudine e dell’abitudine, meno gradevole, dei cinesi a violare sistematicamente i diritti umani, il servizio di streaming di HBO dove va in onda il programma è stato immediatamente bloccato in tutta la Cina.

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(John Oliver e Winnie the Pooh)

Winnie the Pooh compare anche nella risposta data al regime dai creatori di South Park, show oggetto di un’altra censura cinese per via del suo ultimo episodio “Band in China”. “Come la NBA, diamo il benvenuto ai censori cinesi nelle nostre case e nei nostri cuori. Anche noi amiamo i soldi più della libertà e della democrazia. Xi non assomiglia per niente a Winnie the Pooh. (…) Lunga vita al Grande Partito Comunista cinese! Possa il raccolto di sorgo essere copioso questo autunno. Va bene così Cina?”

 

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(il tweet degli autori di South Park)

Nell’episodio – disponibile in streaming gratuito sul sito dello show – i personaggi di South Park formano una band musicale e vengono costretti da un discografico statunitense ad edulcorare i loro testi, rimuovendo i riferimenti all’omosessualità, al Dalai Lama e a qualsiasi altro argomento che possa impedire la diffusione della loro opera sul mercato cinese. Durante la puntata appare anche – rinchiuso in un carcere cinese – uno spaesato Winnie the Pooh, sempre lui. La storia di prodotti culturali statunitensi modificati per ottemperare ai desiderata del partito comunista non è certo un’invenzione di South Park, già nel lontano 2006 era stata tagliata da “Mission Impossibile III” una scena in cui apparivano dei panni appesi fra due palazzi di Shangai, considerata disonorevole. I casi sono molti, nel film del 2012 Red Dawn, ad esempio, l’esercito cinese nel ruolo del nemico è stato sostituito in post produzione da quello Nord Coreano. Più di recente nel remake di “Top Gun” – film co-finanziato da Tencent – dalla giacca di pelle di Tom Cruise sono sparite le toppe con le bandiere del Giappone e di Taiwan presenti nel primo film.

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(giubbotto di Top Gun, prima e dopo il mercato cinese)

Con un clima del genere – e soprattutto con la presenza crescente di co-produttori cinesi – film hollywoodiani come “7 anni in Tibet” o “L’angolo rosso” oggi sarebbero impossibili da realizzare. Non è esente dall’influenza cinese nemmeno un altro enorme comparto dell’intrattenimento: quello del gaming. Un caso recente ha visto Blizzard Entertainment, gigante americano da 7,8 miliardi di ricavi nel 2018 e creatore di World of Warcraft, negare un importante premio in denaro e squalificare per un anno un giocatore professionista che si era permesso di inneggiare alla libertà di Hong Kong. Anche i due giornalisti che lo avevano intervistato sono stati licenziati in tronco. Pressioni – efficaci – sono state fatte dalla Cina anche sulle compagnie aeree perché smettessero di indicare Hong Kong e Taiwan come nazioni indipendenti sui loro siti internet. Lo stesso tipo d’indicazione geografica che stampata su una t-shirt ha costretto Versace a delle scuse precipitose, la maglietta per altro conteneva anche un refuso nel nome “Brussels” ma non risultano richieste di scuse da parte del governo belga. Il caso degli Houston Rockets salta comunque all’occhio perché la NBA negli ultimi anni è diventata una specie di sogno liberale e meritocratico su scala mondiale: non importa dove nasci e che aspetto hai: se sei in grado di giocare a livello dei migliori ad aspettarti ci sono parecchi milioni di dollari. L’MVP della scorsa stagione è stato un greco di origine africana, la migliore matricola un diciannovenne sloveno bianchissimo che gioca come una star trentenne. La NBA in passato ha preso apertamente le difese di Enes Kanter, un giocatore turco – sodale di Fethullah Gülen e nemico dichiarato di Erodgan – nei confronti del quale Instabul ha emesso un mandato di cattura per terrorismo. La lega prende spesso posizione contro la discriminazione delle minoranze, in particolare quella afroamericana. Più in generale star, allenatori e giornalisti di settore si sono schierati sovente contro Trump, che dal canto suo attacca pubblicamente sia LeBron James che i fortissimi Golden State Warriors.

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(Trump vs Lebron)

Anche per questo motivo, i due giorni di intimorito silenzio dei nomi più noti del campionato e le scuse arrendevoli dei loro rappresentati, hanno colpito parecchio gli osservatori. Dove sono finiti tutti i combattenti per i diritti civili? Sono rimasti seppelliti sotto i miliardi di yuan e il dato di fatto che il mercato cinese è molto più grande di quello turco? Tutto questo accadeva nello stesso periodo in cui Richard Stallman, scienziato del Mit e fondatore del “Movimento per il software libero” (le cui conseguenze positive per l’economia americana si stimano nell’ordine dei trilioni di dollari) veniva licenziato in tronco perché in una mail listing privata – parlando di Marvin Minksy, un suo ex collega coinvolto nell’affare Epstein e ora defunto – si era prodotto in una breve riflessione sul fatto che il termine “sexual assault” fa pensare immediatamente alla coercizione fisica e per riferirsi a del sesso con delle ragazze minorenni apparentemente consenzienti sarebbe invece il caso di utilizzare un’ espressione più precisa “per evitare ogni vaghezza morale attorno alla natura della critica”. Che sia o meno condivisibile, questa singola riflessione linguistica – Stallman non è accusato di alcun tipo di rapporto improprio o illegale – è finita per costargli il lavoro, oltre alla faccia visto che i media di mezza America lo hanno dipinto come un depravato determinato ad assolvere moralmente gli stupratori. Di eccessi in seguito al #metoo ce ne sono stati diversi ma il caso di un uomo – un idolo di settore per altro – licenziato per aver osato intraprendere una riflessione semantica rappresenta probabilmente un nuovo vertice negativo. Nell’ansia di non offendere nessuno s’ignora lo stato di diritto – condannando gli accusati alla morte civile ed economica – e si forza spesso ogni posizione entro schemi manichei che riducono il mondo a buoni e cattivi. Chi viene relegato arbitrariamente sul lato dei cattivi perde ogni diritto ad un’opinione divergente. Diventa il male assoluto. Qualche inquietante somiglianza con la forma mentis del partito cinese salta all’occhio. Certo i due sistemi politici rimangono separate da differenze abissali, ma negli ultimi dieci anni la Cina è rimasta un Paese illiberale – semmai ha esteso la sua influenza censoria a livello internazionale – mentre gli Stati Uniti sono andati perdendo a colpi di safe-space, micro-aggressioni, politicamente corretto e crociate moraliste, una fetta importante del valore non negoziabile e condiviso della libertà di espressione. Durante questo processo sono finiti nelle maglie del repulisti anche degli autentici criminali e sono state condannate usanze del tutto deprecabili ma il prezzo che la società nel suo insieme sta pagando è alto. La storia del pensiero liberale insegna che il metodo prima o poi si rivela sostanza e sul lungo periodo finisce per contare più delle motivazioni sbandierate ai quattro venti. In altri termini, se si limitano la libertà d’espressione e le altre forme di garanzia che lo si faccia per un’idea che si ritiene buona, conta poco o nulla. Ogni movimento autoritario, vale la pena di ricordarlo, inizia sempre fregiandosi di buone intenzioni. Bret Easton Ellis nel suo ultimo, splendido, libro “Bianco” segnala una singolare somiglianza fra il pensiero dei guerrieri del politicamente corretto e la mentalità delle corporation, due forme di pensiero con alcune affinità elettive, entrambe si rivelano naturali antagoniste del dibattito e del pluralismo delle opinioni: per i militanti si tratta di imporre al mondo intero un verbo che ritengono assolutamente buono e indiscutibile, per le corporation si tratta proteggersi da ogni aggredibilità legale e mediatica tutelando così i propri bilanci.

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(Bret Easton Ellis)

Sostenere posizioni di principio, come la difesa della libertà d’espressione, può avere un costo economico elevato, anche senza bisogno di scomodare le dittature di oriente. In un simile clima politico e culturale uno stato antidemocratico come la Cina si permette di sparigliare le carte e, con un colpo quasi situazionista, si mette a parlare seriamente di “offesa” ai suoi cittadini, facendo scattare il meccanismo pavloviano di terrore che ormai si annida in ogni occidentale timoroso di dio al solo sentir pronunciare quel sostantivo. Da questo timore diffuso, istintivo, e non solo dalle motivazioni di danni economici nasce probabilmente il momento d’impasse della NBA e dei suoi giocatori. Il grottesco è evidente e sta nel fatto che il primo ad offendere i cittadini cinesi è in realtà proprio il regime antidemocratico che impedisce la loro autodeterminazione. Che uno Stato autoritario possa dirsi “offeso” senza che il mondo democratico scoppi in una sonora risata collettiva è uno degli aspetti inquietanti del nostro tempo, oltre che il segno del potere di ricatto dell’enorme mercato interno cinese. Se il primo nemico di ogni liberalismo è lo strapotere dello Stato, il secondo è l’esistenza di ricchezze enormi e di grandi squilibri, la cieca ricerca del profitto slegata da ogni impalcatura etica condivisa, per quanto minimale. Isaiah Berlin sosteneva che “la libertà totale per i lupi significa la morte per gli agnelli” e in modi, maniere e intensità diverse – per fortuna solo in minima parte sovrapponibili – oggi parte del sistema di regole che serve a proteggere gli agnelli, come il diritto a un giusto processo prima che venga comminata una eventuale condanna, o quello alla libertà di opinione anche quando questa finisce per offendere qualcun altro, sono sotto attacco dalla Cina come dall’America, dall’azione dello Stato autoritario come da quella delle corporation impersonali. Come detto però ci sono ancora molte grandi, fondamentali, differenze. Alla fine l’Nba, spronata in maniera bi-partisan dalla politica americana, ha prodotto una seconda dichiarazione meno sottomessa ai voleri del partito comunista e soprattutto più difensiva nei confronti libertà di opinione.

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(Adam Silver, commissioner della NBA)

 

Donald Trump, il noto troll di Twitter che nel tempo libero svolge funzione di presidente degli Stati Uniti, non è intervenuto sulla questione parlando direttamente con le autorità cinesi delle condizioni di accesso al loro mercato, ribadendo l’inderogabilità della libertà di espressione e rinforzando così l’unità nazionale americana, ha preferito invece ridicolizzare i due coach simbolo della NBA, Steve Kerr e Greg Popovich, per quanto si sono dimostrati arrendevoli di fronte alle richieste cinesi, contrariamente a quando polemizzano con lui – il che per inciso è inopportuno, ma vero. La storia naturalmente non finisce qui. l’Nba sembrava aver agguantato un pareggio in zona cesarini, forse ricordandosi che ogni regime ha bisogno di pane, sì, ma anche di giochi, e 600 milioni di persone costrette a guardare il mediocre basket cinese al posto dell’NBA forniscono anche alla lega un certo potere di contrattazione, non solo al regime comunista. Subito dopo però allo stadio di Philadelphia è stato vietato a dei tifosi di esporre dei cartelli pro Hong Kong e in Giappone è stato impedito a una giornalista di fare una domanda a tema Cina ai giocatori dei Rockets in tour. Sulla vicenda non resta che aspettare il monologo di Dave Chapelle, il comico che assieme a Easton Ellis è l’ultimo vero alfiere pop della libertà di espressione americana, specie ora che, nell’episodio di South Park censurato, Winnie the Pooh è stato ucciso con un laccio attorno alla gola da un americano che voleva ottenere un lasciapassare per il mercato cinese.

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“HOCKEYTOWN – il documentario” al cinema

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Nuove proiezioni:

17,18,19 giugno h20 UCI CINEMAS BOLZANO (TWENTY)

26 Giugno h.20.30 FILMCLUB ( VIA DR.STREITER)

(SOLD OUT) BOLZANO – 9-10-11 MAGGIO h. 20 – UCI CINEMA

(SOLD OUT) Teatro Cristallo Bolzano Venerdì 10 maggio H21

MILANO – 13 Maggio h.20 – UCI CINEMA BICOCCA

 

La scorsa primavera mi sono trovato ad assistere a un evento sportivo di quelli che in futuro si racconteranno di padre in figlio e renderanno possibile il fenomeno del tutto innaturale dell’invidia dei giovani nei confronti dei vecchi perché i vecchi erano lì quando è successa una cosa pazzesca. 

Vado con ordine. La squadra della mia città (100mila abitanti) ha ingaggiato come allenatore un rude finnico con bracciale d’oro da mezzo chilo al polso ed è passata dall’ultimo posto in classifica (a quaranta punti dalla vetta) alla qualificazione ai playoff.

Un miracolo. Abbiamo pensato “Per i prossimi 20-30 anni sappiamo che esempio tirare fuori quando avremmo bisogno di credere nella possibilità che qualche evento del tutto improbabile si realizzi.”

Dopo di che la squadra ha vinto anche i quarti di finale.

In semifinale ha incontrato i campioni in carica, la squadra di una capitale con quasi due milioni di abitanti, un team che aveva a disposizione circa tre volte il nostro budget. “Ok, è stato bello ma finisce qui”, abbiamo pensato tutti “però comunque che stagione pazzesca!”

La nostra squadra ha spazzato via i ricchissimi campioni in carica della capitale in cinque partite.

A quel punto eravamo in finale – contro una squadra ancora più ricca– e io avevo messo in piedi una piccola troupe e stavo filmando quello che stava accadendo sotto gli occhi di uno stadio con quasi 7500 spettatori e una città che ancora un po’ e si sarebbe messa i pattini per andare al lavoro, anche se era aprile e c’erano venti gradi.

Già perché la città è Bolzano, lo sport in questione non era il calcio ma l’hockey su ghiaccio, e il campionato non era quello italiano ma una lega internazionale austriaca.

Lo so, siamo strani.

Il risultato di quel mese di follia sportiva che ha fatto sembrare un angolo d’Italia una provincia del Canada oggi è un documentario intitolato “HOCKEYTOWN”. Perciò quando noi saremmo dei vecchi sbruffoni impegnati a darci di gomito dicendo “noi c’eravamo“, qualche fortunato giovane potrà dire “m’beh capirai, io ho visto il documentario” .

Ma questo succederà, forse, fra molti anni. Nel frattempo Hockeytown verrà proiettato il 9, 10 e 11 maggio al cinema UCI di Bolzano, qui le prevendite (caldamente consigliate). Il 13 Maggio invece sarà la volta di Milano all’uci Bicocca. Se  siete interessati ad organizzare proiezioni in altre città d’Italia potete scrivere a quitthedoner@mail.com.

 

Saluto curva

Foto Palaonda

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COSA NON TORNA NELL’ULTIMO EPISODIO DI GAME OF THRONES

!Spoiler alert; serie 8 episodio 5!

(siete avvisati, anche se dopo tutto questo tempo dalla messa in onda o l’avete visto o non vi interessa veramente)

Come tutti gli appassionati di Game of Thrones sanno la penultima puntata in assoluto della serie è stata molto divisiva. Specie nel mondo anglosassone si sono moltiplicate le accuse agli sceneggiatori di essere “lazy” per aver adottato una sequenza di soluzioni narrative un po’ troppo semplici e quindi in contrasto con l’estrema accuratezza che ha caratterizzato la serie, o, quanto meno, l’ha caratterizzata fino alla sesta stagione. Credo che alcune di queste accuse siano fondate, ma che giunti a questo punto della storia le opzioni fossero al tempo stesso limitate. Vediamo perché.

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(Uno scorpio: da infallibile missile Patriot a cerbottana in sette giorni)

In molti si concentrano sulla mancanza di motivazioni solide dietro al raptus di follia assassina di Daenerys, e questo è, come vedremo più avanti, sicuramente un tema interessante. Lo snodo narrativo però più palesemente indegno di una storia come Game of Thrones è quello che riguarda gli scorpio, ovvero i balestroni anti-drago che sono rispuntati (dopo potenziamento) ovunque nel corso della 4° puntata della stagione, quando, nell’ordine, hanno abbattuto con disarmante facilità uno dei draghi (riducendo la flotta di rettili volanti di un notevole 50%), messo in rotta Daenerys con il drago rimanente e distrutto una quantità indefinita di navi Targaryen. In questo video ufficiale HBO lo staff della serie spiega genesi e potenza invidiabile dei nuovi scorpio. A questo punto chiunque, vedendo i balestroni appollaiati non solo sui ponti delle navi ma anche sulle torri di cinta di King’s Landing, è stato quindi (appositamente) portato a pensare: ecco una vera Ztl per draghi. Il che cambiava di parecchio le prospettive sulla battaglia successiva. Cambiava anche le quote-scommessa sulla corsa al trono perché con un altro abbattimento Daenerys si sarebbe ritrovata priva di draghi incenerenti e a quel punto il fatto che non sia mai stata proprio simpaticissima sarebbe potuto emergere presso le sue truppe. Lo scopo principale della 4° puntata sembrava essere quello di convincerci che l’armata Cersei grazie alla flotta di Euron + mercenari della Golden company + (soprattutto) nuova contraerea, fosse in una condizione di parità, se non addirittura di superiorità. Questo specie se si pensa per un momento anche agli ettolitri di Wildfire nascosti nei cunicoli della città, e che potevano essere usati, con il più tipico dei Cersei-move, per creare un Vietnam inespugnabile, a spese anche dei residenti di King’s landing, gente che tutto sommato avrebbe anche qualche ragione per non pagare le addizionali comunali. .

Insomma il cliffhanger della 4° puntata suggeriva apertamente possibili (serie) complicazioni sulla strada del legittimismo targaryano.

Già qui comunque avevamo assistito a una scena assolutamente non coerente con la real politik delle vecchie stagioni di Game of Thrones, quando cioè un minuto drappello con tutta l’élite dragomunita dei Targaryen si era messo a portata di scorpio e di arcieri di fronte alle mura di una città governata da una psicopatica conclamata come Cersei. La Lannister però dimostra che nelle scuole di Casterly Rock non si studia Tito Livio e si lascia miseramente sfuggire l’opportunità di tagliare tutti gli alti papaveri del fronte nemico e terminare così vittoriosamente la guerra senza nemmeno combatterla. Un’ingenuità decisamente poco Cersei. E già qui in molti abbiamo storto il naso.

La puntata numero cinque nasce comunque sotto gli auspici di una battaglia campale, poi però succede l’inspiegabile: Daenerys cala dal cielo con il suo ultimo drago e distrugge in circa 20 secondi tutta la flotta di Euron (non il piccolo drappello di navi che aveva abbattuto un drago con facilità bambinesca la puntata prima, ma tutta la flotta) dopodiché passa agli scorpio sulla costa e a quelli sulle mura, i quali dal canto loro dimostrano la precisione di tiro dei terroristi arabi nei film americani anni 80, ovvero non prenderebbero un elefante (o un drago) da 5 metri di distanza. In un paio di minuti senza nessuna spiegazione plausibile Daenerys distrugge quindi forze parecchie volte superiori a quelle che qualche giorno prima l’avevano messa in fuga con la codona di drago fra le gambe.

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(abbiamo scherzato)

Questo passaggio è talmente imbarazzante da un punto di vista narrativo che viene saltato a piè pari in entrambi i behind the scenes pubblicati da Hbo dopo la puntata ( questo e questo ). E stiamo parlando di speciali che spiegano sempre la genesi di tutti i passaggi importanti delle puntate. In questo caso invece no, probabilmente era un momento troppo indifendibile.

Perché una scelta del genere?

Il problema qui per gli sceneggiatori stava nel fatto che dopo la battaglia con i White Walkers si sapeva che Daenerys poteva scendere a King’s Landing e fare un grosso barbecue della città. Il massimo dilemma era quello morale, ovvero come prendere la città senza arrostire nel mentre tutti gli abitanti, gli stessi che, per inciso, si erano fatti malamente abbindolare da quel Beppe Grillo di Westeros che era l’High Sparrow. Insomma interessante, ma –gli sceneggiatori devono aver pensato– fino a un certo punto. Quindi serviva aggiungere tensione sulla battaglia imminente. Benissimo. Il problema è che, come abbiamo visto, poi non si prendono la briga di risolverla.

Come avrebbero potuto fare diversamente?

La prima opzione che viene in mente è che qualcuno della folta élite targaryana avrebbe potuto trovare il modo di rendere inutili gli scorpio, un Tyrion che corrompe il capo della guarnigione contraerea, un Ser Davos che infiltra dentro le mura un commando di assassini per uccidere gli operatori dei balestroni, un Samwell Tarly che fa sapere via corvo che esiste un batterio in grado di distruggere il legno di cui sono fatti gli scorpio. Quello che volete, pensandoci un po’ sopra di sicuro possono uscire idee migliori di queste. L’importante in questo scenario è che chi offre la soluzione al problema della contraerea faccia parte in una maniera o nell’altra dell’entourage di Daenerys. Immaginate che intensità ne sarebbe scaturita se fosse stato John Snow ad aprire la via al drago che subito dopo avrebbe incenerito decine di migliaia di innocenti. Sussurra ora, nordico che si scopava sua zia.

Il problema qui sta probabilmente nelle implicazioni successive, è molto probabile che affinché il finale si riveli d’impatto sia necessario coltivare una sensazione di onnipotenza di Daenerys. Se il suo successo in battaglia fosse subordinato ad una momentanea sospensione delle attività contraeree causata dei suoi stessi uomini, allora il suo dominio sembrerebbe meno imperioso, meno irrevocabile. E questo non va bene, perché quando e se sarà invece revocato sarà necessario che ciò avvenga attraverso il superamento di una notevole difficoltà e non, quindi, in venti secondi come fosse una flotta di Euron qualsiasi. Vedete qui quindi la contraddizione di scopi: da un lato per sostenere le sei puntate della stagione 8 bisognava comunicare la battibilità dei draghi (draghi onnipotenti stufano subito), dall’altra si era creato a questo punto della storia il bisogno di fornire di nuovo a Daenerys dei mezzi insuperabili. Da qui nascono quei due minuti imbarazzanti in cui spazza via tutto l’esercito nemico senza nessuna pretesa di plausibilità narrativa.

Si potevano trovare soluzioni alternative? Probabilmente sì, ma a questo punto dovrebbe essere evidente come non si trattasse di un compito facile, anzi.

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(Daenerys esporta la targaryancrazia a King’s Landing)

Infine la questione dell’ammattimento subitaneo di Daenerys. In realtà la cosa è stata annunciata più volte durante la serie ma sempre attraverso una serie di cenni e riferimenti che si sono dissolti dentro l’enorme massa narrativa di 8 stagioni caratterizzate da una miriade di storylines. Si poteva lavorare meglio sui cenni dell’imminente pazzia? Anche in questo caso probabilmente sì, ma senza esagerare, altrimenti Snow, Tyrion (che fa bruciare vivo il suo migliore amico), e il resto dell’oligarchia si sarebbero resi moralmente complici del massacro. Insomma, si trattava di un equilibrio sottile. Il problema vero qui sta nel fatto che Daenerys può avere dei motivi per cercare una vendetta sanguinosa nei confronti dei Lannister e in genere del potere kingslandiano, ma non si capisce – proprio non si capisce – perché dovrebbe bruciare vivi i residenti della città, così come parte delle sue stesse truppe.

Razzismo anti-westeros? Cos’altro?

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( E se li uccidessi tutti? La butto lì eh)

Nei behind the scenes ufficiali l’argomento viene trattato ma si parla soltanto di una vendetta contro gli usurpatori. Perché questa vendetta debba attardarsi a bruciare vivi degli innocenti rimane inspiegato. In ultima analisi anche questa è una sciatteria, se l’odio anti-Lannister si estende a tutto il popolo di Westeros va bene, ma sarebbe stato utile vedere uno o più episodi che con il senno di poi potessero rivelarsi seminali per questo tipo di razzismo estremo nella bambina dell’ovest diventata donna ad est.

Comunque la si metta, anche tenendo conto del fatto che le conclusioni sono sempre molto più difficili delle orchestrazioni intermedie e che qui la gestione del materiale era veramente complicata, rimane il dubbio che il vecchio George Martin avrebbe probabilmente ottenuto risultati migliori. Certo però impiegando molto, molto, più tempo.

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POLARIZZAZIONE

Appunti per “Polarizzazione”, una storia d’amore nel XXI° secolo.

Contrariamente a quello che accadeva alla maggioranza delle persone, nella vita di Luisa e Piero la politica era la cosa più importante, una sorta di ossessione personale. Vivevano entrambi come seguendo i dettami di una fede, un credo laico, per cui l’aderire o meno delle persone che andavano conoscendo nel corso della vita a una serie di regole, di non detti, di assunti pregiudiziali, segnava il confine fra l’essere davvero una persona oppure, al contrario, una specie di essere demoniaco, malvagio, al di fuori del consesso umano. O della loro bolla social, che per Luisa e Piero era la stessa cosa. Passavano molto tempo su twitter e avevano vite complessivamente poco stimolanti, una situazione alla quale il loro fortuito incontro – durante un aperitivo di Natale che celebrava la fusione delle aziende dove lavoravano – prometteva di mettere fine, sostituendo la misera dopamina di un retweet con l’appagante complessità di lunghi e gioiosi amplessi in grado di riconciliare un essere umano con l’universo, i suoi atomi, i suoi misteri. Purtroppo per il loro amore, le loro posizioni politiche – le stesse in cui si era divisa l’Italia in quel periodo– erano fra loro assolutamente inconciliabili. Per Luisa un politico serio poteva solamente esporre cibo sui social, per Piero invece poteva anche consumarlo durante una diretta facebook. Si lasciarono senza superare mai davvero il rammarico per quello che sarebbe potuto essere e invece non era stato.

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Reportage: L’anomalia

 

«Quando giochi con il limite, spari mirando a un bersaglio.

Senza il limite, il bersaglio prende vita e spara a te».

Crandell Addington a proposito del Texas Hold’em no limit

Una coppia di inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane verso un banco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto. È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato liscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che collega un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse, case vacanze per ricchi, e parcheggi pieni di Porsche Panamera e Range Rover nere.

Stamattina, a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava «Odio tutti», mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica, dove la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale, e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. Per un’ora di viaggio lui, grosso, rasato e silente, ha ascoltato dosi da centro sociale di ska balcanico, e io, medio, arruffato e sotto antibiotici, ho fissato lo schermo digitale che illustrava in tempo reale il funzionamento di un propulsore ibrido, ho guardato le case nuove di zecca con i tetti rossi di Sveti Stefan e mi sono appuntato che il primo taxi provvisto di wi-fi di bordo che prendevo in vita mia copriva la tratta Podgorica-Budva.

A un certo punto, stupito dall’ottima qualità delle strade, ho chiesto al tassista come andava l’economia.

«Male».

Poi di nuovo una lunga e ininterrotta distesa di ska balcanico.

Ora, seduto al ristorante, lancio a mia volta un pezzo di crosta lontano dal banco di cefali. Uno guizza nella mia direzione, il resto del gruppo gira a vuoto continuando a confidare negli aiuti da oltremanica. Se il livello della competizione si alza, a prosperare sarà il più forte, o colui che è in grado di vedere pezzi di pane dove fino a quel momento nessuno è stato in grado di scorgerli. Il primo è il barbaro tradizionale, che sotto sembianze sempre diverse attraversa la storia come una costante di sopraffazione, il secondo è l’espressione, della legge ugualmente darwiniana, che per la sopravvivenza talvolta l’intelligenza può più della forza. A forse cento metri da qui, nel casinò di cui sono ospite, un centinaio di emuli umani dei pesci satura un salone con il rumore incessante che fanno le pile di fiche quando le tormenti tra le dita. È in corso un torneo di Texas Hold’em no limit su due giorni, in cui ognuno dei giocatori punta a essere l’anomalia in un sistema di sconfitti. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)