Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 3
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ANALISI DI UNA MOSSA SUICIDA

(Cinque Stelle? Io? Mai nella vita)

Il Movimento 5 stelle è un partito di fatto proprietà di una persona (Davide Casaleggio), regolato da procedure interne arbitrarie e del tutto opache (epurazioni e votazioni sulla piattaforma non certificata Rousseau).

Dal punto di vista formale è senza alcun dubbio il partito meno democratico dell’arco parlamentare italiano, molto meno democratico anche della Lega che ha pur sempre un suo statuto e un suo congresso.

Dal punto di vista politico il Movimento è un disastroso accrocchio di ciarlataneria e contraddizioni, un partito che – almeno a parole– vuole bloccare ogni opera pubblica e ogni tentativo di modernizzazione del Paese e nel frattempo prova a spargere soldi con l’idrante sui nullafacenti (reddito di cittadinanza) o ad assumere altri dipendenti pubblici (navigator). Tutto questo nonostante l’enorme debito pubblico italiano, vera zavorra del Paese nonchè ipoteca sulle generazioni presenti e ancora di più su quelle future.

Un partito che si schiera con decisione contro ogni concetto di responsabilità, visto che la colpa per i 5 stelle è per definizione sempre degli altri. Dell’Europa, dei poteri forti, del PD, di quel cane lì in fondo, quello con il pelo marrone. Lui.

Il Movimento 5 stelle è il partito da cui proviene quella che è la peggior classe di amministratori locali che la storia di Italia ricordi (Raggi, Appendino) [1]

 Uno dei suoi leader lo scorso anno ha chiesto la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica.

È il partito che ha davvero promesso ai familiari di 43 persone appena morte che il ponte Morandi di Genova sarebbe stato ricostruito entro un anno.

E non ricostruito e basta, ma ricostruito così.

È il partito che ha fatto ministro del lavoro e dello sviluppo economico, nonchè vicepremier, uno che in vita sua aveva lavorato poco e niente.

La stessa persona che dopo essersi vantato di aver viaggiato in economy fino a Shanghai ha sbagliato per due volte il nome del presidente cinese.

E questo solo per il nome, figuriamoci cosa avrà capito del resto. Immaginatevi come sarà andata la riunione fra la delegazione cinese e questa volpe del deserto cotta da più di dieci ore di volo pressato fra un sedile e l’altro. Questa è la gente che i 5stelle mandano in giro per il mondo a rappresentare l’Italia. Ma, ehi, volano in economy.

Un partito che prima rilascia dichiarazioni pesantissime contro un’azienda quotata in borsa e due settimane dopo gli chiede di entrare in società.

Il Movimento 5 stelle è anche il partito che aveva detto “sfido io a mettere gli asciugamani sopra un gasdotto” e ora ci sono degli asciugamani comodamente appoggiati sopra un gasdotto in Puglia come in decine di altri luoghi del mondo. L’unicità qui è che il Comune dove sorge l’opera non ha ricevuto, grazie all’amministrazione locale a 5 stelle, un euro di compensazione. Un Lose-lose in cui i 5 stelle sono campioni assoluti.

La palese inadeguatezza di praticamente tutti i dirigenti e parlamentari 5stelle è un gigantesco spot contro la meritocrazia.

Questo partito burletta che riesce ad essere in un colpo solo autoritario, aziendale e cialtrone è il nuovo alleato di governo del PD sotto la supervisione di uno degli uomini politici più improbabili di sempre, l’evanescente Giuseppi (cit.) Conte, il Forrest Gump che ha sempre una parola vuota per tutto.

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(Governeremo…bene!)

I suo discorsi ricordano quelli di uno studente delle superiori non troppo dotato: generici, vaghi, astratti e massimalisti, di fatto non dicono assolutamente niente e tradiscono una spaventevole ignoranza dei compiti a cui è chiamata la politica in una società evoluta.

Piccolo inciso: Il fatto che i discorsi di Conte piacciano anche a molti elettori del centrosinistra la dice lunga sullo stato comatoso della cultura letteraria in questo Paese. Un Paese ancora affetto, anche in pieno evo della scienza, dal morbo mortale del pensiero crociano. Un Paese che a parole è sempre universale e generico, mentre nella pratica si rivela immancabilmente feroce e familistico.

Conte dice ad esempio cose come: “Mi ripropongo di creare una squadra di lavoro che si dedichi incessantemente, con tutte le proprie competenze, energie, a offrire ai nostri figli l’opportunità di vivere in un Paese migliore” Ah, e noi che pensavamo volessi tirare su una banda di stronzi per creare un Paese invivibile. Grazie Giuseppi.

Questo baraccone a 5 stelle, il cui solo autentico talento è la capacità di deludere sempre (provateci e scoprirete che statisticamente non è facile), è ora il nuovo alleato di governo del PD.

Dopo i missili indirizzati verso piazza Montecitorio ora e' la scatoletta di tonno la nuova metafora usata da Grillo nella sua campagna elettorale. E dopo la piazza, il leader del M5S affida l'immagine anche a Twitter dove posta una foto di una scatoletta di latta contenente l'emiciclo della Camera dei deputati e l'etichetta del Parlamento italiano. "Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno. Manca poco" promette Grillo nel tweet che commenta l'immagine, 7 febbraio 2013. ANSA/TWITTER

(Correva l’anno 2013)

Il partito che doveva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno è finito per allearsi con l’alluminio. Lo stesso partito che   fino all’altro ieri riteneva il PD il Male Assoluto, il partito delle banche, il partito che rubava nottetempo i bambini ai genitori travestito da Bibbiano.

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(Correva l’anno…mh…questo)

 D’altrocanto Di Maio è lo stesso visionario del “mandato zero”.

Perché tutto questo?

Perché il PD aveva il terrore di Salvini, dei sondaggi che lo danno in grande vantaggio e del fatto che se la Lega avesse vinto le elezioni avrebbe potuto eleggere il Presidente della Repubblica.

Partendo dal presupposto che Salvini sia un fascista inarrestabile, il PD ha preferito quindi gettarsi nelle braccia del partito azienda-autoritar-cialtronesco contro cui aveva fatto tutta la sua campagna elettorale (e in opposizione al quale aveva ricevuto una larga parte dei suoi consensi). Antichi reperti:

  1. Renzi: provare i 5 Stelle al Governo? Li abbiamo già provati e i risultati li vediamo
  2. Matteo Renzi a TgCom24: il Movimento 5 Stelle dice tutto e il contrario di tutto

Il ragionamento del PD è talmente fallato che è anche difficile capire da dove incominciare ad enumerare gli errori che contiene.

  1. È vero che la nostra è una democrazia parlamentare e si possono formare nuove maggioranze senza passare dal voto, ma è altrettanto vero che l’alleanza fra due partiti che si sono fatti campagna elettorale uno contro l’altro e non condividono praticamente nessun valore è un grave tradimento del mandato elettorale. Il fatto che questo non rappresenti un problema formale davanti alla legge non significa che non azzeri la credibilità del partito che compie scelte del genere. Tradire il mandato ricevuto dagli elettori oltre ad essere una cosa scorretta e antidemocratica non è mai a costo zero. Prima o poi altre elezioni arrivano.
  1. La democrazia non può essere valida solo quando il popolo vota “giusto”, perché sia compiuta devono poter vincere anche “gli altri”. Nell’assenza di una vera maggioranza politica ( con, cioè, un certo grado di omogeneità ideologica e la possibilità di governare davvero) un partito autenticamente democratico non rinvia le elezioni attraverso un patto con il diavolo solo per evitare di perdere. Le affronta, se proprio le perde, ma costruisce per il futuro, idealmente fa i conti con la sconfitta e si rinnova internamente, cambia i suoi rappresentati, riforma le sue idee, dialoga cioè con quel mondo esterno che desidera rappresentare in parlamento. Si dimostra insomma un partito serio. Da questo punto di vista la lettera con cui Calenda ha annunciato le sue dimissioni dal PD è stata impeccabile. Le regole non valgono solo per gli altri. Altrimenti non è più democrazia, è un teatrino. Renzi è arrivato sulla scena come riformatore e in pochi anni è diventato un piccolo D’Alema.
  1. La cosa peggiore che poteva capitare a Salvini in questo momento era andare al governo: infinite promesse da mantenere e niente soldi per realizzarle, isolamento internazionale completo, pochissimi skills politici fuori dall’ambiente di Facebook, decine di miliardi da trovare per evitare l’aumento dell’Iva. Con un’alta probabilità Salvini premier non sarebbe durato un anno, non sarebbe arrivato neppure all’elezione del Presidente della Repubblica. Invece ora Salvini farà le due cose che gli riescono meglio: la vittima e un’infinita campagna elettorale fino al momento in cui passerà all’incasso. Un momento che verrà  probabilmente molto prima di quanto pensi ora il PD perché governare con i 5 stelle è di fatto impossibile.
  1. Il processo di pensiero del PD in questa fase è stato:

Allearsi con i 5 stelle per eleggere un Presidente della Repubblica che impedisca la distruzione del Paese.

Peccato che allearsi con i 5 stelle (il partito azienda, autoritario e cialtrone) significhi distruggere il Paese. Quindi a ben vedere il pensiero diventa circolare:

Distruggere il Paese per eleggere un Presidente della Repubblica che impedisca la distruzione del Paese.

Un nonsense.

  1. Perché un intero partito, per quanto litigioso e spesso alienato alla realtà, cade in un pensiero circolare di questo tipo? Perché è preda di un “bias di fascismo”, ovvero reagisce in maniera irrazionale all’unica cosa che è capace di unirlo –peggio ancora l’unica cosa in grado di dargli un’identità – ovvero l’idea che sia chiamato ad opporsi a quella che storicamente è stata la minaccia massima, la minaccia archetipale. Ma ha senso applicare a Salvini una categoria della storiografia del ‘900 come quella di “fascismo”? Ovviamente no. Qualsiasi cosa sia Salvini, un sovranista populista la cui comunicazione politica passa da un uso scientifico dei social network, un leader con saltuarie pulsioni autoritarie (i pieni poteri) o teocratiche (le invocazioni alla madonnina), il fascismo è un’altra cosa. Non si rende giustizia speculativa a nessuno dei due fenomeni confondendoli.  Salvini può anche essere pericoloso ma non in quanto fascista, bensì in quanto fenomeno nuovo, in costante via di decifrazione. Le categorie politiche esistono per distinguere i fenomeni, il processo di attaccare sempre le stesse etichette a realtà diverse non serve a distinguere il fenomeno quanto piuttosto a identificare chi cerca di etichettarle. In altri termini dare del fascista a Salvini non serve a spiegare la realtà ma a dare un’identità al PD. Lo definisce come un partito che non è più in grado di leggere il suo tempo nè di proporsi come alternativa credibile presso l’elettorato e riesce ad unirsi solo evocando un fantasma del passato – un fantasma che impedisce di vedere altre nuove minacce potenzialmente pericolose. Un partito di questo genere ha con ogni evidenza concluso la sua funzione storica. In un certo senso quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il funerale del PD.

Il Dilemma del barcone

La sensazione di fascismo incipiente che secondo il PD giustifica l’accordo contro natura con i 5 stelle, deriva in massima parte dalla gestione Salviniana dell’immigrazione, una gestione che si è basata principalmente su annunci social, diserzione delle riunioni europee, un peso internazionale dell’Italia del tutto inesistente e una linea dura contro le singole barche delle Ong, un approccio passivo che si è manifestato reagendo di volta in volta in maniera pressoché estemporanea ad una nuova emergenza. Complessivamente un approccio dilettantesco MA, ed è un grosso ma, proviamo per un momento a pensare come qualcuno che voglia davvero governare uno Stato: possono le sorti di quel complessissimo organismo che è un Paese di 60 milioni di abitanti con tutti i suoi infiniti problemi (l’economia, la sanità, l’istruzione, la ricerca, eccetera) essere decise solo ed unicamente dallo scontro fra un ministro dell’interno e qualche centinaio di immigrati clandestini a cui comunque vengono garantiti cibo e cure mediche? Potremmo chiamare questa domanda il Dilemma del barcone.

Personalmente credo che questa centralità assoluta sia l’effetto di distorsione emotiva, uno degli inganni che l’empatia gioca alla ragione per via di una sovrabbondanza di immagini e per la fascinazione universale che nutriamo nei confronti di alcuni archetipi narrativi (in primis lo schema Davide vs Golia, che non a caso è lo stesso che, rovesciato,  Salvini usa contro l’Europa). Da un punto di vista razionale mi sembra piuttosto probabile che prendendo decisioni che riguardano l’intera comunità basandosi soltanto del Dilemma del barcone (qualsiasi sia la vostra posizione a riguardo) si infiliggano sul lungo periodo danni decisamente maggiori a un numero molto più elevato di persone.

Mettiamo ad esempio che per via dell’assoluta centralità del Dilemma del barcone vada al governo la Lega (come molto probabilmente accadrà a breve) oppure (come sta accadendo ora) un governo M5s-PD, entrambe queste opzioni avranno realisticamente conseguenze involutive sull’economia italiana e un’economia in collasso in uno Stato con 60 milioni di abitanti significa un sacco di morti in più, per via di una sanità peggiore, di una peggiore alimentazione, di peggiori condizioni di lavoro eccetera. Se l’imperativo è quello umano – la tutela, cioè, della vita umana – guardare alla vita di 60 milioni di persone attraverso lo spioncino del Dilemma del barcone rischia di essere estremamente controproducente. Ma è il principio che conta! Ok, ma è davvero il principio o l’occhio della telecamera? L’albero fa rumore se cade in una foresta dove non c’è una diretta Facebook di Salvini o di Carola Rackete? Se il concetto della tutela della vita umana è universale, la vita degli abitanti di uno Stato dovrebbe valere quanto quella di coloro che in quello Stato provano ad entrarci illegalmente. Questo ragionamento è valido in particolar modo se ai barconi a cui viene negato accesso al territorio di uno Stato sovrano viene comunque fornita assistenza. Scegliere chi deve governare l’Italia solo sulla base di eventi delle dimensioni e della frequenza degli sbarchi illegali è una scelta assurda. Il PD, come qualsiasi partito riformista, dovrebbe inserire la gestione dell’immigrazione fra i problemi che deve gestire, non dargli quel tipo di priorità assoluta che sottointende debba avere nel momento in cui  rinnega tutto se stesso e va a stringere un’unione assurda con il M5s.

In breve, se è per evitare che dei barconi d’immigrati vengano respinti dai porti italiani che il PD distrugge tutto il resto di quello in cui crede, allora sta compiendo una pessima scelta, dettata probabilmente da un fervore morale la cui origine dobbiamo individuare in motivi psicanalitici della sua costituency.

Questo è un piano più sdrucciolevole ma se dovessi tirare ad indovinare  direi che all’elettore borghese e ztl del centro sinistra non sia rimasto poi molto altro per considerarsi di sinistra se non questo idealismo di massima nei confronti di un esotico “altro”, che diventa il muto feticcio per definire la sua identità politica (identità a cui il borghese progressista ztl tiene moltissimo. Nella seconda parte di questo articolo ho scritto di più sull’argomento). Da qui l’ossessione (ancora una volta speculare a quella salviniana) per l’immigrazione e la messa in secondo piano di tutte le altre questioni. E in una situazione come questa che può di colpo suonare credibile la chiamata alle armi, la campana che suona per la resistenza (altro archetipo, almeno a sinistra) e porta a prendere sul serio un Di Maio (DI MAIO!)

Rimane infine un’altra questione: come si comporterà sull’immigrazione questo nuovo governo? La via è stretta, è evidente che la maggioranza degli italiani in questo momento storico chiede un maggiore controllo dei confini, una politica di ingressi più severa e in linea con quella degli altri paesi europei, ma la sinistra (tra l’altro in maniera estramente provinciale) ha sempre bollato in automatico queste richieste come fasciste tout court, un criterio secondo il quale molte nazioni europee sarebbero fasciste, così come lo sarebbero stati gli Stati Uniti di Obama e non solo quelli di Trump (che da quando twitta su Giuseppi è comunque diventato un amico).

Il nuovo governo potrà evitare (e eviterà) salvinate come quelle di lasciare persone a bordo delle barche in mare, ma dopo? Se gli immigrati continueranno ad arrivare come arrivavano prima, Salvini non farà che aumentare i propri consensi e l’intero scopo di questo governo vorrebbe essere logorare il nemico, non renderlo più forte. Insomma serviranno strategie nuove, più umane e efficaci, che non si vedono all’orizzonte e sono urgenti anche perché, come detto, sarebbe finalmente ora di pensare anche a quello che si svolge dentro i confini, non solo nelle immediate vicinanze. E possibilmente  sapere anche comunicare questa pluralità di attenzioni e di azioni, non appiattirsi quindi su una narrazione Salviniana e barcone-centrica del Paese. Pensare però che possa nascere una strategia efficace e intelligente da una coalizione che comprende i 5 stelle è puro wishful thinking.

Per tutti questi motivi se io fossi Salvini in questo momento starei sbocciando delle bottiglie d’annata. Sempre naturalmente che non nasconda qualcosa che non sappiamo. Ma questa è un’altra storia.

[1] Fonte: AGR (Associazione Gabbiani Roma)/Cio (Comitato olimpico internazionale)

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La censura cinese all’estero

Articolo pubblicato su Il Foglio (12.10.19)

 

Che la Cina non garantisca libertà di espressione ai propri cittadini è cosa nota, che metta in atto delle politiche per ridurre quella dei Paesi occidentali è invece un tema meno esplorato. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa, quando Daryl Morey, G.M. degli Houston Rockets, squadra di basket della NBA, ha twittato la scritta “Lotta per la libertà. Supporta Hong Kong” a sostegno delle proteste che perdurano nel protettorato cinese da quando, questa estate, è iniziata la discussione parlamentare di una legge che permetterebbe l’estradizione dei cittadini nella madre patria.

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Nonostante il social network sia censurato sul territorio cinese dal 2009, il tweet non ha lasciato indifferenti le autorità di Pechino che hanno subito alzato la voce pretendendo scuse e annunciando conseguenze pesantissime. Gli Houston Rockets sono stati in passato la squadra di Yao Ming, l’unico giocatore cinese di un certo livello che la storia del basket ricordi, per questo motivo sono ancora oggi il team più seguito in Cina: in occasioni speciali indossano persino canottiere con il lettering in caratteri cinesi. Dalla prospettiva degli americani il mercato cinese è il secondo al mondo, con oltre 600 milioni di persone che la scorsa stagione hanno visto una partita della NBA e pagato un terzo degli abbonamenti globali al servizio di streaming. Dopo il tweet, il partito comunista cinese ha fatto muscolare sfoggio del controllo assoluto che possiede sull’intera società: la lega di basket nazionale ha rescisso i suoi accordi di collaborazione con la NBA, servizi di streaming e canali televisivi hanno sospeso la trasmissione delle partite e il merchandising è sparito da diversi e-shop, così come sono stati annullati alcuni eventi già programmati in Cina.

In un primo momento le reazioni americane sono state singolarmente prone al dettato cinese, il proprietario dei Rockets Tilman Fertitta si è affrettato a dissociare la franchigia dal tweet, lo stesso Morey ha chiesto scusa, specificando che non voleva offendere nessuno. La NBA ha rilasciato un comunicato in puro slang corporate che è riuscito nel non agilissimo compito di scontentare tutti: i cinesi, i difensori della libertà di opinione e anche quelli della logica. Da un lato infatti la lega riconosceva che il tweet “aveva offeso molto gli amici e i fan cinesi” e questo era “spiacevole” subito dopo però accennava non a una difesa del semplice e lineare “freedom of speech”, quanto piuttosto al sostegno “all’educazione delle persone e alla condivisione dei punti di vista sulle cose per loro rilevanti”. La Cina d’altrocanto si dimostra da tempo ipersensibile, nel 2018 è ha vietato la distribuzione di un film che vedeva Winnie the Pooh fra i protagonisti perché su internet erano apparsi dei meme che evidenziavano la somiglianza fra l’orsetto bonaccione e il presidentissimo Xi Jinping. Quando il comedian John Oliver ha parlato nel suo show di questa simpatica similitudine e dell’abitudine, meno gradevole, dei cinesi a violare sistematicamente i diritti umani, il servizio di streaming di HBO dove va in onda il programma è stato immediatamente bloccato in tutta la Cina.

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(John Oliver e Winnie the Pooh)

Winnie the Pooh compare anche nella risposta data al regime dai creatori di South Park, show oggetto di un’altra censura cinese per via del suo ultimo episodio “Band in China”. “Come la NBA, diamo il benvenuto ai censori cinesi nelle nostre case e nei nostri cuori. Anche noi amiamo i soldi più della libertà e della democrazia. Xi non assomiglia per niente a Winnie the Pooh. (…) Lunga vita al Grande Partito Comunista cinese! Possa il raccolto di sorgo essere copioso questo autunno. Va bene così Cina?”

 

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(il tweet degli autori di South Park)

Nell’episodio – disponibile in streaming gratuito sul sito dello show – i personaggi di South Park formano una band musicale e vengono costretti da un discografico statunitense ad edulcorare i loro testi, rimuovendo i riferimenti all’omosessualità, al Dalai Lama e a qualsiasi altro argomento che possa impedire la diffusione della loro opera sul mercato cinese. Durante la puntata appare anche – rinchiuso in un carcere cinese – uno spaesato Winnie the Pooh, sempre lui. La storia di prodotti culturali statunitensi modificati per ottemperare ai desiderata del partito comunista non è certo un’invenzione di South Park, già nel lontano 2006 era stata tagliata da “Mission Impossibile III” una scena in cui apparivano dei panni appesi fra due palazzi di Shangai, considerata disonorevole. I casi sono molti, nel film del 2012 Red Dawn, ad esempio, l’esercito cinese nel ruolo del nemico è stato sostituito in post produzione da quello Nord Coreano. Più di recente nel remake di “Top Gun” – film co-finanziato da Tencent – dalla giacca di pelle di Tom Cruise sono sparite le toppe con le bandiere del Giappone e di Taiwan presenti nel primo film.

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(giubbotto di Top Gun, prima e dopo il mercato cinese)

Con un clima del genere – e soprattutto con la presenza crescente di co-produttori cinesi – film hollywoodiani come “7 anni in Tibet” o “L’angolo rosso” oggi sarebbero impossibili da realizzare. Non è esente dall’influenza cinese nemmeno un altro enorme comparto dell’intrattenimento: quello del gaming. Un caso recente ha visto Blizzard Entertainment, gigante americano da 7,8 miliardi di ricavi nel 2018 e creatore di World of Warcraft, negare un importante premio in denaro e squalificare per un anno un giocatore professionista che si era permesso di inneggiare alla libertà di Hong Kong. Anche i due giornalisti che lo avevano intervistato sono stati licenziati in tronco. Pressioni – efficaci – sono state fatte dalla Cina anche sulle compagnie aeree perché smettessero di indicare Hong Kong e Taiwan come nazioni indipendenti sui loro siti internet. Lo stesso tipo d’indicazione geografica che stampata su una t-shirt ha costretto Versace a delle scuse precipitose, la maglietta per altro conteneva anche un refuso nel nome “Brussels” ma non risultano richieste di scuse da parte del governo belga. Il caso degli Houston Rockets salta comunque all’occhio perché la NBA negli ultimi anni è diventata una specie di sogno liberale e meritocratico su scala mondiale: non importa dove nasci e che aspetto hai: se sei in grado di giocare a livello dei migliori ad aspettarti ci sono parecchi milioni di dollari. L’MVP della scorsa stagione è stato un greco di origine africana, la migliore matricola un diciannovenne sloveno bianchissimo che gioca come una star trentenne. La NBA in passato ha preso apertamente le difese di Enes Kanter, un giocatore turco – sodale di Fethullah Gülen e nemico dichiarato di Erodgan – nei confronti del quale Instabul ha emesso un mandato di cattura per terrorismo. La lega prende spesso posizione contro la discriminazione delle minoranze, in particolare quella afroamericana. Più in generale star, allenatori e giornalisti di settore si sono schierati sovente contro Trump, che dal canto suo attacca pubblicamente sia LeBron James che i fortissimi Golden State Warriors.

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(Trump vs Lebron)

Anche per questo motivo, i due giorni di intimorito silenzio dei nomi più noti del campionato e le scuse arrendevoli dei loro rappresentati, hanno colpito parecchio gli osservatori. Dove sono finiti tutti i combattenti per i diritti civili? Sono rimasti seppelliti sotto i miliardi di yuan e il dato di fatto che il mercato cinese è molto più grande di quello turco? Tutto questo accadeva nello stesso periodo in cui Richard Stallman, scienziato del Mit e fondatore del “Movimento per il software libero” (le cui conseguenze positive per l’economia americana si stimano nell’ordine dei trilioni di dollari) veniva licenziato in tronco perché in una mail listing privata – parlando di Marvin Minksy, un suo ex collega coinvolto nell’affare Epstein e ora defunto – si era prodotto in una breve riflessione sul fatto che il termine “sexual assault” fa pensare immediatamente alla coercizione fisica e per riferirsi a del sesso con delle ragazze minorenni apparentemente consenzienti sarebbe invece il caso di utilizzare un’ espressione più precisa “per evitare ogni vaghezza morale attorno alla natura della critica”. Che sia o meno condivisibile, questa singola riflessione linguistica – Stallman non è accusato di alcun tipo di rapporto improprio o illegale – è finita per costargli il lavoro, oltre alla faccia visto che i media di mezza America lo hanno dipinto come un depravato determinato ad assolvere moralmente gli stupratori. Di eccessi in seguito al #metoo ce ne sono stati diversi ma il caso di un uomo – un idolo di settore per altro – licenziato per aver osato intraprendere una riflessione semantica rappresenta probabilmente un nuovo vertice negativo. Nell’ansia di non offendere nessuno s’ignora lo stato di diritto – condannando gli accusati alla morte civile ed economica – e si forza spesso ogni posizione entro schemi manichei che riducono il mondo a buoni e cattivi. Chi viene relegato arbitrariamente sul lato dei cattivi perde ogni diritto ad un’opinione divergente. Diventa il male assoluto. Qualche inquietante somiglianza con la forma mentis del partito cinese salta all’occhio. Certo i due sistemi politici rimangono separate da differenze abissali, ma negli ultimi dieci anni la Cina è rimasta un Paese illiberale – semmai ha esteso la sua influenza censoria a livello internazionale – mentre gli Stati Uniti sono andati perdendo a colpi di safe-space, micro-aggressioni, politicamente corretto e crociate moraliste, una fetta importante del valore non negoziabile e condiviso della libertà di espressione. Durante questo processo sono finiti nelle maglie del repulisti anche degli autentici criminali e sono state condannate usanze del tutto deprecabili ma il prezzo che la società nel suo insieme sta pagando è alto. La storia del pensiero liberale insegna che il metodo prima o poi si rivela sostanza e sul lungo periodo finisce per contare più delle motivazioni sbandierate ai quattro venti. In altri termini, se si limitano la libertà d’espressione e le altre forme di garanzia che lo si faccia per un’idea che si ritiene buona, conta poco o nulla. Ogni movimento autoritario, vale la pena di ricordarlo, inizia sempre fregiandosi di buone intenzioni. Bret Easton Ellis nel suo ultimo, splendido, libro “Bianco” segnala una singolare somiglianza fra il pensiero dei guerrieri del politicamente corretto e la mentalità delle corporation, due forme di pensiero con alcune affinità elettive, entrambe si rivelano naturali antagoniste del dibattito e del pluralismo delle opinioni: per i militanti si tratta di imporre al mondo intero un verbo che ritengono assolutamente buono e indiscutibile, per le corporation si tratta proteggersi da ogni aggredibilità legale e mediatica tutelando così i propri bilanci.

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(Bret Easton Ellis)

Sostenere posizioni di principio, come la difesa della libertà d’espressione, può avere un costo economico elevato, anche senza bisogno di scomodare le dittature di oriente. In un simile clima politico e culturale uno stato antidemocratico come la Cina si permette di sparigliare le carte e, con un colpo quasi situazionista, si mette a parlare seriamente di “offesa” ai suoi cittadini, facendo scattare il meccanismo pavloviano di terrore che ormai si annida in ogni occidentale timoroso di dio al solo sentir pronunciare quel sostantivo. Da questo timore diffuso, istintivo, e non solo dalle motivazioni di danni economici nasce probabilmente il momento d’impasse della NBA e dei suoi giocatori. Il grottesco è evidente e sta nel fatto che il primo ad offendere i cittadini cinesi è in realtà proprio il regime antidemocratico che impedisce la loro autodeterminazione. Che uno Stato autoritario possa dirsi “offeso” senza che il mondo democratico scoppi in una sonora risata collettiva è uno degli aspetti inquietanti del nostro tempo, oltre che il segno del potere di ricatto dell’enorme mercato interno cinese. Se il primo nemico di ogni liberalismo è lo strapotere dello Stato, il secondo è l’esistenza di ricchezze enormi e di grandi squilibri, la cieca ricerca del profitto slegata da ogni impalcatura etica condivisa, per quanto minimale. Isaiah Berlin sosteneva che “la libertà totale per i lupi significa la morte per gli agnelli” e in modi, maniere e intensità diverse – per fortuna solo in minima parte sovrapponibili – oggi parte del sistema di regole che serve a proteggere gli agnelli, come il diritto a un giusto processo prima che venga comminata una eventuale condanna, o quello alla libertà di opinione anche quando questa finisce per offendere qualcun altro, sono sotto attacco dalla Cina come dall’America, dall’azione dello Stato autoritario come da quella delle corporation impersonali. Come detto però ci sono ancora molte grandi, fondamentali, differenze. Alla fine l’Nba, spronata in maniera bi-partisan dalla politica americana, ha prodotto una seconda dichiarazione meno sottomessa ai voleri del partito comunista e soprattutto più difensiva nei confronti libertà di opinione.

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(Adam Silver, commissioner della NBA)

 

Donald Trump, il noto troll di Twitter che nel tempo libero svolge funzione di presidente degli Stati Uniti, non è intervenuto sulla questione parlando direttamente con le autorità cinesi delle condizioni di accesso al loro mercato, ribadendo l’inderogabilità della libertà di espressione e rinforzando così l’unità nazionale americana, ha preferito invece ridicolizzare i due coach simbolo della NBA, Steve Kerr e Greg Popovich, per quanto si sono dimostrati arrendevoli di fronte alle richieste cinesi, contrariamente a quando polemizzano con lui – il che per inciso è inopportuno, ma vero. La storia naturalmente non finisce qui. l’Nba sembrava aver agguantato un pareggio in zona cesarini, forse ricordandosi che ogni regime ha bisogno di pane, sì, ma anche di giochi, e 600 milioni di persone costrette a guardare il mediocre basket cinese al posto dell’NBA forniscono anche alla lega un certo potere di contrattazione, non solo al regime comunista. Subito dopo però allo stadio di Philadelphia è stato vietato a dei tifosi di esporre dei cartelli pro Hong Kong e in Giappone è stato impedito a una giornalista di fare una domanda a tema Cina ai giocatori dei Rockets in tour. Sulla vicenda non resta che aspettare il monologo di Dave Chapelle, il comico che assieme a Easton Ellis è l’ultimo vero alfiere pop della libertà di espressione americana, specie ora che, nell’episodio di South Park censurato, Winnie the Pooh è stato ucciso con un laccio attorno alla gola da un americano che voleva ottenere un lasciapassare per il mercato cinese.

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“HOCKEYTOWN – il documentario” al cinema

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Nuove proiezioni:

17,18,19 giugno h20 UCI CINEMAS BOLZANO (TWENTY)

26 Giugno h.20.30 FILMCLUB ( VIA DR.STREITER)

(SOLD OUT) BOLZANO – 9-10-11 MAGGIO h. 20 – UCI CINEMA

(SOLD OUT) Teatro Cristallo Bolzano Venerdì 10 maggio H21

MILANO – 13 Maggio h.20 – UCI CINEMA BICOCCA

 

La scorsa primavera mi sono trovato ad assistere a un evento sportivo di quelli che in futuro si racconteranno di padre in figlio e renderanno possibile il fenomeno del tutto innaturale dell’invidia dei giovani nei confronti dei vecchi perché i vecchi erano lì quando è successa una cosa pazzesca. 

Vado con ordine. La squadra della mia città (100mila abitanti) ha ingaggiato come allenatore un rude finnico con bracciale d’oro da mezzo chilo al polso ed è passata dall’ultimo posto in classifica (a quaranta punti dalla vetta) alla qualificazione ai playoff.

Un miracolo. Abbiamo pensato “Per i prossimi 20-30 anni sappiamo che esempio tirare fuori quando avremmo bisogno di credere nella possibilità che qualche evento del tutto improbabile si realizzi.”

Dopo di che la squadra ha vinto anche i quarti di finale.

In semifinale ha incontrato i campioni in carica, la squadra di una capitale con quasi due milioni di abitanti, un team che aveva a disposizione circa tre volte il nostro budget. “Ok, è stato bello ma finisce qui”, abbiamo pensato tutti “però comunque che stagione pazzesca!”

La nostra squadra ha spazzato via i ricchissimi campioni in carica della capitale in cinque partite.

A quel punto eravamo in finale – contro una squadra ancora più ricca– e io avevo messo in piedi una piccola troupe e stavo filmando quello che stava accadendo sotto gli occhi di uno stadio con quasi 7500 spettatori e una città che ancora un po’ e si sarebbe messa i pattini per andare al lavoro, anche se era aprile e c’erano venti gradi.

Già perché la città è Bolzano, lo sport in questione non era il calcio ma l’hockey su ghiaccio, e il campionato non era quello italiano ma una lega internazionale austriaca.

Lo so, siamo strani.

Il risultato di quel mese di follia sportiva che ha fatto sembrare un angolo d’Italia una provincia del Canada oggi è un documentario intitolato “HOCKEYTOWN”. Perciò quando noi saremmo dei vecchi sbruffoni impegnati a darci di gomito dicendo “noi c’eravamo“, qualche fortunato giovane potrà dire “m’beh capirai, io ho visto il documentario” .

Ma questo succederà, forse, fra molti anni. Nel frattempo Hockeytown verrà proiettato il 9, 10 e 11 maggio al cinema UCI di Bolzano, qui le prevendite (caldamente consigliate). Il 13 Maggio invece sarà la volta di Milano all’uci Bicocca. Se  siete interessati ad organizzare proiezioni in altre città d’Italia potete scrivere a quitthedoner@mail.com.

 

Saluto curva

Foto Palaonda

FINAL

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COSA NON TORNA NELL’ULTIMO EPISODIO DI GAME OF THRONES

!Spoiler alert; serie 8 episodio 5!

(siete avvisati, anche se dopo tutto questo tempo dalla messa in onda o l’avete visto o non vi interessa veramente)

Come tutti gli appassionati di Game of Thrones sanno la penultima puntata in assoluto della serie è stata molto divisiva. Specie nel mondo anglosassone si sono moltiplicate le accuse agli sceneggiatori di essere “lazy” per aver adottato una sequenza di soluzioni narrative un po’ troppo semplici e quindi in contrasto con l’estrema accuratezza che ha caratterizzato la serie, o, quanto meno, l’ha caratterizzata fino alla sesta stagione. Credo che alcune di queste accuse siano fondate, ma che giunti a questo punto della storia le opzioni fossero al tempo stesso limitate. Vediamo perché.

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(Uno scorpio: da infallibile missile Patriot a cerbottana in sette giorni)

In molti si concentrano sulla mancanza di motivazioni solide dietro al raptus di follia assassina di Daenerys, e questo è, come vedremo più avanti, sicuramente un tema interessante. Lo snodo narrativo però più palesemente indegno di una storia come Game of Thrones è quello che riguarda gli scorpio, ovvero i balestroni anti-drago che sono rispuntati (dopo potenziamento) ovunque nel corso della 4° puntata della stagione, quando, nell’ordine, hanno abbattuto con disarmante facilità uno dei draghi (riducendo la flotta di rettili volanti di un notevole 50%), messo in rotta Daenerys con il drago rimanente e distrutto una quantità indefinita di navi Targaryen. In questo video ufficiale HBO lo staff della serie spiega genesi e potenza invidiabile dei nuovi scorpio. A questo punto chiunque, vedendo i balestroni appollaiati non solo sui ponti delle navi ma anche sulle torri di cinta di King’s Landing, è stato quindi (appositamente) portato a pensare: ecco una vera Ztl per draghi. Il che cambiava di parecchio le prospettive sulla battaglia successiva. Cambiava anche le quote-scommessa sulla corsa al trono perché con un altro abbattimento Daenerys si sarebbe ritrovata priva di draghi incenerenti e a quel punto il fatto che non sia mai stata proprio simpaticissima sarebbe potuto emergere presso le sue truppe. Lo scopo principale della 4° puntata sembrava essere quello di convincerci che l’armata Cersei grazie alla flotta di Euron + mercenari della Golden company + (soprattutto) nuova contraerea, fosse in una condizione di parità, se non addirittura di superiorità. Questo specie se si pensa per un momento anche agli ettolitri di Wildfire nascosti nei cunicoli della città, e che potevano essere usati, con il più tipico dei Cersei-move, per creare un Vietnam inespugnabile, a spese anche dei residenti di King’s landing, gente che tutto sommato avrebbe anche qualche ragione per non pagare le addizionali comunali. .

Insomma il cliffhanger della 4° puntata suggeriva apertamente possibili (serie) complicazioni sulla strada del legittimismo targaryano.

Già qui comunque avevamo assistito a una scena assolutamente non coerente con la real politik delle vecchie stagioni di Game of Thrones, quando cioè un minuto drappello con tutta l’élite dragomunita dei Targaryen si era messo a portata di scorpio e di arcieri di fronte alle mura di una città governata da una psicopatica conclamata come Cersei. La Lannister però dimostra che nelle scuole di Casterly Rock non si studia Tito Livio e si lascia miseramente sfuggire l’opportunità di tagliare tutti gli alti papaveri del fronte nemico e terminare così vittoriosamente la guerra senza nemmeno combatterla. Un’ingenuità decisamente poco Cersei. E già qui in molti abbiamo storto il naso.

La puntata numero cinque nasce comunque sotto gli auspici di una battaglia campale, poi però succede l’inspiegabile: Daenerys cala dal cielo con il suo ultimo drago e distrugge in circa 20 secondi tutta la flotta di Euron (non il piccolo drappello di navi che aveva abbattuto un drago con facilità bambinesca la puntata prima, ma tutta la flotta) dopodiché passa agli scorpio sulla costa e a quelli sulle mura, i quali dal canto loro dimostrano la precisione di tiro dei terroristi arabi nei film americani anni 80, ovvero non prenderebbero un elefante (o un drago) da 5 metri di distanza. In un paio di minuti senza nessuna spiegazione plausibile Daenerys distrugge quindi forze parecchie volte superiori a quelle che qualche giorno prima l’avevano messa in fuga con la codona di drago fra le gambe.

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(abbiamo scherzato)

Questo passaggio è talmente imbarazzante da un punto di vista narrativo che viene saltato a piè pari in entrambi i behind the scenes pubblicati da Hbo dopo la puntata ( questo e questo ). E stiamo parlando di speciali che spiegano sempre la genesi di tutti i passaggi importanti delle puntate. In questo caso invece no, probabilmente era un momento troppo indifendibile.

Perché una scelta del genere?

Il problema qui per gli sceneggiatori stava nel fatto che dopo la battaglia con i White Walkers si sapeva che Daenerys poteva scendere a King’s Landing e fare un grosso barbecue della città. Il massimo dilemma era quello morale, ovvero come prendere la città senza arrostire nel mentre tutti gli abitanti, gli stessi che, per inciso, si erano fatti malamente abbindolare da quel Beppe Grillo di Westeros che era l’High Sparrow. Insomma interessante, ma –gli sceneggiatori devono aver pensato– fino a un certo punto. Quindi serviva aggiungere tensione sulla battaglia imminente. Benissimo. Il problema è che, come abbiamo visto, poi non si prendono la briga di risolverla.

Come avrebbero potuto fare diversamente?

La prima opzione che viene in mente è che qualcuno della folta élite targaryana avrebbe potuto trovare il modo di rendere inutili gli scorpio, un Tyrion che corrompe il capo della guarnigione contraerea, un Ser Davos che infiltra dentro le mura un commando di assassini per uccidere gli operatori dei balestroni, un Samwell Tarly che fa sapere via corvo che esiste un batterio in grado di distruggere il legno di cui sono fatti gli scorpio. Quello che volete, pensandoci un po’ sopra di sicuro possono uscire idee migliori di queste. L’importante in questo scenario è che chi offre la soluzione al problema della contraerea faccia parte in una maniera o nell’altra dell’entourage di Daenerys. Immaginate che intensità ne sarebbe scaturita se fosse stato John Snow ad aprire la via al drago che subito dopo avrebbe incenerito decine di migliaia di innocenti. Sussurra ora, nordico che si scopava sua zia.

Il problema qui sta probabilmente nelle implicazioni successive, è molto probabile che affinché il finale si riveli d’impatto sia necessario coltivare una sensazione di onnipotenza di Daenerys. Se il suo successo in battaglia fosse subordinato ad una momentanea sospensione delle attività contraeree causata dei suoi stessi uomini, allora il suo dominio sembrerebbe meno imperioso, meno irrevocabile. E questo non va bene, perché quando e se sarà invece revocato sarà necessario che ciò avvenga attraverso il superamento di una notevole difficoltà e non, quindi, in venti secondi come fosse una flotta di Euron qualsiasi. Vedete qui quindi la contraddizione di scopi: da un lato per sostenere le sei puntate della stagione 8 bisognava comunicare la battibilità dei draghi (draghi onnipotenti stufano subito), dall’altra si era creato a questo punto della storia il bisogno di fornire di nuovo a Daenerys dei mezzi insuperabili. Da qui nascono quei due minuti imbarazzanti in cui spazza via tutto l’esercito nemico senza nessuna pretesa di plausibilità narrativa.

Si potevano trovare soluzioni alternative? Probabilmente sì, ma a questo punto dovrebbe essere evidente come non si trattasse di un compito facile, anzi.

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(Daenerys esporta la targaryancrazia a King’s Landing)

Infine la questione dell’ammattimento subitaneo di Daenerys. In realtà la cosa è stata annunciata più volte durante la serie ma sempre attraverso una serie di cenni e riferimenti che si sono dissolti dentro l’enorme massa narrativa di 8 stagioni caratterizzate da una miriade di storylines. Si poteva lavorare meglio sui cenni dell’imminente pazzia? Anche in questo caso probabilmente sì, ma senza esagerare, altrimenti Snow, Tyrion (che fa bruciare vivo il suo migliore amico), e il resto dell’oligarchia si sarebbero resi moralmente complici del massacro. Insomma, si trattava di un equilibrio sottile. Il problema vero qui sta nel fatto che Daenerys può avere dei motivi per cercare una vendetta sanguinosa nei confronti dei Lannister e in genere del potere kingslandiano, ma non si capisce – proprio non si capisce – perché dovrebbe bruciare vivi i residenti della città, così come parte delle sue stesse truppe.

Razzismo anti-westeros? Cos’altro?

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( E se li uccidessi tutti? La butto lì eh)

Nei behind the scenes ufficiali l’argomento viene trattato ma si parla soltanto di una vendetta contro gli usurpatori. Perché questa vendetta debba attardarsi a bruciare vivi degli innocenti rimane inspiegato. In ultima analisi anche questa è una sciatteria, se l’odio anti-Lannister si estende a tutto il popolo di Westeros va bene, ma sarebbe stato utile vedere uno o più episodi che con il senno di poi potessero rivelarsi seminali per questo tipo di razzismo estremo nella bambina dell’ovest diventata donna ad est.

Comunque la si metta, anche tenendo conto del fatto che le conclusioni sono sempre molto più difficili delle orchestrazioni intermedie e che qui la gestione del materiale era veramente complicata, rimane il dubbio che il vecchio George Martin avrebbe probabilmente ottenuto risultati migliori. Certo però impiegando molto, molto, più tempo.

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POLARIZZAZIONE

Appunti per “Polarizzazione”, una storia d’amore nel XXI° secolo.

Contrariamente a quello che accadeva alla maggioranza delle persone, nella vita di Luisa e Piero la politica era la cosa più importante, una sorta di ossessione personale. Vivevano entrambi come seguendo i dettami di una fede, un credo laico, per cui l’aderire o meno delle persone che andavano conoscendo nel corso della vita a una serie di regole, di non detti, di assunti pregiudiziali, segnava il confine fra l’essere davvero una persona oppure, al contrario, una specie di essere demoniaco, malvagio, al di fuori del consesso umano. O della loro bolla social, che per Luisa e Piero era la stessa cosa. Passavano molto tempo su twitter e avevano vite complessivamente poco stimolanti, una situazione alla quale il loro fortuito incontro – durante un aperitivo di Natale che celebrava la fusione delle aziende dove lavoravano – prometteva di mettere fine, sostituendo la misera dopamina di un retweet con l’appagante complessità di lunghi e gioiosi amplessi in grado di riconciliare un essere umano con l’universo, i suoi atomi, i suoi misteri. Purtroppo per il loro amore, le loro posizioni politiche – le stesse in cui si era divisa l’Italia in quel periodo– erano fra loro assolutamente inconciliabili. Per Luisa un politico serio poteva solamente esporre cibo sui social, per Piero invece poteva anche consumarlo durante una diretta facebook. Si lasciarono senza superare mai davvero il rammarico per quello che sarebbe potuto essere e invece non era stato.

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Reportage: L’anomalia

 

«Quando giochi con il limite, spari mirando a un bersaglio.

Senza il limite, il bersaglio prende vita e spara a te».

Crandell Addington a proposito del Texas Hold’em no limit

Una coppia di inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane verso un banco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto. È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato liscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che collega un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse, case vacanze per ricchi, e parcheggi pieni di Porsche Panamera e Range Rover nere.

Stamattina, a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava «Odio tutti», mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica, dove la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale, e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. Per un’ora di viaggio lui, grosso, rasato e silente, ha ascoltato dosi da centro sociale di ska balcanico, e io, medio, arruffato e sotto antibiotici, ho fissato lo schermo digitale che illustrava in tempo reale il funzionamento di un propulsore ibrido, ho guardato le case nuove di zecca con i tetti rossi di Sveti Stefan e mi sono appuntato che il primo taxi provvisto di wi-fi di bordo che prendevo in vita mia copriva la tratta Podgorica-Budva.

A un certo punto, stupito dall’ottima qualità delle strade, ho chiesto al tassista come andava l’economia.

«Male».

Poi di nuovo una lunga e ininterrotta distesa di ska balcanico.

Ora, seduto al ristorante, lancio a mia volta un pezzo di crosta lontano dal banco di cefali. Uno guizza nella mia direzione, il resto del gruppo gira a vuoto continuando a confidare negli aiuti da oltremanica. Se il livello della competizione si alza, a prosperare sarà il più forte, o colui che è in grado di vedere pezzi di pane dove fino a quel momento nessuno è stato in grado di scorgerli. Il primo è il barbaro tradizionale, che sotto sembianze sempre diverse attraversa la storia come una costante di sopraffazione, il secondo è l’espressione, della legge ugualmente darwiniana, che per la sopravvivenza talvolta l’intelligenza può più della forza. A forse cento metri da qui, nel casinò di cui sono ospite, un centinaio di emuli umani dei pesci satura un salone con il rumore incessante che fanno le pile di fiche quando le tormenti tra le dita. È in corso un torneo di Texas Hold’em no limit su due giorni, in cui ognuno dei giocatori punta a essere l’anomalia in un sistema di sconfitti. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

Carrère e il principo di indeterminazione

Heisenberg

(Questo articolo è uscito il 18-03-17 su “Tuttolibri”, La Stampa)

Per provare a capire il grado di realismo di un racconto, Emmanuel Carrère propone il “criterio dell’imbarazzo”. Se incontriamo un dettaglio che l’autore deve avere verosimilmente pensato di eliminare perché imbarazzante o in qualche modo scomodo, avvertiamo un istintivo “senso di verità”. Non è solo una dichiarazione di principio ma anche un criterio operativo in grado di attraversare l’intera opera di Carrère, o almeno la sua fase più nota, quella della non-fiction. Pochi autori contemporanei hanno fatto come Carrère del culto – e dell’esibizione- del dettaglio scomodo, delle pulsioni che i più preferirebbero tacere, un marchio di fabbrica.

Ogni appassionato dello scrittore francese ricorda la lunga lettera erotica alla compagna pubblicata sulle pagine di Le Monde (oggi contenuta all’interno dello splendido “La mia vita come un romanzo russo”) una storia con un epilogo che sarebbe stato sommamente umiliante se solo il primo ed esibirlo non fosse Carrère con quel misto di stoicismo ed egocentrismo dichiarato che contraddistingue il suo stile. I lettori si dividono fra chi è infastidito da una prospettiva così apertamente egotica e chi invece coglie i due messaggi sottointesi a questo approccio. Il primo è: sono fallibile e imperfetto come tutti gli altri, seppur a modo mio – come appunto tutti gli altri. Il secondo, forse ancora più importante, è che l’unico racconto onesto possibile sia quello dichiaratamente soggettivo.

“Propizio è avere dove recarsi” è uno zibaldone composto di articoli, reportage, recensioni, discorsi e lettere che attraversano quasi trent’anni di carriera, un libro con cui è possibile entrare nel cantiere aperto del lavoro dello scrittore francese e in cui è sovente lui stesso a riflettere apertamente sulle tecniche che utilizza e sui loro significati. Centrale in questo senso è il discorso su “A Sangue freddo” di Truman Capote, uno dei testi fondanti della non-fiction contemporanea, un paradigma ingombrante con cui Carrère si confronta quando decide di scrivere un libro su Jean-Claude Romand, un impostore che dopo aver fatto a credere a tutti per anni di essere un medico quando in realtà non era nemmeno laureato, sterminò la famiglia, i genitori e il cane. All’ultimo momento, quando dopo anni di ricerche Carrère si è ormai deciso ad abbandonare il progetto anche a causa dell’incapacità di convivere con il fantasma di Capote, riesce finalmente a sbloccarsi inserendo nella storia sé stesso, la sua famiglia e il suo mondo.

Come un fisico quantistico Carrère riconosce l’impossibilità di indagare nel profondo della materia senza che il suo scrutare causi dei cambiamenti nell’oggetto osservato, ed è proprio questa consapevolezza a cambiare tutto. Quello che in campo scientifico si chiama “principio d’indeterminazione”, in campo letterario si traduce in un approccio in cui l’onestà intellettuale non deriva più dalla pretesa equidistanza di un narratore onnisciente dai personaggi del racconto, ma al contrario dalla dichiarazione esplicita della peculiarità dell’osservatore, del peso ineliminabile non solo del suo agire ma anche delle sue convinzioni pregresse, delle sue aspirazioni e della sua storia personale. Qualsiasi cosa sia “La Verità” in Carrère rimane sullo sfondo come una particella inconoscibile o un noumeno kantiano, quello su cui possiamo invece mettere le mani è la versione del narratore, accuratamente filtrata attraverso le sue idiosincrasie e le sue ossessioni.

Nel caso di Carrère questo si traduce in uno scrittore che non fa mistero della sua estrazione alto borghese e del fatto di vivere con una giornalista “in una zona decisamente radical chic” di Parigi, capitale di un Paese “in una fase di lento declino” e di “mobilità sociale ridotta”. Se in certi momenti il maggior desiderio di Carrère sembra essere per sua stessa ammissione comprare una casa in Grecia, a questo orizzonte aspirazionale ben delimitato e apparentemente privo di rischi, corrispondono una serie di ossessioni personali per la violenza, la morte, la follia, ma anche l’ammirazione per la freddezza della madre ( il motto materno “Never explain, never complain” risuona in tutta l’opera di Carrère come una sorta di stella polare irraggiungibile, ne è prova il fatto che la sua, di freddezza, Carrère l’argomenta per mestiere) o ancora un’attrazione per una Russia a metà fra avamposto di frontiera senza legge e luogo dell’anima dove sono ancora possibili sentimenti non viziati dall’ironia post-moderna che affligge la vita di un intellettuale parigino benestante che ritiene di aver già visto tutto.

È così che nelle pagine di “Propizio è avere dove recarsi” vediamo Carrère piangere a dirotto al cospetto di un coro di bambini di una scuola elementare di Mosca che prendono molto sul serio il loro compito. È chiaro, dati questi presupposti, che il racconto di Carrère non ha mai la pretesa di essere oggettivo, ammette ad esempio di non sapere fin dove arrivi il vero Limonov e dove inizi invece quello della sua fantasia. Ogni tanto nelle sue storie appare un’interferenza rivelatrice, come quando intervistando una giovane fotoreporter individua nella sua sicurezza i segni di un’origine benestante, ipotesi che la diretta interessata smentisce fra le risate. Piccoli episodi a parte la controprova manca quasi sempre – e dovremmo comunque affidarci alla volontà dell’autore di riportarla- bisogna quindi fidarsi ed in fondo va bene così, è il senso dell’intera operazione e a ben guardare è qualcosa che finiremmo per fare comunque anche partendo da presupposti diversi, meno trasparenti. Il tutto funziona anche perché l’abilità nel mettere in dubbio l’io narrante, l’autoanalisi impietosa e destrutturante della sua psiche è forse la più notevole delle qualità letterarie di Carrère, un capacità di decodifica di portata tale che gli si perdonano alcuni vizi minori come una pressoché totale mancanza di ironia, qualità temuta e un po’ disprezzata per ragioni che lui stesso ci suggerisce appunto biografiche.

Il libro ha molto da offrire anche ai lettori meno interessati a questioni tanto teoriche, contiene reportage memorabili sul misterioso autore del bestseller degli anni 70 “L’uomo dei dadi” o sul meeting economico di Davos, un ottimo profilo biografico di Alan Turing, un buon numero di viaggi in Russia e uno in Romania sulle tracce di Dracula. Tutto materiale che ricorda come prima ancora di essere un’anima tormentata che ha osato dichiarare il peso del punto di vista nella scrittura, elefante nella stanza del conformismo letterario, Carrère sia un eccezionale narratore.

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MUGELLO, L’ULTIMO GRANDE RAVE (Reportage)

La pianificazione è andata avanti per mesi, attraverso un gruppo di WhatsApp. Correva via 3g una cospirazione di stampo motociclista finalizzata a presenziare al Gran Premio d’Italia 2016 del MotoGp, quello della possibile, grande rivincita di Valentino Rossi. Si trattava d’infilarsi nel centro esatto di quello che i giornali di solito liquidano come una specie di allegro sfondo colorato racchiuso nelle formule “grande atmosfera” o “popolo giallo”, oppure sintetizzano con un numero di quelli che non riescono a rappresentare nemmeno lontanamente ciò che indicano: centomila persone.

La prima cosa che penso una volta fuori dalla tenda con vista notturna sulle curve dell’Arrabbiata, è che sarebbe più corretto parlare di ultimo grande rave italiano. La notte prima del Mugello però non si suona house, techno, o drum and bass, ma motoseghe. O meglio: c’è anche musica, più o meno ovunque, ma la competizione fra dj con i muri di casse e le Husqvarna, la vincono a mani basse le seconde. Da qui si origina lo slogan ormai mitologico: «Al Mugello non si dorme» scandito ad ogni angolo, ad ogni ora: la promessa d’insonnia è la prima regola del fight club degli amici della miscela. Il biglietto d’ingresso è quello Night&Day per il prato, ovvero tutto ciò che circonda il circuito e non è né tribuna né paddock; le tende sono ovunque, anche fuori dai bagni, così come i camper.

Il pratone è una specie di anello incompleto, manca un lato, un accampamento lungo chilometri in cui gruppi di ragazzi camminano agitando le motoseghe, private della cinghia e della marmitta e spesso con l’aggiunta surrettizia di trombe d’amplificazione. Quando accelerano persone di tutte le età, e nell’ordine delle decine di migliaia, esultano. Alle volte le motoseghe crescono, diventano tosaerbe o veri e propri motori, di moto o di auto, smontati dai loro mezzi d’origine e uniti a scarichi lunghi un metro e mezzo, accrocchi che hanno due scopi: fare un rumore che attraversa la valle da pendice a pendice, ed emettere fiammate come draghi futuristi. Il rumore è il rumore, dotato quindi di un suo valore intrinseco, ma qui è anche la rappresentazione immobile della velocità.  Quando di giorno una moto sfreccia nella pista di sotto non si manifesta mai senza rumore, stridulo quello della Moto Tre, monotono quello della Moto Due, imperioso, grasso e per definizione più interessante, quello della MotoGp. E così ogni motosega è casino, ma è anche una preghiera e un riferimento alla sostanza divina e non replicabile della velocità. O almeno questo è quello che mi sembra perfettamente sensato al quarto vodka-tonic. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)