Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 3
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La lingua è vita, ecco perché è grave cancellare l’Alto Adige

Lettera aperta pubblicata sul Corriere della sera (15.10.2019)

Gentile presidente Kompatscher,

quest’estate ho accettato un suo invito a partecipare alla pubblicazione per i 100 anni del trattato che nel 1919 sanciva l’annessione dell’Alto Adige all’Italia. L’ho fatto perché ho preso sul serio una lettera in cui Lei mi parlava di una “nostra” terra, condivisa cioè fra cittadini di lingua italiana e tedesca. Ora apprendo che il suo consiglio provinciale ha cancellato per legge le parole “Alto Adige” e “altoatesini” da alcuni documenti ufficiali. In seguito alle polemiche a livello nazionale Lei ha cercato di minimizzare l’accaduto, ma il fatto rimane di una gravità assoluta. Come sa meglio di me, Alto Adige è un toponimo di origine napoleonica, non fascista. È un gioco di prestigio retorico quello di evocare continuamente un regime dittatoriale finito quasi 80 anni fa per giustificare qualsiasi prevaricazione fatta nel presente nei confronti dei diritti degli italiani dell’Alto Adige, della loro lingua e della loro cultura. Sappiamo che il suo partito si oppone da sempre alla possibilità di creare delle scuole miste fra italiani e tedeschi, così come è strenuo difensore della discriminazione nell’accesso ai posti di lavoro pubblici in Alto Adige.

Questo attacco alla lingua italiana rappresenta però un livello successivo. Alto Adige è il nome con cui 120mila persone di lingua italiana, persone che non hanno nella stragrande maggioranza dei casi nulla a che fare con il fascismo, chiamano il posto dove sono nate e cresciute, la loro casa. Come scrittore mi è chiara l’importanza della lingua nella vita degli esseri umani. È con la lingua che ricordiamo il passato, descriviamo il presente, progettiamo il futuro, definiamo cioè la nostra biografia. È attraverso la lingua che proviamo a spiegarci il mondo, ad organizzare la società. È nella lingua che cerchiamo senso, sfumature, poesia. È con la lingua che parliamo di amore e educhiamo i nostri figli. La lingua è al tempo stesso un organismo vivente e il primo posto in cui abitiamo, lo spazio mentale che ci tramandiamo di generazione in generazione. La lingua è preziosa e fondativa. Va trattata con rispetto. Nella nostra lingua, l’italiano, la parola che indica la terra dove siamo nati non è Südtirol (che va benissimo in tedesco e infatti nessuno vuole levarvela), non è Sud Tirolo (una parola che non esiste), non è Provincia di Bolzano (una formula senz’anima). È Alto Adige.

È davvero necessario spiegarle queste cose? Forse che la parola “fascismo”, a forza di usarla con la strumentale leggerezza con cui l’adoperate abitualmente, abbia perso per voi il suo significato? Diversamente non credo che dovrebbe essere difficile riconoscere la matrice fascista di un atto di sopraffazione come questo. Proprio Lei, esponente di un popolo che in passato ha subito questo genere di prepotenze e di censure linguistiche, ora ripete gli stessi errori. Emmanuel Carrère ha scritto “Una regola, atroce ma raramente smentita, vuole che carnefici e vittime finiscano per scambiarsi i ruoli”. E atroce lo è, in effetti. Se nemmeno il regime di privilegio di cui gode l’Alto Adige rispetto alle altre regioni di Italia (o rispetto ai Länder austriaci) riesce a bloccare queste spinte al conflitto etnico, allora la mente rischia di affacciarsi in luoghi davvero oscuri. Fra convivenza e cancellazione etnica c’è tutta la differenza del mondo, per cui, signor Presidente, rimetta la parola Alto Adige dove stava, se ci verrà voglia di cambiarla, mi creda, glielo faremo sapere.

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L’omelia e il buon selvaggio

Come sopravvivere alle infinite introduzioni dei festival culturali

(articolo apparso originariamente su Il Foglio del 26/08/2018)

 

L’estate non sarà più tempo di letture, se non delle chat su Whatsapp e delle didascalie alle foto autocelebrative su Facebook, ma rimane senz’altro tempo di festival, il rito transumante che compie il pachiderma dell’alfabetizzazione per andare a morire nel cimitero dell’evento. A chiunque capiti di prendervi parte, da invitato, da moderatore, da spettatore, da spillatore di birre, da vicino di casa insonne, non è permesso di sfuggire ad una cosa su tutte: l’introduzione infinita. In un mondo ideale del film che andiamo a vedere o del libro di cui sentiremmo dibattere ci basterebbe conoscere il titolo e, forse, ricevere qualche ridottissima informazione biografica sull’autore. Per il resto vorremmo fidarci a scatola chiusa del gusto del direttore artistico o della comune di cervelli che si è spremuta lungamente le meningi durante i mesi invernali per preparare il programma. Altrimenti, si suppone, non essendo noi degli imbecilli, non saremmo lì. Nell’FCI (Festival Culturale Italiano) è invece obbligatoria un’introduzione della durata minima di venti minuti, meglio se quaranta e con punte mitologiche, vagamente fantozziane, di un’ora abbondante. L’introduzione da festival ha una struttura fatta di caposaldi immutabili, primo fra tutti il saluto commosso e riconoscente alle autorità. S’inizia dal Comune –spesso microscopico ma i cui assessori non hanno comunque più quel grado di ingenuità che renderebbe il tutto un po’ meno stucchevole e più leggero – passando poi per la provincia fino alla regione. In genere questi ultimi sono quelli che mettono più soldi, quindi sono un po’ i padroni della baracca perché l’FCI per definizione non può produrre denaro, deve solo bruciarne, altrimenti rischia di perdere il valore culturale. Ho sentito con le mie orecchie in un recente FCI di medie dimensioni una giovane organizzatrice chiedere scusa alla platea subito dopo aver usato l’espressione “mercato del cinema”. Unica eccezione ai ringraziamenti per i contributi pubblici, un’esclusione peraltro significativa, si dà in presenza di fondi europei, un’eventualità in cui Bruxelles non si nomina mai, pare infatti che l’oscura funzionaria polacca che appone le ceralacche sulle vittorie dei bandi non venga mai alle cene dopo le proiezioni e i dibattiti. Esauriti i saluti alle autorità, ai vips in sala e conclusi anche i ringraziamenti incrociati – con applausi doverosi – fra organizzatori, si giunge al nucleo senziente dell’introduzione: il discorso sulla necessità & sui fini. Il sottointeso qui è che raccontare una storia sugli esseri umani e i loro strani comportamenti sia da sola una motivazione un po’ troppo triviale per un’opera che aspiri a trovare posto all’interno di un FCI, e, diciamocelo, sarebbe anche un po’ poco per noi che siamo qui, visto che il PCI (pubblico culturale italiano) cerca sì intrattenimento ma con i punti di rilevanza sociale ben sottolineati e numerati come negli specchietti sinottici a fine capitolo nei sussidiari. Si passa quindi a illustrare come l’opera che seguirà sia di assoluta necessità, una sorta di farmaco sperimentale e prezioso per curare un determinato male del corpo sociale. Fra le patologie più gettonate: disumanità, indifferenza, ignoranza, dominio del neoliberismo. Talvolta si fa più genericamente appello ad intere categorie, quindi giovani disoccupati, esclusi dalla società, afflitti da solitudine, anziani che non hanno diritto allo sconto sui trasporti pubblici. Anche volendo per un momento prendere per buono il dogma dell’artista ingegnere e meccanico sociale la cui opera abbia un solo livello di lettura – quello a favore del miglioramento del welfare – il problema è che la complessità e gli aspetti peculiari della società contemporanea potranno talvolta entrare nelle opere (soprattutto in quelle straniere) ma mai e sotto nessuna circostanza nell’introduzione. Il suo cuore pulsante, l’epicentro retorico, è tarato infatti su di un’immagine della società italiana che viene presa di peso dagli anni sessanta, per cui, ad esempio, se siamo in provincia i giovani “non hanno occasione di vedere cose diverse da quelle che vanno in televisione”, il tutto detto mentre in platea un sedicenne annoiato segue in diretta su YouTube lo stretching di Cristiano Ronaldo in un resort della Grecia occidentale. E tuttavia questo sfasamento cronologico con la realtà fornisce un indizio prezioso all’osservatore laico che s’interroghi, durante la lunga ed estenuante attesa, sulla natura dello spettacolo a cui sta assistendo. Se negli elementi fra di loro apparentemente in contrasto come i propositi rivoluzionari e le pubbliche riverenze alle autorità si ritrovano i tratti tipici e pressoché eterni della borghesia italiana, mano a mano che il discorso procede senza avvicinarsi mai, novello Achille di Zenone, alla fine, un’illuminazione coglie prima o poi il paziente spettatore: sta assistendo ad un’omelia. Tutti quegli anni a denunciare le malefatte della chiesa santa cattolica e apostolica salvo poi tradire, attraverso un’imitazione delle forme, un istinto naturale, quasi biologico, al ritorno ai riti di un’infanzia per bene. E così l’intellettuale da FCI quando si produce nella sua inesauribile omelia introduttiva ritorna inconsciamente alle origini tanto criticate –la messa della domenica a cui lo portavano i genitori –, forme ancora vive della sua socialità perché mai abiurate davvero, essendo l’illuminismo dalle nostre parti roba appunto da schema sinottico che si manda a memoria per non capirlo. L’omelia dell’FCI pare quindi mandare – attraverso la struttura, i gesti e la trascendenza immutabile del rito – il più alberto sordesco dei messaggi: gli italiani so’ tutti uguali. Conclusione un po’ troppo severa nei confronti del Paese, che forse – si sottolinea però l’avverbio – non la merita. L’osservatore ormai sull’orlo del coma indotto dal potente anestetico vocale propone quindi una seconda direzione d’indagine, una domanda utile ad individuare almeno una differenza. Perché tutto questo indulgere, nelle omelie degli FCI, sui popoli lontani, quando nella platea ci sarà pure abbondanza di lini svolazzanti e di colori etnici ma le pelli sono bianche quanto quelle di una riunione del Ku Klux Clan? Ed ecco che emerge il problema più recente di questo sottogenere oratorio: il pubblico di riferimento. Perché vanno bene tutte le categorie di cui sopra ma serve anche una massa a cui rivolgersi, un branco compatto e indistinto di diseredati di buoni sentimenti a cui additare tutti quei mali più specifici e di nicchia. Serve insomma un popolo da dirigere. Il problema è che se parliamo di platee, al di fuori dell’FCI – che per definizione è quasi un guardarsi negli occhi fra addetti ai lavori, un predicare ai convertiti –per questo genere di omelia ormai c’è quasi il deserto. Il vecchio proletariato ha alzato la testa se non socialmente quanto meno nella percezione – fondata o meno non è questo il punto – di sé. Forse deve badare al lavoro, alla famiglia, o ha la timeline Instagram delle colleghe da scrollare e le vacanze a Gallipoli da pianificare per portare a casa un po’ di selfie di qualità su cui campare non dico tutto l’inverno ma almeno fino a Natale. Chissà. Cos’abbia di meglio da fare rimane in fondo un mistero ma appare evidente come non abbia più né voglia né tempo di ascoltare pazientemente i sermoni di chi tratteggia un sole dell’avvenire che non arriva mai se non per chi lo dipinge. Rimangono al novello parroco del progresso le bolle dei lavoratori dei media o di quella che un tempo si sarebbe chiamata l’industria culturale, assieme a dei giornali sempre meno letti. Ma anche qui si rischia di non provare quel tipo di sensazione oceanica che solo la propria voce che crepita da degli altoparlanti su una piazza colma di gente dove le bandiere garriscono in un silenzio assorto, rapito, può garantire. Certo per raggiungere le masse made in Italy ci sarebbero anche i frequentatissimi social network ma lì la battaglia fra messaggi tagliati con l’accetta la vincono inevitabilmente gli altri. Fra ruspe e magliette rosse vincono sempre le ruspe, la piattaforma tecnologia è pensata così, per massimizzare il rogo dei capri espiatori. Ecco quindi un problema di difficile soluzione, pensa il paziente spettatore che nell’attesa della proiezione ormai lambisce i sempre più attraenti confini del sonno REM: dove trovare un popolo da difendere e dirigere con mano gentile ma ferma e che sia al tempo stesso sufficientemente educato da non morderla, quella mano? Un indizio su dove sia diretta la ricerca ce lo dà, fra gli altri, il magistrale articolo su Repubblica (genere contiguo e simbiotico all’omelia da FCI) di Tonia Mastrobuoni a proposito della polemica sul calciatore di origine turca özil che ha chiamato Erdogan “il mio presidente” e in seguito alle proteste ha abbandonato la nazionale tedesca. Commentando il fatto che i turchi tedeschi hanno votato in massa per Erdogan la giornalista scrive: “Non è una schizofrenia di chi gode quotidianamente delle libertà di una democrazia parlamentare funzionante e sceglie nel segreto dell’urna un autocrate liberticida e – in questo caso, davvero – parafascista. E’ (sic) il grido di protesta di una minoranza importante che continua a sentirsi minoranza reietta e riscopre con Erdogan un presunto orgoglio nazionale andato perduto.” .

Così, molto semplicemente e molto univocamente. Tedeschi democratici ma cattivoni, turchi filo fascisti certo, ma per dispetto. Il retore da FCI non conoscerà più con l’esattezza millimetrica di un tempo il volere delle masse autoctone ma con lo stesso grado di unilateralità e di sicumera ora sente di conoscere quello delle masse straniere, che dal canto loro sono sufficientemente lontane dal non sentire il bisogno di rispondere a questa privazione di soggettività con una pernacchia. In discorsi di questo tipo si ritrova tutta la forza spersonalizzante del mito del buon selvaggio, vero e proprio sostituto contemporaneo del proletario portatore di ogni virtù e di nessuna macchia, quindi inumano. Per altro è la perfetta antitesi del cattivo selvaggio, anch’esso altrettanto inautentico, un rovesciamento uguale e contrario della retorica dello straniero inevitabilmente barbaro e stupratore, con l’aggravante che si tratta del fallimento di un’alternativa proprio là dove non si fa altro che parlare di diversità. Le cose naturalmente sono molto più complesse e fortunatamente nessun popolo – tantomeno quello turco – si fa comprimere dentro analisi così sommarie e ideologiche. C’è chi avrà votato Erdogan per questo motivo e chi per tutt’altro, ovviamente, e se proprio esistesse qualcuno in grado di conoscere così nel dettaglio le motivazioni dei voti alle elezioni si tratterebbe probabilmente di Google e degli altri signori dei big data, ma questo, decisamente, non è materiale da FCI. Quello che conta, l’aspetto più prezioso, è che però nessuno si prenderà la briga di rispondere ad affermazioni del genere perché tutto sommato i turchi tedeschi hanno altri problemi, altri interessi, altri dibattiti da seguire. Il che li rende dei buoni selvaggi ideali, perfetti come altri popoli lontani anche per l’inserimento nell’omelia da FCI. A questo punto lo spettatore ormai ronfante è visitato in sogno da un’ulteriore problema, questa volta in prospettiva: il genere retorico dell’omelia si avvantaggia di grandi opposizioni, di confini netti e di orizzonti da tracciare, necessita soprattutto del silenzio raccolto e ossequioso della platea. Si potrebbero quindi presentare delle complicazioni quando in futuro si realizzerà anche in Italia l’integrazione che tutti giustamente auspichiamo e il selvaggio, da idealtipico elemento muto del paesaggio, diventerà un cittadino con diritto di parola e sarà impossibile per l’oratore decidere cosa pensa, lui e i milioni che si suppongono uguali a lui come dei replicanti, sulla base di una rapida annusata dell’aria fuori dalla finestra. “Sento odore di dispetto, in milioni!” non funzionerà granché, allora. Ma stiamo parlando di un tempo molto lontano, diciamo almeno 2-3000 omelie introduttive di distanza (OID). Ora però un po’ di silenzio, il film sta già per iniziare.

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Sono stato in gita a palazzo Chigi

( pubblicato su 7 – Corriere della sera,  il 23 febbraio 2018)

La prima cosa che ti dicono all’ingresso visitatori di Palazzo Chigi è «spegnere il cellulare»; la prima cosa che fanno tutti appena superato il metal detector è fotografare il cortile con il cellulare. Di stranieri, nel gruppo di visitatori di cui faccio parte, non ne vedo, il che è un po’ un peccato perché sarebbe stata per loro una rapida lezione di italianità. Durante la mia visita turistica a Palazzo Chigi di cose da immortalare e rivendere a stati canaglia, Isis e Spectre varie non ne incontrerò comunque nessuna. Il punto delle foto compulsive – nel gruppo c’è pure un signore con una reflex che appena rimane solo spara rapide sequenze furtive, come se nessuno si accorgesse dell’accrocchio di due chili che ha a tracolla – è un altro. Il cortile, come molti altri ambienti che s’incontrano durante la visita, è uno dei luoghi “della televisione”, di quelli cioè che si vedono durante il telegiornale e sono quindi oggetto del meccanismo di riconoscimento, sollecitato dalla guida, da parte del pubblico di visitatori. Il tour di Palazzo Chigi si può fare due sabati al mese da ottobre a marzo, previa prenotazione, con largo anticipo per i grandi gruppi, anche due giorni prima se siete da soli (l’unico da solo peraltro sono io).

CHE TIPO DI PERSONA, VI STARETE CHIEDENDO a questo punto, mentre è in gita a Roma, città dal patrimonio artistico che tende a infinito, decide di dedicare un’ora alla visita di Palazzo Chigi? Nel caso del mio gruppo l’età è alta (diciamo dai cinquanta in su), gli accenti quasi tutti del nord con una netta predominanza di veneti – un po’ a sorpresa un po’ no, perché spesso ci attira proprio ciò che odiamo, temiamo e mette aliquote sul reddito che raggiungono il 43%. Da alcune giacche spuntano quotidiani di destra e c’è un manipolo, molto ridotto, di specializzati in “palazzi del potere” che si sono già sparati Camera, Senato e Quirinale. Fra di loro anche uno dei pochi giovani dell’intera compagine, un ragazzo segaligno che sembra sapere tutto e si guarda attorno come si trovasse in un luna park. Il tempo, confido, lo renderà ironico e disilluso quanto gli altri. O presidente del Consiglio. Per il resto si tratta appunto di vedere luoghi che in forma catodica abbiamo già visto migliaia di volte, entrare sul set del nostro House of Cards. La guida è una giovane donna che si trascina dietro il figlioletto alle prese con «un attacco di mammite, è la prima volta che succede una cosa del genere», garantisce mentre chiede scusa.

IL PUBBLICO SI DIVIDE FRA indifferenti e una quota di nonne che si producono in «uuuhhh» «ihhhhh» e «che carino», antico riflesso pavloviano che si scatena in presenza di pupo italico indisciplinato, cosa che senza dubbio nel tempo ci renderà competitivi nei confronti dei cinesi. Nonostante abbia una creatura appesa a una gamba, la guida snocciola storie, nomi e dati come una che sa il fatto suo: volendo si può classificare questa capacità come lezione di italianità n.2. Si parte dagli Aldobrandini che costruiscono il palazzo abbattendo un gruppo di edifici preesistenti, si passa per i Chigi che lo rialzano in una di quelle gare di altezza degli immobili che contraddistinguono le civiltà che ancora non hanno scollinato verso la fase decadente, e di passaggio in passaggio si arriva all’attuale destinazione d’uso, piuttosto recente, visto che è datata 1961. Bisogna anche tenere presente, e il manipolo di feticisti dei “palazzi del potere” annuisce compatto quando la nostra madre-guida lo ricorda, che di tutte le sedi istituzionali Chigi è la più spoglia – i precedenti proprietari si sono portati via quasi tutto prima di venderlo allo Stato – e forse è pure la più brutta, ma questo, specifico, lo aggiungo io.

Una caricatura dell’autore con il busto di De Gasperi. Vignetta di Giovanni Angeli
 (caricatura di Giovanni Angeli)

LA DELUSIONE MAGGIORE COMUNQUE per noi turisti del già visto è la sala stampa, quella dove vengono riprese le conferenze dopo le riunioni del Consiglio dei ministri. È piccolissima e il soffitto fa un effetto cartongesso non proprio di grande classe. La cosa non sfugge a nessuno, tanto che partono le tesi su quale complessa teoria d’illusioni ottiche debba essere stata necessaria per dotare di autorevolezza i filmati che da questo luogo giungono nelle nostre case: «Sono gli specchi» avanza qualcuno. «Anche le luci», aggiunge la guida che comunque chiosa «è la sala più tecnologica del palazzo» il che, concretamente, significa che ci sono quattro telecamere. Va infatti tenuto presente che Chigi, almeno nella parte che ci mostrano, non è proprio la sede di Google, la cosa più avanzata tecnologicamente essendo le berline di rappresentanza parcheggiate nel cortile. Sulle postazioni dei ministri nella sala del Consiglio ad esempio fanno capolino vecchi computer portatili color violetta e i microfoni hanno tutta l’aria di aver vissuto le notti magiche di Italia 90. Se poi siete di quelli che credono al simbolismo sappiate che la “sala delle scienze” qui è un’anticamera con un tavolo e una stampante. Particolari di un potere in netta dissonanza con il suo tempo che però naturalmente non turbano nessuno, al contrario vibriamo tutti all’unisono in virtù del medesimo, ovvio, retropensiero quando ci viene mostrato lo stemma dei Chigi «molto simile al logo di una moderna istituzione bancaria». Si tratta in effetti di una piccola piramide di colli che ha giusto una fila in più rispetto allo stemma del Monte dei Paschi di Siena, città che ha dato i natali alla famiglia dei Chigi, il che spiega la somiglianza.

E COSÌ MENTRE C’È CHI PENSA che in fondo era destino, ci illustrano il solenne cerimoniale di fronte allo scalone d’onore, per l’occasione percorso a pancia in giù dal bambino di cui sopra. A questo punto il bambino viene rimosso da un uomo e tutti chi chiediamo «ma sarà un parente?» e quando la guida continua per nulla turbata dal ratto del puero concludiamo che sì, sarà senza dubbio un parente. Non riusciamo a vedere il salottino giallo perché dentro c’è il presidente del Consiglio (chi è che è adesso? Gentiloni, ah già), ma in compenso vediamo diverse altre sale, compresa appunto quella del Consiglio dei ministri dove a parte la tavola rotonda e le sedie ci sono tre cose tre: una copia della Costituzione, un busto di De Gasperi («guarda che naso tipicamente romano» Alcide De Gasperi, luogo di nascita: Pieve Tesino, Trento), e una bacheca dove per qualche motivo non è custodito, chessò, l’elenco dei Nobel italiani, ma le medaglie delle Olimpiadi che si sono svolte nel nostro Paese prima dell’avvento di Virginia Raggi.

La vera hit comunque si rivela la sala dove sono appese alle pareti le foto di tutti i presidenti del Consiglio dall’Unità ad oggi. «Guarda che giovane il Berlusca, guarda lì il Mortadella». Sotto la foto sono indicati tutti i singoli mandati di ogni presidente, e partono quindi immediatamente le classifiche complessive per vedere chi ha le statistiche migliori da quando è stato fondato il campionato. C’è anche qualcuno a cui piace vincere facile e, scrutando le date, osserva ammirato «Mussolini più di vent’anni eh». La cosa più interessante sono però forse le espressioni, le posture e l’abbigliamento degli ultimi politici che hanno ricoperto l’incarico: c’è Romano Prodi impegnato ad esprimere bonarietà tranquilla e rassicurante (ovvero a impersonare Romano Prodi), Silvio Berlusconi giovanissimo, Enrico Letta (ah già, Letta!) senza giacca, Massimo D’Alema che prova lo sguardo verso l’infinito in una parodia di Che Guevara, Mario Monti con un sorrisino rassegnato che sembra intuire cosa diranno di lui un giorno i visitatori e infine c’è un Matteo Renzi che guarda in alto a sinistra come se ad una finestra del palazzo alle spalle del fotografo stesse succedendo qualcosa di parecchio grave e inaspettato, la bocca socchiusa nel broncio di chi è un po’ sorpreso e assieme deluso da quello che vede. «Nel caso ve lo steste chiedendo, le foto vengono scelte dai diretti interessati». In effetti, me lo stavo giusto chiedendo.

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CATWALK – Un racconto di viaggio

Al ricevimento nella Casa del presidente, Scott Stossel, il direttore dell’Atlantic, dedica la parte centrale del suo breve discorso al programma di giornalismo investigativo di cui faccio parte. Dice che alcuni colleghi sono arrivati lì, al centro per artisti di Banff, nell’omonimo parco naturale nello dell’Alberta, Canada, da molto lontano. Durante questo passaggio dirige per un momento lo sguardo, seguito subito da altre persone, verso di me, unico rappresentante della vecchia Europa nella stanza e soprattutto faro di autentica e sincera ineleganza in mezzo a una platea di abbienti canadesi in giacca e cravatta. Le Adidas che indosso sono aggravate dall’italianità del mio inglese, un accento che innalza tragicamente le aspettative in fatto di abbigliamento, privandomi senza appello di quel salvacondotto che una diversità culturale meno specifica mi avrebbe offerto. Non sarebbe stato male, ad esempio, provenire da una tribù di pescatori polinesiani usi a vestirsi di soli tatuaggi. Invece niente, decenni e decenni d’italiani in grisaglia mi spogliano dello scudo di ogni correttezza politica, il che in Canada è una condizione non facile da raggiungere, ma non mettete limite al talento.

Il peccato originale è stato quello di prendere troppo sul serio il paragrafo sul dress code contenuto all’interno delle dettagliatissime informazioni pre-arrivo inviate via mail dal centro, una sorta di manuale di comportamento per ogni esigenza/complicazione/interazione possibile durante la permanenza in Canada. Un malloppo in grado di coprire ogni aspetto dello scibile umano, dai corsi di yoga che si tengono nella grande palestra con annessa piscina, ai numeri della consulenza psicologica qualora uno si ritrovasse ad avere bisogno di un analista durante la permanenza. E questo zibaldone della vita artistica assistita canadese è stato molto chiaro, quasi perentorio: “Abbigliamento informale”, diceva, e così, fiducioso nella proverbiale affidabilità anglosassone e timoroso di fare la figura del primitivo rimasto bloccato nell’austero canone estetico del Novecento, sono partito da Fiumicino con ai piedi delle Stan Smith e in valigia solo degli scarponi da montagna. Sono anche l’unico del mio programma al ricevimento, perché via mail mi è stato chiesto se per caso non mi andava di incontrare i Green, l’anziana coppia di mecenati che nello specifico aveva finanziato la mia permanenza quassù. Così mi sono ritrovato a deflettere gli sguardi dalle scarpe e dal maglione da Fantozzi in gita in val Gardena e a pensare a una tattica di smarcamento rapido e indolore per arrivare a Calgary entro le 20 di questa sera, pena fallimento dell’operazione che ho pazientemente organizzato da ben prima di atterrare in terra canadese.

Alle 18.05, grazie a un indegno passo del granchio indifferente, sono fuori dalla Casa del presidente, diretto verso Virgil – il mio braccio destro recentemente nominato all’interno de “l’operazione” – che ha già tirato fuori il truck dal parcheggio. Virgil è un canadese cinquantenne abbastanza idealtipico, alto più di un metro e novanta, piazzato sia di spalle che di pancia, barba lunga e occhialini tondi, assomiglia vagamente ad un orso hippie. Nato in Canada, è cresciuto in Texas con dieci fra fratelli e sorelle, il che lo ha reso espertissimo di giochi di società e di carte e pronto a organizzare feste di stampo famigliare-scoutistico a ogni occasione. Dopo 48 ore, per esempio, si era già procurato le chiavi della cantina della palazzina dove alloggiavamo e andava in giro a dire che dentro c’era un tavolo enorme, veramente enorme, un tavolo talmente grande che bisognava assolutamente trovare un gioco da fare tutti assieme su quella sterminata superficie di legno. Virgil non è solo un giornalista d’inchiesta; in Canada, dove è tornato a vivere, è noto anche come whistleblower per una vicenda riguardante la gestione dei fondi della Croce Rossa canadese durante la ricostruzione dopo lo tsunami in Indonesia, un’operazione a cui aveva partecipato direttamente come delegato della ong. Si tratta di un affare enorme, diversi miliardi di dollari, soldi che, ha sostenuto in un documentario realizzato dopo essere fuoriuscito dall’organizzazione, sono in larga parte scomparsi sui conti di contractor privi di scrupoli che per realizzare i lavori avrebbero poi usato della forza lavoro ridotta in schiavitù.

Tutti i protagonisti del programma di giornalismo investigativo lì a Banff erano autori di storie forti, ognuno aveva documentato la sua dose d’ingiustizie, di assurdità, d’inefficienze, qualcuno aveva coperto anche morti sospette, brutalità poliziesche, soprattutto. Dal canto mio, la storia che avevo portato era quella della surreale malagestione dell’epidemia di Xylella, una vicenda che non conteneva violenze ma aveva gli originali toni – almeno a queste latitudini – della commedia dell’assurdo delle vicende italiane. Rispetto a quelli di tutti gli altri, la storia di Virgil era oggettivamente di un’altra magnitudo, eppure non c’era stato un singolo momento in cui l’avesse fatto pesare.

Tre o quattro giorni prima del ricevimento alla Casa del presidente l’avevo intercettato sulle scale e trascinato al bar, determinato a insegnargli il concetto di aperitivo. Sembra una cosa semplice, ma in realtà non è un’idea facilissima da comunicare a un canadese che, come la maggior parte dei canadesi, è abituato a cenare alle 5. 30 di pomeriggio. Per lo scambio culturale avevo scelto il MacLab, il bar più riuscito del centro, un locale con un arredamento minimale che ammicca agli anni Sessanta e un’ampia vetrata sulla valle da cui era facile vedere passeggiare a poca distanza dei cerbiatti o degli alci – per inciso gli alci sono enormi, la mia misurazione personale di un grosso esemplare è circa 2/3 di un elefante del Bioparco di Roma. Mentre mi prodigavo in spiegazioni tecniche (no, non puoi mangiare adesso, è proprio questo il punto. Sì, lo so che sono le 6) una delle almeno tre televisioni che trasmettevano sport a qualsiasi ora del giorno come in un qualsiasi altro bar del Nordamerica, aveva mandato in onda una gigantesca rissa fra i giocatori di due squadre di baseball. Il mio commento era stato: “Finalmente il baseball è interessante” e Virgil aveva riso. Si può dire che in quel momento abbiamo incominciato a diventare amici.

In generale Virgil parla con un’affascinante combinazione di estrema tranquillità ed estremo acume, un tono di voce spia di un carattere che sembra mantenere a distanza di sicurezza sia la cupa disperazione sia l’entusiasmo automatico. Sarebbero tratti interessanti di per sé ma diventano notevoli in una persona che alla fine dei conti è pur sempre un idealista, uno che per approfondire le ricerche in Indonesia sulla vicenda della ong, non disponendo di ricchezze famigliari, si è ipotecato la casa. Come cittadino del paese della retorica non ero del tutto preparato a incontrare una persona di quel tipo. Ogni volta che sento storie estreme di giornalisti freelance in Italia mi torna in mente un’intervista a una giovane auto-inviatasi a sue spese in zone di guerra che diceva sostanzialmente che sì, era una vitaccia, spendeva più di quello che guadagnava, vedeva morire un sacco di gente, ma almeno era sempre lei quella con le storie migliori da raccontare alle cene con gli amici. Insomma, Virgil era per me un animale nuovo. L’operazione, dicevamo. (Continua a leggere su Il Foglio)

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La censura cinese all’estero

Articolo pubblicato su Il Foglio (12.10.19)

 

Che la Cina non garantisca libertà di espressione ai propri cittadini è cosa nota, che metta in atto delle politiche per ridurre quella dei Paesi occidentali è invece un tema meno esplorato. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa, quando Daryl Morey, G.M. degli Houston Rockets, squadra di basket della NBA, ha twittato la scritta “Lotta per la libertà. Supporta Hong Kong” a sostegno delle proteste che perdurano nel protettorato cinese da quando, questa estate, è iniziata la discussione parlamentare di una legge che permetterebbe l’estradizione dei cittadini nella madre patria.

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Nonostante il social network sia censurato sul territorio cinese dal 2009, il tweet non ha lasciato indifferenti le autorità di Pechino che hanno subito alzato la voce pretendendo scuse e annunciando conseguenze pesantissime. Gli Houston Rockets sono stati in passato la squadra di Yao Ming, l’unico giocatore cinese di un certo livello che la storia del basket ricordi, per questo motivo sono ancora oggi il team più seguito in Cina: in occasioni speciali indossano persino canottiere con il lettering in caratteri cinesi. Dalla prospettiva degli americani il mercato cinese è il secondo al mondo, con oltre 600 milioni di persone che la scorsa stagione hanno visto una partita della NBA e pagato un terzo degli abbonamenti globali al servizio di streaming. Dopo il tweet, il partito comunista cinese ha fatto muscolare sfoggio del controllo assoluto che possiede sull’intera società: la lega di basket nazionale ha rescisso i suoi accordi di collaborazione con la NBA, servizi di streaming e canali televisivi hanno sospeso la trasmissione delle partite e il merchandising è sparito da diversi e-shop, così come sono stati annullati alcuni eventi già programmati in Cina.

In un primo momento le reazioni americane sono state singolarmente prone al dettato cinese, il proprietario dei Rockets Tilman Fertitta si è affrettato a dissociare la franchigia dal tweet, lo stesso Morey ha chiesto scusa, specificando che non voleva offendere nessuno. La NBA ha rilasciato un comunicato in puro slang corporate che è riuscito nel non agilissimo compito di scontentare tutti: i cinesi, i difensori della libertà di opinione e anche quelli della logica. Da un lato infatti la lega riconosceva che il tweet “aveva offeso molto gli amici e i fan cinesi” e questo era “spiacevole” subito dopo però accennava non a una difesa del semplice e lineare “freedom of speech”, quanto piuttosto al sostegno “all’educazione delle persone e alla condivisione dei punti di vista sulle cose per loro rilevanti”. La Cina d’altrocanto si dimostra da tempo ipersensibile, nel 2018 è ha vietato la distribuzione di un film che vedeva Winnie the Pooh fra i protagonisti perché su internet erano apparsi dei meme che evidenziavano la somiglianza fra l’orsetto bonaccione e il presidentissimo Xi Jinping. Quando il comedian John Oliver ha parlato nel suo show di questa simpatica similitudine e dell’abitudine, meno gradevole, dei cinesi a violare sistematicamente i diritti umani, il servizio di streaming di HBO dove va in onda il programma è stato immediatamente bloccato in tutta la Cina.

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(John Oliver e Winnie the Pooh)

Winnie the Pooh compare anche nella risposta data al regime dai creatori di South Park, show oggetto di un’altra censura cinese per via del suo ultimo episodio “Band in China”. “Come la NBA, diamo il benvenuto ai censori cinesi nelle nostre case e nei nostri cuori. Anche noi amiamo i soldi più della libertà e della democrazia. Xi non assomiglia per niente a Winnie the Pooh. (…) Lunga vita al Grande Partito Comunista cinese! Possa il raccolto di sorgo essere copioso questo autunno. Va bene così Cina?”

 

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(il tweet degli autori di South Park)

Nell’episodio – disponibile in streaming gratuito sul sito dello show – i personaggi di South Park formano una band musicale e vengono costretti da un discografico statunitense ad edulcorare i loro testi, rimuovendo i riferimenti all’omosessualità, al Dalai Lama e a qualsiasi altro argomento che possa impedire la diffusione della loro opera sul mercato cinese. Durante la puntata appare anche – rinchiuso in un carcere cinese – uno spaesato Winnie the Pooh, sempre lui. La storia di prodotti culturali statunitensi modificati per ottemperare ai desiderata del partito comunista non è certo un’invenzione di South Park, già nel lontano 2006 era stata tagliata da “Mission Impossibile III” una scena in cui apparivano dei panni appesi fra due palazzi di Shangai, considerata disonorevole. I casi sono molti, nel film del 2012 Red Dawn, ad esempio, l’esercito cinese nel ruolo del nemico è stato sostituito in post produzione da quello Nord Coreano. Più di recente nel remake di “Top Gun” – film co-finanziato da Tencent – dalla giacca di pelle di Tom Cruise sono sparite le toppe con le bandiere del Giappone e di Taiwan presenti nel primo film.

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(giubbotto di Top Gun, prima e dopo il mercato cinese)

Con un clima del genere – e soprattutto con la presenza crescente di co-produttori cinesi – film hollywoodiani come “7 anni in Tibet” o “L’angolo rosso” oggi sarebbero impossibili da realizzare. Non è esente dall’influenza cinese nemmeno un altro enorme comparto dell’intrattenimento: quello del gaming. Un caso recente ha visto Blizzard Entertainment, gigante americano da 7,8 miliardi di ricavi nel 2018 e creatore di World of Warcraft, negare un importante premio in denaro e squalificare per un anno un giocatore professionista che si era permesso di inneggiare alla libertà di Hong Kong. Anche i due giornalisti che lo avevano intervistato sono stati licenziati in tronco. Pressioni – efficaci – sono state fatte dalla Cina anche sulle compagnie aeree perché smettessero di indicare Hong Kong e Taiwan come nazioni indipendenti sui loro siti internet. Lo stesso tipo d’indicazione geografica che stampata su una t-shirt ha costretto Versace a delle scuse precipitose, la maglietta per altro conteneva anche un refuso nel nome “Brussels” ma non risultano richieste di scuse da parte del governo belga. Il caso degli Houston Rockets salta comunque all’occhio perché la NBA negli ultimi anni è diventata una specie di sogno liberale e meritocratico su scala mondiale: non importa dove nasci e che aspetto hai: se sei in grado di giocare a livello dei migliori ad aspettarti ci sono parecchi milioni di dollari. L’MVP della scorsa stagione è stato un greco di origine africana, la migliore matricola un diciannovenne sloveno bianchissimo che gioca come una star trentenne. La NBA in passato ha preso apertamente le difese di Enes Kanter, un giocatore turco – sodale di Fethullah Gülen e nemico dichiarato di Erodgan – nei confronti del quale Instabul ha emesso un mandato di cattura per terrorismo. La lega prende spesso posizione contro la discriminazione delle minoranze, in particolare quella afroamericana. Più in generale star, allenatori e giornalisti di settore si sono schierati sovente contro Trump, che dal canto suo attacca pubblicamente sia LeBron James che i fortissimi Golden State Warriors.

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(Trump vs Lebron)

Anche per questo motivo, i due giorni di intimorito silenzio dei nomi più noti del campionato e le scuse arrendevoli dei loro rappresentati, hanno colpito parecchio gli osservatori. Dove sono finiti tutti i combattenti per i diritti civili? Sono rimasti seppelliti sotto i miliardi di yuan e il dato di fatto che il mercato cinese è molto più grande di quello turco? Tutto questo accadeva nello stesso periodo in cui Richard Stallman, scienziato del Mit e fondatore del “Movimento per il software libero” (le cui conseguenze positive per l’economia americana si stimano nell’ordine dei trilioni di dollari) veniva licenziato in tronco perché in una mail listing privata – parlando di Marvin Minksy, un suo ex collega coinvolto nell’affare Epstein e ora defunto – si era prodotto in una breve riflessione sul fatto che il termine “sexual assault” fa pensare immediatamente alla coercizione fisica e per riferirsi a del sesso con delle ragazze minorenni apparentemente consenzienti sarebbe invece il caso di utilizzare un’ espressione più precisa “per evitare ogni vaghezza morale attorno alla natura della critica”. Che sia o meno condivisibile, questa singola riflessione linguistica – Stallman non è accusato di alcun tipo di rapporto improprio o illegale – è finita per costargli il lavoro, oltre alla faccia visto che i media di mezza America lo hanno dipinto come un depravato determinato ad assolvere moralmente gli stupratori. Di eccessi in seguito al #metoo ce ne sono stati diversi ma il caso di un uomo – un idolo di settore per altro – licenziato per aver osato intraprendere una riflessione semantica rappresenta probabilmente un nuovo vertice negativo. Nell’ansia di non offendere nessuno s’ignora lo stato di diritto – condannando gli accusati alla morte civile ed economica – e si forza spesso ogni posizione entro schemi manichei che riducono il mondo a buoni e cattivi. Chi viene relegato arbitrariamente sul lato dei cattivi perde ogni diritto ad un’opinione divergente. Diventa il male assoluto. Qualche inquietante somiglianza con la forma mentis del partito cinese salta all’occhio. Certo i due sistemi politici rimangono separate da differenze abissali, ma negli ultimi dieci anni la Cina è rimasta un Paese illiberale – semmai ha esteso la sua influenza censoria a livello internazionale – mentre gli Stati Uniti sono andati perdendo a colpi di safe-space, micro-aggressioni, politicamente corretto e crociate moraliste, una fetta importante del valore non negoziabile e condiviso della libertà di espressione. Durante questo processo sono finiti nelle maglie del repulisti anche degli autentici criminali e sono state condannate usanze del tutto deprecabili ma il prezzo che la società nel suo insieme sta pagando è alto. La storia del pensiero liberale insegna che il metodo prima o poi si rivela sostanza e sul lungo periodo finisce per contare più delle motivazioni sbandierate ai quattro venti. In altri termini, se si limitano la libertà d’espressione e le altre forme di garanzia che lo si faccia per un’idea che si ritiene buona, conta poco o nulla. Ogni movimento autoritario, vale la pena di ricordarlo, inizia sempre fregiandosi di buone intenzioni. Bret Easton Ellis nel suo ultimo, splendido, libro “Bianco” segnala una singolare somiglianza fra il pensiero dei guerrieri del politicamente corretto e la mentalità delle corporation, due forme di pensiero con alcune affinità elettive, entrambe si rivelano naturali antagoniste del dibattito e del pluralismo delle opinioni: per i militanti si tratta di imporre al mondo intero un verbo che ritengono assolutamente buono e indiscutibile, per le corporation si tratta proteggersi da ogni aggredibilità legale e mediatica tutelando così i propri bilanci.

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(Bret Easton Ellis)

Sostenere posizioni di principio, come la difesa della libertà d’espressione, può avere un costo economico elevato, anche senza bisogno di scomodare le dittature di oriente. In un simile clima politico e culturale uno stato antidemocratico come la Cina si permette di sparigliare le carte e, con un colpo quasi situazionista, si mette a parlare seriamente di “offesa” ai suoi cittadini, facendo scattare il meccanismo pavloviano di terrore che ormai si annida in ogni occidentale timoroso di dio al solo sentir pronunciare quel sostantivo. Da questo timore diffuso, istintivo, e non solo dalle motivazioni di danni economici nasce probabilmente il momento d’impasse della NBA e dei suoi giocatori. Il grottesco è evidente e sta nel fatto che il primo ad offendere i cittadini cinesi è in realtà proprio il regime antidemocratico che impedisce la loro autodeterminazione. Che uno Stato autoritario possa dirsi “offeso” senza che il mondo democratico scoppi in una sonora risata collettiva è uno degli aspetti inquietanti del nostro tempo, oltre che il segno del potere di ricatto dell’enorme mercato interno cinese. Se il primo nemico di ogni liberalismo è lo strapotere dello Stato, il secondo è l’esistenza di ricchezze enormi e di grandi squilibri, la cieca ricerca del profitto slegata da ogni impalcatura etica condivisa, per quanto minimale. Isaiah Berlin sosteneva che “la libertà totale per i lupi significa la morte per gli agnelli” e in modi, maniere e intensità diverse – per fortuna solo in minima parte sovrapponibili – oggi parte del sistema di regole che serve a proteggere gli agnelli, come il diritto a un giusto processo prima che venga comminata una eventuale condanna, o quello alla libertà di opinione anche quando questa finisce per offendere qualcun altro, sono sotto attacco dalla Cina come dall’America, dall’azione dello Stato autoritario come da quella delle corporation impersonali. Come detto però ci sono ancora molte grandi, fondamentali, differenze. Alla fine l’Nba, spronata in maniera bi-partisan dalla politica americana, ha prodotto una seconda dichiarazione meno sottomessa ai voleri del partito comunista e soprattutto più difensiva nei confronti libertà di opinione.

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(Adam Silver, commissioner della NBA)

 

Donald Trump, il noto troll di Twitter che nel tempo libero svolge funzione di presidente degli Stati Uniti, non è intervenuto sulla questione parlando direttamente con le autorità cinesi delle condizioni di accesso al loro mercato, ribadendo l’inderogabilità della libertà di espressione e rinforzando così l’unità nazionale americana, ha preferito invece ridicolizzare i due coach simbolo della NBA, Steve Kerr e Greg Popovich, per quanto si sono dimostrati arrendevoli di fronte alle richieste cinesi, contrariamente a quando polemizzano con lui – il che per inciso è inopportuno, ma vero. La storia naturalmente non finisce qui. l’Nba sembrava aver agguantato un pareggio in zona cesarini, forse ricordandosi che ogni regime ha bisogno di pane, sì, ma anche di giochi, e 600 milioni di persone costrette a guardare il mediocre basket cinese al posto dell’NBA forniscono anche alla lega un certo potere di contrattazione, non solo al regime comunista. Subito dopo però allo stadio di Philadelphia è stato vietato a dei tifosi di esporre dei cartelli pro Hong Kong e in Giappone è stato impedito a una giornalista di fare una domanda a tema Cina ai giocatori dei Rockets in tour. Sulla vicenda non resta che aspettare il monologo di Dave Chapelle, il comico che assieme a Easton Ellis è l’ultimo vero alfiere pop della libertà di espressione americana, specie ora che, nell’episodio di South Park censurato, Winnie the Pooh è stato ucciso con un laccio attorno alla gola da un americano che voleva ottenere un lasciapassare per il mercato cinese.

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“HOCKEYTOWN – il documentario” al cinema

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Nuove proiezioni:

17,18,19 giugno h20 UCI CINEMAS BOLZANO (TWENTY)

26 Giugno h.20.30 FILMCLUB ( VIA DR.STREITER)

(SOLD OUT) BOLZANO – 9-10-11 MAGGIO h. 20 – UCI CINEMA

(SOLD OUT) Teatro Cristallo Bolzano Venerdì 10 maggio H21

MILANO – 13 Maggio h.20 – UCI CINEMA BICOCCA

 

La scorsa primavera mi sono trovato ad assistere a un evento sportivo di quelli che in futuro si racconteranno di padre in figlio e renderanno possibile il fenomeno del tutto innaturale dell’invidia dei giovani nei confronti dei vecchi perché i vecchi erano lì quando è successa una cosa pazzesca. 

Vado con ordine. La squadra della mia città (100mila abitanti) ha ingaggiato come allenatore un rude finnico con bracciale d’oro da mezzo chilo al polso ed è passata dall’ultimo posto in classifica (a quaranta punti dalla vetta) alla qualificazione ai playoff.

Un miracolo. Abbiamo pensato “Per i prossimi 20-30 anni sappiamo che esempio tirare fuori quando avremmo bisogno di credere nella possibilità che qualche evento del tutto improbabile si realizzi.”

Dopo di che la squadra ha vinto anche i quarti di finale.

In semifinale ha incontrato i campioni in carica, la squadra di una capitale con quasi due milioni di abitanti, un team che aveva a disposizione circa tre volte il nostro budget. “Ok, è stato bello ma finisce qui”, abbiamo pensato tutti “però comunque che stagione pazzesca!”

La nostra squadra ha spazzato via i ricchissimi campioni in carica della capitale in cinque partite.

A quel punto eravamo in finale – contro una squadra ancora più ricca– e io avevo messo in piedi una piccola troupe e stavo filmando quello che stava accadendo sotto gli occhi di uno stadio con quasi 7500 spettatori e una città che ancora un po’ e si sarebbe messa i pattini per andare al lavoro, anche se era aprile e c’erano venti gradi.

Già perché la città è Bolzano, lo sport in questione non era il calcio ma l’hockey su ghiaccio, e il campionato non era quello italiano ma una lega internazionale austriaca.

Lo so, siamo strani.

Il risultato di quel mese di follia sportiva che ha fatto sembrare un angolo d’Italia una provincia del Canada oggi è un documentario intitolato “HOCKEYTOWN”. Perciò quando noi saremmo dei vecchi sbruffoni impegnati a darci di gomito dicendo “noi c’eravamo“, qualche fortunato giovane potrà dire “m’beh capirai, io ho visto il documentario” .

Ma questo succederà, forse, fra molti anni. Nel frattempo Hockeytown verrà proiettato il 9, 10 e 11 maggio al cinema UCI di Bolzano, qui le prevendite (caldamente consigliate). Il 13 Maggio invece sarà la volta di Milano all’uci Bicocca. Se  siete interessati ad organizzare proiezioni in altre città d’Italia potete scrivere a quitthedoner@mail.com.

 

Saluto curva

Foto Palaonda

FINAL

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COSA NON TORNA NELL’ULTIMO EPISODIO DI GAME OF THRONES

!Spoiler alert; serie 8 episodio 5!

(siete avvisati, anche se dopo tutto questo tempo dalla messa in onda o l’avete visto o non vi interessa veramente)

Come tutti gli appassionati di Game of Thrones sanno la penultima puntata in assoluto della serie è stata molto divisiva. Specie nel mondo anglosassone si sono moltiplicate le accuse agli sceneggiatori di essere “lazy” per aver adottato una sequenza di soluzioni narrative un po’ troppo semplici e quindi in contrasto con l’estrema accuratezza che ha caratterizzato la serie, o, quanto meno, l’ha caratterizzata fino alla sesta stagione. Credo che alcune di queste accuse siano fondate, ma che giunti a questo punto della storia le opzioni fossero al tempo stesso limitate. Vediamo perché.

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(Uno scorpio: da infallibile missile Patriot a cerbottana in sette giorni)

In molti si concentrano sulla mancanza di motivazioni solide dietro al raptus di follia assassina di Daenerys, e questo è, come vedremo più avanti, sicuramente un tema interessante. Lo snodo narrativo però più palesemente indegno di una storia come Game of Thrones è quello che riguarda gli scorpio, ovvero i balestroni anti-drago che sono rispuntati (dopo potenziamento) ovunque nel corso della 4° puntata della stagione, quando, nell’ordine, hanno abbattuto con disarmante facilità uno dei draghi (riducendo la flotta di rettili volanti di un notevole 50%), messo in rotta Daenerys con il drago rimanente e distrutto una quantità indefinita di navi Targaryen. In questo video ufficiale HBO lo staff della serie spiega genesi e potenza invidiabile dei nuovi scorpio. A questo punto chiunque, vedendo i balestroni appollaiati non solo sui ponti delle navi ma anche sulle torri di cinta di King’s Landing, è stato quindi (appositamente) portato a pensare: ecco una vera Ztl per draghi. Il che cambiava di parecchio le prospettive sulla battaglia successiva. Cambiava anche le quote-scommessa sulla corsa al trono perché con un altro abbattimento Daenerys si sarebbe ritrovata priva di draghi incenerenti e a quel punto il fatto che non sia mai stata proprio simpaticissima sarebbe potuto emergere presso le sue truppe. Lo scopo principale della 4° puntata sembrava essere quello di convincerci che l’armata Cersei grazie alla flotta di Euron + mercenari della Golden company + (soprattutto) nuova contraerea, fosse in una condizione di parità, se non addirittura di superiorità. Questo specie se si pensa per un momento anche agli ettolitri di Wildfire nascosti nei cunicoli della città, e che potevano essere usati, con il più tipico dei Cersei-move, per creare un Vietnam inespugnabile, a spese anche dei residenti di King’s landing, gente che tutto sommato avrebbe anche qualche ragione per non pagare le addizionali comunali. .

Insomma il cliffhanger della 4° puntata suggeriva apertamente possibili (serie) complicazioni sulla strada del legittimismo targaryano.

Già qui comunque avevamo assistito a una scena assolutamente non coerente con la real politik delle vecchie stagioni di Game of Thrones, quando cioè un minuto drappello con tutta l’élite dragomunita dei Targaryen si era messo a portata di scorpio e di arcieri di fronte alle mura di una città governata da una psicopatica conclamata come Cersei. La Lannister però dimostra che nelle scuole di Casterly Rock non si studia Tito Livio e si lascia miseramente sfuggire l’opportunità di tagliare tutti gli alti papaveri del fronte nemico e terminare così vittoriosamente la guerra senza nemmeno combatterla. Un’ingenuità decisamente poco Cersei. E già qui in molti abbiamo storto il naso.

La puntata numero cinque nasce comunque sotto gli auspici di una battaglia campale, poi però succede l’inspiegabile: Daenerys cala dal cielo con il suo ultimo drago e distrugge in circa 20 secondi tutta la flotta di Euron (non il piccolo drappello di navi che aveva abbattuto un drago con facilità bambinesca la puntata prima, ma tutta la flotta) dopodiché passa agli scorpio sulla costa e a quelli sulle mura, i quali dal canto loro dimostrano la precisione di tiro dei terroristi arabi nei film americani anni 80, ovvero non prenderebbero un elefante (o un drago) da 5 metri di distanza. In un paio di minuti senza nessuna spiegazione plausibile Daenerys distrugge quindi forze parecchie volte superiori a quelle che qualche giorno prima l’avevano messa in fuga con la codona di drago fra le gambe.

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(abbiamo scherzato)

Questo passaggio è talmente imbarazzante da un punto di vista narrativo che viene saltato a piè pari in entrambi i behind the scenes pubblicati da Hbo dopo la puntata ( questo e questo ). E stiamo parlando di speciali che spiegano sempre la genesi di tutti i passaggi importanti delle puntate. In questo caso invece no, probabilmente era un momento troppo indifendibile.

Perché una scelta del genere?

Il problema qui per gli sceneggiatori stava nel fatto che dopo la battaglia con i White Walkers si sapeva che Daenerys poteva scendere a King’s Landing e fare un grosso barbecue della città. Il massimo dilemma era quello morale, ovvero come prendere la città senza arrostire nel mentre tutti gli abitanti, gli stessi che, per inciso, si erano fatti malamente abbindolare da quel Beppe Grillo di Westeros che era l’High Sparrow. Insomma interessante, ma –gli sceneggiatori devono aver pensato– fino a un certo punto. Quindi serviva aggiungere tensione sulla battaglia imminente. Benissimo. Il problema è che, come abbiamo visto, poi non si prendono la briga di risolverla.

Come avrebbero potuto fare diversamente?

La prima opzione che viene in mente è che qualcuno della folta élite targaryana avrebbe potuto trovare il modo di rendere inutili gli scorpio, un Tyrion che corrompe il capo della guarnigione contraerea, un Ser Davos che infiltra dentro le mura un commando di assassini per uccidere gli operatori dei balestroni, un Samwell Tarly che fa sapere via corvo che esiste un batterio in grado di distruggere il legno di cui sono fatti gli scorpio. Quello che volete, pensandoci un po’ sopra di sicuro possono uscire idee migliori di queste. L’importante in questo scenario è che chi offre la soluzione al problema della contraerea faccia parte in una maniera o nell’altra dell’entourage di Daenerys. Immaginate che intensità ne sarebbe scaturita se fosse stato John Snow ad aprire la via al drago che subito dopo avrebbe incenerito decine di migliaia di innocenti. Sussurra ora, nordico che si scopava sua zia.

Il problema qui sta probabilmente nelle implicazioni successive, è molto probabile che affinché il finale si riveli d’impatto sia necessario coltivare una sensazione di onnipotenza di Daenerys. Se il suo successo in battaglia fosse subordinato ad una momentanea sospensione delle attività contraeree causata dei suoi stessi uomini, allora il suo dominio sembrerebbe meno imperioso, meno irrevocabile. E questo non va bene, perché quando e se sarà invece revocato sarà necessario che ciò avvenga attraverso il superamento di una notevole difficoltà e non, quindi, in venti secondi come fosse una flotta di Euron qualsiasi. Vedete qui quindi la contraddizione di scopi: da un lato per sostenere le sei puntate della stagione 8 bisognava comunicare la battibilità dei draghi (draghi onnipotenti stufano subito), dall’altra si era creato a questo punto della storia il bisogno di fornire di nuovo a Daenerys dei mezzi insuperabili. Da qui nascono quei due minuti imbarazzanti in cui spazza via tutto l’esercito nemico senza nessuna pretesa di plausibilità narrativa.

Si potevano trovare soluzioni alternative? Probabilmente sì, ma a questo punto dovrebbe essere evidente come non si trattasse di un compito facile, anzi.

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(Daenerys esporta la targaryancrazia a King’s Landing)

Infine la questione dell’ammattimento subitaneo di Daenerys. In realtà la cosa è stata annunciata più volte durante la serie ma sempre attraverso una serie di cenni e riferimenti che si sono dissolti dentro l’enorme massa narrativa di 8 stagioni caratterizzate da una miriade di storylines. Si poteva lavorare meglio sui cenni dell’imminente pazzia? Anche in questo caso probabilmente sì, ma senza esagerare, altrimenti Snow, Tyrion (che fa bruciare vivo il suo migliore amico), e il resto dell’oligarchia si sarebbero resi moralmente complici del massacro. Insomma, si trattava di un equilibrio sottile. Il problema vero qui sta nel fatto che Daenerys può avere dei motivi per cercare una vendetta sanguinosa nei confronti dei Lannister e in genere del potere kingslandiano, ma non si capisce – proprio non si capisce – perché dovrebbe bruciare vivi i residenti della città, così come parte delle sue stesse truppe.

Razzismo anti-westeros? Cos’altro?

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( E se li uccidessi tutti? La butto lì eh)

Nei behind the scenes ufficiali l’argomento viene trattato ma si parla soltanto di una vendetta contro gli usurpatori. Perché questa vendetta debba attardarsi a bruciare vivi degli innocenti rimane inspiegato. In ultima analisi anche questa è una sciatteria, se l’odio anti-Lannister si estende a tutto il popolo di Westeros va bene, ma sarebbe stato utile vedere uno o più episodi che con il senno di poi potessero rivelarsi seminali per questo tipo di razzismo estremo nella bambina dell’ovest diventata donna ad est.

Comunque la si metta, anche tenendo conto del fatto che le conclusioni sono sempre molto più difficili delle orchestrazioni intermedie e che qui la gestione del materiale era veramente complicata, rimane il dubbio che il vecchio George Martin avrebbe probabilmente ottenuto risultati migliori. Certo però impiegando molto, molto, più tempo.

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POLARIZZAZIONE

Appunti per “Polarizzazione”, una storia d’amore nel XXI° secolo.

Contrariamente a quello che accadeva alla maggioranza delle persone, nella vita di Luisa e Piero la politica era la cosa più importante, una sorta di ossessione personale. Vivevano entrambi come seguendo i dettami di una fede, un credo laico, per cui l’aderire o meno delle persone che andavano conoscendo nel corso della vita a una serie di regole, di non detti, di assunti pregiudiziali, segnava il confine fra l’essere davvero una persona oppure, al contrario, una specie di essere demoniaco, malvagio, al di fuori del consesso umano. O della loro bolla social, che per Luisa e Piero era la stessa cosa. Passavano molto tempo su twitter e avevano vite complessivamente poco stimolanti, una situazione alla quale il loro fortuito incontro – durante un aperitivo di Natale che celebrava la fusione delle aziende dove lavoravano – prometteva di mettere fine, sostituendo la misera dopamina di un retweet con l’appagante complessità di lunghi e gioiosi amplessi in grado di riconciliare un essere umano con l’universo, i suoi atomi, i suoi misteri. Purtroppo per il loro amore, le loro posizioni politiche – le stesse in cui si era divisa l’Italia in quel periodo– erano fra loro assolutamente inconciliabili. Per Luisa un politico serio poteva solamente esporre cibo sui social, per Piero invece poteva anche consumarlo durante una diretta facebook. Si lasciarono senza superare mai davvero il rammarico per quello che sarebbe potuto essere e invece non era stato.

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