Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici

Michel Houellebecq: decadenza e salvezza in “Annientare”

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Questo articolo è uscito su Il Foglio del 06.01.22

Come si scrive un romanzo sulla decadenza di una civiltà? Il compito non è agevole ma in tutta la sua carriera di scrittore Michel Houellebecq non ha mai temuto i grandi temi e il suo nuovo Annientare, in libreria dal 7 gennaio per la Nave di Teseo, non fa eccezione.

Il romanzo si svolge fra il 2026 e il 2027, Paul, il protagonista, è il consigliere e confidente personale di Bruno Juge, il ministro dell’economia che ha risollevato l’economia della Francia. Bruno è una persona per molti versi encomiabile: lavoratore instancabile, moralmente integro, nazionalista senza eccessi, è l’immagine Houellebecquiana del politico ideale. Ciò non toglie che finisca ghigliottinato, seppur solo virtualmente, in un misterioso video realizzato con capacità tecniche molto più avanzate rispetto a quelle delle migliori aziende di computer grafica ed effetti speciali. È solo il primo di una serie di atti terroristici, prima solo simbolici e poi anche violenti. L’identità degli autori è misteriosa ma sembra probabile che siano ispirati da un mix di luddismo filosofico à la Unabomber e di esoterismo satanista.

Houellebecq ha detto in più occasioni che politicamente le persone “tendono a pensare ciò che disturba meno il loro gruppo sociale” e il Paul di Annientare si comporta di conseguenza. Vota per l’amministrazione per cui lavora, seppur senza grosso entusiasmo e senza stimare il presidente che al contrario del suo ministro gli sembra una persona intelligente e talentuosa ma totalmente definita dal suo cinismo.

Il meccanismo di predeterminazione funziona per tutti, anche per lo stesso ministro, tanto che quando Bruno sostiene che sarebbe un peccato per la Francia se venisse eletto il Rassemblement national Paul si chiede “Da dove gli veniva quella convinzione? Da un ragionamento basato su una certa forma di razionalità economica? Da una morale antirazzista, umanista, che aveva ricevuto in retaggio? O più semplicemente dalle sue origini borghesi? Tutte quelle spiegazioni del resto potevano coincidere”. Quando diventa chiaro che l’obbiettivo degli attentati sono i leader delle più importanti aziende tecnologiche del mondo, l’indifferenza ideologica di Paul non gli impedisce tuttavia di pensare che “se l’obiettivo dei terroristi era quello di annientare il mondo come lui lo conosceva, di annientare il mondo moderno, non poteva dargli affatto torto”.

 Ma in cosa consiste il mondo moderno e che cos’è la decadenza? Domande a cui è molto difficile rispondere direttamente, il che rende “Annientare” uno dei libri di Houellebecq più “laterali” e per certi versi quindi più propriamente romanzeschi. Paul sostiene che “Il concetto di decadenza poteva anche essere difficile da circoscrivere, ma ciò non voleva dire che non fosse una realtà potente”. La decadenza di una civiltà è un fenomeno frastagliato, che si avverte con chiarezza ma i cui confini non sono sempre facilmente delineabili ed è un qualcosa di assieme personale e collettivo. È probabilmente anche per questo motivo che Houellebecq apre per la prima volta alla presenza in un suo romanzo di relazioni familiari articolate e vive, relazioni che vanno oltre gli sparuti resti ormai freddi – fatti di funerali, burocrazia, abbandono e incomunicabilità – a cui ci aveva abituato nei libri precedenti quando parlava della condizione familiare dei suoi protagonisti.

L’Homo Houellebecquensis fino ad Annientare ha sempre vissuto in uno stato di solitudine straziante ed estrema, impegnato in una lotta interiore e impari con la sua società e con il suo tempo storico.  Con l’eccezione dell’insuperato esordio (Estensione del dominio della lotta), la situazione in cui si ritrova tipicamente l’H.H non è necessariamente realistica, il quadro può anzi risultare fin troppo estremo, a tratti grottesco, l’intenzione è sempre quella di illuminare il mondo attraverso la sua deformazione e di dare un respiro lirico al presentarsi di un miglioramento. In genere, questa condizione di isolamento assoluto viene infatti resa più sopportabile dalla comparsa di una donna: l’amore in Houellebecq è l’unica forza in grado di emendare la condizione tragica dell’esistenza e il fatto che l’innamoramento sia un fenomeno transitorio, se non altro perché interessa delle creature mortali, non fa che rendere le cose ancora più dolorose.

Nel caso di Paul in Annientare, il digiuno amoroso e sessuale dura da anni e questo nonostante sia ancora tecnicamente sposato con Prudence, una donna con cui condivide un appartamento e che vede molto di rado. La moglie si è distaccata da lui dopo essersi convertita al veganesimo radicale e aver aderito alla religione neopagana Wicca, due eventi che l’hanno condotta verso una vita asessuata. Quando le cose fra i due incominciano a cambiare in meglio il narratore osserva “Un padre giudice a Versailles, con una prima casa a Ville-d’Avray e una di villeggiatura in Bretagna, gli studi al Sainte-Geneviève, poi a Sciences Po e all’ENA, in fondo non c’era nulla di sorprendente nel fatto che Prudence fosse diventata asessuata e vegana. Era il suo sforzo attuale per ritrovare la sua femminilità a essere eccezionale”.

I rivoli della decadenza sono numerosi, sono destini famigliari, pratiche quotidiane e convinzioni sociali, sono debolezze occasionali e vizi protratti. I segni della decadenza attraversano le riflessioni di Paul e le vite della sorella convintamente cattolica e del marito un ex notaio vicino al Fronte Nazionale, così come si scorgono in quella del fratello restauratore di arazzi e continuamente umiliato dalla moglie, una giornalista woke egoista e non particolarmente brillante che nonostante il marito non fosse affatto sterile ha preferito ricorrere all’inseminazione artificiale perché desiderava un figlio nero.

La decadenza in Annientare è l’aria che si respira, è l’insoddisfazione generale, l’incapacità di individuare una singola causa scatenante e di conseguenza l’impossibilità di intravedere una possibile soluzione. Il problema è che un singolo colpevole non c’è, neppure la tecnologia digitale può essere considerata l’unica responsabile della situazione, nonostante Paul abbia gioco facile nel chiedersi “A che serviva installare il 5G se non si riusciva semplicemente più a entrare in contatto, e a compiere i gesti essenziali, quelli che permettono alla specie umana di riprodursi, quelli che ci permettono anche, a volte, di essere felici?”. Il punto è più complesso e di lungo periodo, l’obbiettivo polemico è il peso della libertà assoluta, la dittatura infelicissima della felicità ad ogni costo ovvero l’individualismo fatto sistema nella contemporaneità degli eterni bambini.

Un’epoca in cui il consumo si propone di risolvere ogni problema, una promessa che si fonda però sul fatto di non poter essere mantenuta ed è quello che lo scrittore Frédéric-Beigbeder, grande amico di Houellebecq, definiva il terrorismo della novità che serve a vendere il vuoto. Quello che manca è qualcosa di più profondo e insondabile, ovvero Una forza oscura, segreta, la cui natura poteva essere psicologica, sociologica o semplicemente biologica, non si sapeva cosa fosse ma era terribilmente importante perché da essa dipendeva tutto il resto, la demografia come la fede religiosa e, in definitiva, la voglia di vivere degli uomini e l’avvenire delle loro civiltà”.

Paul riflette anche sul fatto che il boom di natalità nel secondo dopo guerra – ovvero dopo massacri che avrebbero dovuto mostrare tutta l’insensatezza della condizione umana –  si possa  spiegare solo con il carattere ideologico, politico e morale della seconda guerra mondiale “Per quanto sanguinosa potesse essere stata, la lotta contro il nazismo non si era limitata al possesso dei territori, non era stata una lotta assurda, e la generazione che aveva trionfato su Hitler lo aveva fatto con la chiara consapevolezza di combattere dalla parte del Bene. La seconda guerra mondiale quindi era stata non solo una guerra estera come tutte le altre, ma anche in un certo senso una guerra civile, dove ci si batteva non per mediocri interessi patriottici, ma in nome di una certa visione della legge morale”.

Siamo qui vicini al centro del pensiero del pensiero di Houellebecq: il bisogno di una fondazione morale.  Lo scrittore francese consiglia di leggere i suoi libri in ordine cronologico perché più volte è tornato sugli stessi argomenti, cercando di migliorarsi e di illuminare aspetti che sente di aver mancato al primo tentativo. Così la scienza che supera i limiti umani de Le particelle elementari appare anche in uno dei suoi libri migliori, ovvero La possibilità di un’isola. Allo stesso modo il turismo è al centro sia di Lanzarote che di Piattaforma e l’Islam appare in Piattaforma e poi, più approfonditamente, in Sottomissione. La distopia politica di Sottomissione riemerge in Annientare, così come l’ampliarsi del mondo relazionale a cui si assiste nel nuovo libro potrebbe essere anche letto come il successo della cura farmacologica al centro di Serotonina, visto che notoriamente la depressione richiude le persone in sé stesse, distaccandole degli altri. Serotonina a sua volta è una versione più anziana, meditata e meno poetica di Estensione del dominio della lotta. Annientare infine si contamina con il genere (il thriller) proprio come La carta e il territorio incrociava il giallo durante l’indagine attorno alla morte violenta di Michel Houellebecq personaggio letterario.

Le linee che si possono tirare sono numerose, il punto però è che in tutti i romanzi di Houellebecq i temi ritornano, si sovrappongono, si completano e talvolta si smentiscono anche a vicenda, in special modo quando la narrazione si sposta nel futuro prossimo e si produce in scenari scientifici, politici e socio-economici. Mappe poste sopra territori ancora distanti e che in quanto tali durano giusto il tempo di un romanzo. Quello che invece resta, il segnale coerente, è lo spaesamento, il senso di mancanza, la determinazione a parlare nei romanzi delle cose più serie e importanti, ovvero l’amore, la morte e la mancanza di senso, prima di tutto. Non si dà slealtà parlando di cose ultime, sosteneva il nostro Giorgio Manganelli e su Houellebecq si può dire molto ma di certo non che sia uno scrittore sleale, prima di essere romanziere è un poeta e, benché lui credo lo negherebbe con forza, un filosofo.

Ed è proprio nel suo modo peculiare e intransigente di concepire il romanzesco che Houellebecq fa convivere queste due propensioni fra loro così antitetiche; il risultato è proprio lo stile immediatamente riconoscibile che compenetra ogni opera, creando una rete interconnessa.  Uno stile che è stato odiato da molti, soprattutto in Francia e soprattutto quando la carriera di Houellebecq conosceva i primi grandi successi, ma che è amato da autori e lettori in tutto il mondo, il che lo rende senza alcun dubbio lo scrittore francese vivente più noto.

Nonostante Houellebecq sia fondamentalmente un romantico che mette al centro della sua scrittura una visione fortemente morale dell’esistenza, la sua opera è stata spesso letta come una sorta di apologia del nichilismo, il che è paradossale se si considera che la distruzione dei valori è precisamente l’oggetto polemico di tutto il suo lavoro. Aiuta all’equivoco la propensione di Houellebecq a raccontare la condizione umana senza accomodamenti, una narrazione dove nulla viene taciuto o edulcorato, semmai, anzi, estremizzato.

Houellebecq è anche programmaticamente alieno ai modi pacati e alle convenienze borghesi, tanto che Yasmina Reza, altra grande scrittrice e sua sostenitrice della prima ora, lo ha definito “non addomesticato”. Creatura eminentemente mediatica proprio perché antimediatico (definizione di Daniele Schneidermann), già ribattezzato “Cane Droopy in versione cannibale”, Houllebecq si aggira ormai da decenni ai piani alti della letteratura francese, prima come un ospite indesiderato e poi come improbabile figura di vertice, sempre avvolto nel suo eterno parka Camel Legend.

Alle frequenti incomprensioni a livello mediatico (i lettori sembrano capirlo, come talvolta accade, meglio degli addetti ai lavori), si aggiunge il possibile equivoco che può generare in alcuni la precisione, questa sì quasi documentaria, con cui Houellebecq ha sempre raccontato il sesso nei suoi libri, indisponendo coloro che preferiscono elisioni o, peggio, scelte linguistiche pudibonde. In Houellebecq non c’è rischio che un culo venga rieticchettato “natiche” o che vengano prese altre scelte tragicomiche e tuttavia diffuse in quella letteratura contemporanea che spesso si rivela ben più puritana del suo tempo storico.

In una lettera di ringraziamento di qualche anno fa a Salman Rushdie, Houellebecq confessava di non riuscire a liberarsi dell’idea “frequente nelle persone popolari e un po’ anziane” che ciò che è scritto sul giornale sia vero. Una ribellione ironica ai nonsense della comunicazione contemporanea, alla sciatteria del giornalismo e al surrealismo del marketing, attraversa in effetti tutte le opere di Houellebecq. Dopo aver letto Piattaforma ad esempio, diventa impossibile leggere una Guida Routard senza ridere. Questa resistenza piccata dei personaggi nei confronti della voce della società viene messa in scena proprio perché i discorsi dall’alto sono presi estremamente sul serio.

Questa voce fuori campo faceva in certo senso parte del determinismo sociale tipicamente houellebecquiano e per questo colpisce che sia pressoché scomparsa nel mondo di Annientare. Rispetto all’oppressione grigia, impiegatizia e anonima dei tempi di Estensione, l’era in cui si svolge Annientare ha visto la moltiplicazione infinta delle voci ma, sorpresa delle peggiori, si è scoperto che questo apparente miracolo non ha generato intelligenza ma ulteriore appiattimento, ha piegato le individualità alla statistica, alla misurazione tecnologica, e ha rivelato tutta la pochezza di cui siamo fatti. Il mondo è più colorato e ricco di offerte ma questo non sembra affatto averlo reso un posto meno disperato, anzi. La voce della società a cui opporsi nella convinzione che in fondo l’uomo sarebbe migliore di così è scomparsa per ricomparire nascosta dentro tutti noi. Opporsi con una battuta tagliente non serve più a niente, mancano i presupposti, manca l’esternalità. Anche per questo durante un viaggio in treno Paul pensa che il suo stesso ministro “Si sarebbe sentito a disagio con quegli hamburger creativi, quegli spazi zen dove ci si poteva far massaggiare la cervicale durante il tragitto ascoltando il canto degli uccelli, quella strana usanza di etichettare i bagagli “per motivi di sicurezza”, insomma, con la piega generale che le cose avevano preso, con quell’atmosfera pseudo-ludica, ma in realtà di una normatività quasi fascista, che aveva a poco a poco infettato ogni piega della vita quotidiana”.

In Annientare sembrano finite anche quelle speranze che a lungo Houellebecq aveva riposto nella tecnologia dopo averla correttamente individuata come il vero motore della storia, in ogni caso ben più della filosofia, della politica e dell’economia. Houellebecq non è mai stato un luddista, nel bilocale in cui abitava a inizio carriera erano accatastati computer e numerosi oggetti tecnologici, il protagonista di Estensione era un informatico. La scienza della vita e della morte, la scienza che creava mondi, che mutava le specie, salvandole da sé stesse, sembra però aver lasciato il posto ad una tecnologia minima eppure onnipresente, la tecnologia dell’informazione e delle app che si nutrono di attenzione umana. Nulla a che vedere con la clonazione, l’immortalità ma neppure con la meccanica. È questo il mondo senza una voce univoca e senza prospettive di Annientare, un mondo in cui la malattia del corpo arriva quando in fondo è diventato evidente, una volta di più, che l’unica isola su cui rifugiarsi è l’amore di una donna.

Fra i tratti salienti di questo mondo in decadenza lenta e a tratti festosa – seppure in quella maniera segretamente angosciata che si confà alla vita dei grandi debitori – si è assistito anche a un altro rovesciamento valoriale significativo, l’instaurazione del mito dell’infanzia.

“Attribuendo più valore alla vita di un bambino, quando non abbiamo nessunissima idea di cosa diventerà, se sarà intelligente o stupido, un genio, un criminale o un santo, neghiamo ogni valore alle nostre azioni reali. I nostri atti di eroismo o di generosità, tutto ciò che siamo riusciti a realizzare, i nostri traguardi, le nostre opere, niente di tutto questo ha più il minimo valore agli occhi del mondo; e ben presto non ne ha più nemmeno ai nostri occhi. In questo modo priviamo la nostra vita d’ogni motivazione e di ogni senso; è puro nichilismo.”.

In Annientare appaiono anche alcuni luoghi idealtipici della Francia, come una casa avita immersa nelle vigne nel Beaujolais; tutto questo è abbastanza inconsueto in Houellebecq che a Parigi vive in un’anonima torre nel quartiere cinese nei pressi di Place d’Italie e in “Rester vivant”, la mostra delle sue fotografie che si è tenuta qualche anno fa al Palais de Tokyo, si è concentrato soprattutto su periferie, supermercati, villaggi turistici e parcheggi. Oltre che sul suo amatissimo cane Clément, naturalmente.

Ulteriore anomalia in Annientare è la cura nelle descrizioni degli ambienti sociali e delle pratiche mediche, un dettaglio frutto di ricerche estese, le stesse che Houellebecq in passato si era vantato di non fare, o comunque di ridurre al minimo, al contrario degli scrittori americani. Se le descrizioni scientifiche in passato apparivano quindi come il controcanto alla voce della società ottenuto attraverso l’ingegno dello scrittore e il recupero di autori del passato, in questo nuovo romanzo la presenza del dato di realtà è più forte e l’impianto di Annientare complessivamente ne guadagna. Per via di tutte queste innovazioni stilistiche, questo romanzo che pur contiene tutti i capisaldi del pensiero del suo autore potrebbe curiosamente rivelarsi quello più gradito ai lettori che storicamente non hanno mai amato Houellebecq, un po’ come è recentemente successo in un altro campo con “È stata la mano di dio” di Paolo Sorrentino. Mi sento però qui di rassicurare anche i lettori appassionati: anche con le novità che introduce, Annientare rimane comunque un romanzo decisamente Houellebecquiano.

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“Daniele Rielli ha scritto un grande romanzo sulle ossessioni della nostra epoca”

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“Un ritratto chirurgico e spietato”corriere-della-sera-logo

“Una cornice letteraria tecnicamente perfetta”

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“Come nei miti classici ci si brucia le ali volando incontro al sole”

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“Un romanzo rutilante, ambizioso, curato nei dettagli”

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 “Cinquecento pagine di profetiche deflagrazioni epocali “

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“Uno sguardo profondo sulla nostra condizione”

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  “Mette i brividi” 

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“La trama e il sistema dei personaggi sono articolati e catturano il lettore in modo incalzante, con colpi di scena,

relazioni sentimentali, cambi di scenario “

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 “Un fremito di rivolta che tutti abbiamo contro noi stessi

e la gigantesca balla che siamo diventati”

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 ” Un viaggio nell’innominato tecnologico del nostro tempo, (…)

e non da ultimo una spumeggiante commedia italiana: goduriosa da leggere, e «basta».”

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Una piccola selezione delle interviste e degli interventi pubblici su Odio è qui.

 

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( la voce nel trailer qui sotto è del mio amico Francesco Montanari )

 

I segreti di Succession

 

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da Il Foglio del 20/12/21

In questo momento nessuna serie tv fonde realtà e finizione meglio di Succession, il prodotto di punta di Hbo la cui terza stagione si è appena conclusa con due puntate girate interamente in Italia, fra Toscana, Milano e Lago di Como. Nata dalla penna di Jesse Armstrong la serie racconta le vicende di una famiglia – i Roy – a capo di uno dei più grandi gruppi mediatici del mondo, un clan pensato, almeno inizialmente, per assomigliare a quello dei Murdoch. Come nel caso dei Murdoch l’impero è globale, c’è un figlio di primo letto praticamente estraneo al business (nella serie è Connor, un anarco capitalista non dei più brillanti) e tre figli di secondo letto chiamati a contendersi il business del padre.

Le analogie non si fermano qui: Waystar-Royco, il gruppo dei Roy, possiede l’ATN, un canale d’informazione conservatore che assomiglia a Fox News, compra Vaulter, un’azienda digital che ricorda Vice, e viene coinvolta in uno scandalo che sembra alla lontana quello delle intercettazioni che coinvolse i Murdoch in Inghilterra. Elementi caratteriali e cenni biografici dei Murdoch si ritrovano anche nei singoli personaggi di Succession, mischiati però a cose inventate o prese dai membri di altre grandi famiglie del mondo dei media. Sappiamo che Elisabeth Murdoch è una fan dello show, così come lo è Jerry Hall, la quarta moglie di Rupert, il che è rilevante specie se si considera che non si tratta in alcun modo di una serie agiografica.

Ogni cosa in Succession è studiata al millimetro, esistono pagine Instagram che censiscono ogni singolo capo d’abbigliamento o accessorio che appaia nella serie, sono studiati persino gli sfondi degli iPhone dei protagonisti anche se in video appaiono solo per una frazione di secondo, così come ci si può fare qualche risata mettendo il fermo immagine e guardando i sottopancia dei servizi ATN che appaiono sui televisori sullo sfondo di alcune scene. Al di là degli easter eggs per i maniaci, lungo le sue tre stagioni la serie ha creato tutta una serie di stilemi che contribuiscono alla sua immediata riconoscibilità. Prima di tutti il grande sfoggio di aerei, elicotteri e yacht privati grandi come navi da crociera. I mezzi produttivi di Succession sono faraonici ma, seppur centrali alla ricostruzione della vita di una famiglia di miliardari, da soli non basterebbero: è la cura nella psicologica dei personaggi ciò che rende Succession il miglior show televisivo del momento.

Il padre, Logan Roy, è l’uomo che ha costruito l’impero; ormai ottantenne e con una salute malferma deve nominare un successore. Uomo spregiudicato, straordinariamente abile nelle trattative, nelle politiche di acquisizione e nei rapporti con la politica, Logan è tutt’altro che stupido ma non riesce a farsi una ragione delle diverse fragilità dei suoi figli, né a instaurare con loro un rapporto funzionale.  Tolto “l’idiota” Connor, i tre figli papabili per la successione hanno tutti problemi apparentemente insormontabili: il maggiore, Kendall, ha studiato a lungo la materia ma ha avuto anche problemi con le droghe e, più rilevante, manca di killer instinct e forse anche di lungimiranza imprenditoriale. Kendall è anche il re incontrastato di un sentimento contemporaneo il più delle volte evocato a casaccio ma che nel suo caso è invece perfettamente adeguato: il cringe, ovvero lo stato d’animo che evoca colui che non coglie la sua inadeguatezza o si produce in comportamenti che non hanno alcun senso in un determinato contesto, come mosso da un segreto desiderio di auto-umiliazione.

Il secondo figlio è Roman, tagliente come uno stand up comedian e probabilmente il più intelligente dei tre dal punto di vista del business, è però anche quello che un tempo si sarebbe definito “un degenerato”: onanista compulsivo, è molto attratto dalle donne più anziane con cui lavora e per nulla da quelle più giovani che frequenta. Per quanto basti sempre molto poco per liberarsi di lui, di questi tempi Roman è una specie di bomba sul punto di esplodere e vive protetto da un cordone sanitario di costosi NDA (accordi di riservatezza) che gli avvocati di famiglia fanno firmare alla persona di turno. Ha inoltre un gigantesco complesso di inferiorità verso il padre che non gli permette di confrontarlo direttamente.

Non va meglio con Shiv, la figlia femmina è un coacervo di contraddizioni persino peggiore dei fratelli. Inizia la serie lavorando come stratega per dei politici democratici che vedono suo padre come Satana, Shiv pensa di essere molto più intelligente di quello che realmente è, ha un marito-trofeo che tradisce e tratta come uno schiavo castrato. Rispetto ai fratelli manca anche di capacità di analisi perché è accecata da un moralismo woke che le impedisce di vedere la realtà delle cose, ma, per sua sfortuna, non le impedisce di credere di averle capite meglio di tutti, il che la conduce regolarmente a risultati disastrosi.

La successione al trono avviene in un periodo in cui l’espansione durata decenni della Waystar-Royco si è fermata per via del successo sul mercato delle aziende tech che rubano ai media tradizionali gli “eyeballs”, ovvero le paia d’occhi, il tempo d’attenzione: l’oro della contemporaneità. Insomma i figli si fanno la guerra per prendere il controllo di una nave che sta rapidamente affondando. Posizionandosi in un punto decisamente strategico della storia – quello del passaggio dalla società della tv e dei giornali a quello del digitale e delle piattaforme – Succession racconta una crisi che tolti i gli aerei privati, le ville e gli altri lussi, assomiglia a qualcosa di cui molti hanno fatto o stanno facendo esperienza: il rallentamento complessivo dell’Occidente, la brusca riduzione delle aspettative, una lampante iniquità generazionale, seppur vissuta generalmente nel confort.

Succession tuttavia non è una serie moralista o di denuncia è qualcosa di più simile a un dramma shakespeariano declinato nella modernità e con frequenti incursioni nella dark comedy. Che il tono della serie sia complesso e articolato si capisce anche dai pareri degli attori: secondo Kieran Culink (Roman Roy) è una commedia, secondo Jeremy Strong (Kendall Roy) è un dramma. La verità è che hanno ragione entrambi e l’abilità di Jesse Armstrong e della sua writer’s room nel far convivere armoniosamente i generi senza scivolare nel grottesco ha dell’impressionante.

La modernità di Succession non sta però solo in questo compenetrarsi dei generi – una caratteristica comune a molte delle migliori serie della golden age della tv – ma anche nella capacità di utilizzare degli archetipi profondi ed eterni raccontando fatti, realtà e linguaggi strettamente contemporanei. Tutta la serie è intrisa di riferimenti alla mitologia e all’età classica, dal figlio Roman saltuariamente chiamato dal padre Romulus, ai discorsi alla memorabile cena con la famiglia rivale dei Pierce, snob possessori di un gruppo mediatico progressista che i Roy stanno cercando di acquisire, fino agli elmi corinzi nell’ufficio di Logan e alla puntata intitolata “Argestes” dal vento greco che spazza le nuvole. Succession vive del contrasto fra queste premesse archetipali, profonde, eterne e dialoghi che alternano battute troppo acute e intelligenti per essere vere – alla Aaron Sorkin, cioè – a momenti di profonda, realissima, inadeguatezza contemporanea. Non è un caso che nella terza stagione due puntate abbiano lo stesso titolo di libri per bambini e in una scena Logan legga a un nipote una storia che ricorda le vicende di Kendall, suo figlio e il padre del bambino.

Gli eredi Roy sono precisamente bloccati nel rito di passaggio contenuto all’interno del mito, sono prigionieri di un’infanzia infinita, una condizione di cui non hanno però alcuna contezza, il che naturalmente non fa che peggiorare la situazione. La differenza dei dialoghi iper-intelligenti delle serie di Aaron Sorkin (The Newsroom, The West Wing) e quelli che in parte occupano Succession è perciò che i secondi sono paradossali perché non sono pronunciati da persone con capacità super umane che dominano gli aspetti più difficili dell’esistenza, bensì da falliti intelligenti, persone che hanno un surplus di educazione, sì, ma che sono anche vacue e modaiole, abilissime nel cogliere le tendenze – anche aziendali – del momento, le parole chiave, così come conoscono il riferimento middle o high brown di turno, ma sono anche del tutto prive di consistenza, di quelle virtù istintive e di quella stabilità emotiva necessarie per agire nel mondo. Nonostante tutti gli sforzi e l’infinità dei mezzi sono come rotti in partenza.

Non a caso Logan Roy, ovvero colui che ha costruito tutta la baracca, indugia molto raramente nell’ironia, che deve sembrargli niente di più di una comoda via di fuga. La tragedia degli eredi Roy è anche il fatto che, al contrario del fratello Connor, continuano a provarci, girano come criceti su una ruota dalla quale non hanno alcuna reale possibilità di uscire. Il grande non detto della serie è infatti che si tratta di tre miliardari ormai quasi di mezza età che invece di ritirarsi a vita privata si affannano a lavorare solamente per ottenere l’approvazione del padre. I soldi, onnipresenti, contano per loro solo in quest’ottica.

Il dramma di questi tre iper-ricchi così diversi dal pubblico di spettatori genera comunque empatia anche grazie alle tecniche registiche che alternano inquadrature curate, da film d’autore, ad altre in P.o.v. (Point of view) che sembrano lo sguardo in prospettiva di un misterioso personaggio che non vediamo mai in faccia ma è sempre seduto a tavola, in aereo o in macchina con la famiglia Roy. Sovente la testa o la spalla di qualche altro personaggio gli ostruisce parzialmente la vista e questi sguardi in prima persona, quasi spiati, sono uno degli espedienti usati per generare presenza e un senso di vicinanza alla famiglia nello spettatore. Finché ci troviamo seduti in mezzo a loro passiamo volentieri sopra al fatto che ogni tanto i Roy si facciano scappare l’idea che i non milionari – quelli cioè che li hanno reso ricchi guardando i loro canali e leggendo i loro giornali – non siano “real people”, persone reali ma una specie di razza inferiore. Tutto l’impianto della serie è in un certo senso anche un’occulta macchina di seduzione faustiana.

Dal punto di vista stilistico Succession contiene inoltre continui riferimenti a pratiche, problemi e termini tecnici che solo una minima parte degli spettatori conosce, ma questo non è importante perché dalla nostra posizione di osservatori privilegiati ci basta guardare in faccia i personaggi per capire se una “Proxy battle” è una cosa positiva o meno per la famiglia. Ci basta vedere come reagiscono quegli esseri umani, le loro espressioni, le azioni che intraprendono. Questa è forse la lezione che sarebbe più facilmente trasportabile anche nelle narrazioni, non solo televisive, italiane in cui nella maggior parte dei casi tutto è sempre appiattito e iper-spiegato di proposito, con buona pace del realismo e della connessione profonda con i personaggi e con la scena. Certo, Succession è l’apice della tv cable, cosa molto diversa da quella generalista, ciò non toglie che in epoca di streaming certe lezioni potrebbero avere un valore più ampio.

La struttura è un altro elemento caratteristico di Succession, che è una grande serie soprattutto nel primo e negli ultimi due episodi di ogni stagione. Sempre scritti personalmente da Jesse Armstrong sono episodi dove i personaggi vengono tutti concentrati in un luogo – due matrimoni e una vacanza in barca – e i destini si compiono. Nelle puntate centrali invece la serie ha un andamento scomposto che nei momenti peggiori sembra la versione alta di una soap opera, con la frequente introduzione di personaggi che sembrano importantissimi per una o due puntate e poi di fatto spariscono, senza che vengano date spiegazioni. È quindi una serie a due velocità: la parte centrale serve da accumulazione psicologica e il plot sembra quasi sfaldarsi salvo però tornare poi solidissimo nell’ultimo atto.

Anche questa struttura però cospira al senso complessivo di Succession, che è una serie che poteva molto felicemente finire con la stupenda conclusione della seconda stagione e l’avvento al potere di uno dei figli: brividi sulla pelle dello spettatore, l’archetipo si compie, c’è un nuovo leone a capo della savana. Il mito ha esaurito la sua funzione perché ha guidato gli eventi nella realtà, si è rivelato profezia e pedagogia. Senonché non è questo lo spirito del tempo e la serialità televisiva, che è una delle sue espressioni più peculiari, vuole che il gioco riprenda ricominciando ogni volta dalla casella di partenza e i personaggi rimangano sempre bloccati nei loro drammi primigeni, senza una vera catarsi, senza soluzione, senza passaggio al livello successivo. O almeno alcuni personaggi, quelli più dentro quest’epoca storica dove crescere sembra vietato.

Il tema ritorna in molte opere contemporanee, si pensi ad esempio alla divertente “Strappare lungo i bordi” di Zero Calcare dove si lascia intuire che il tradimento della promessa di un’età adulta sia in fondo un mal funzionamento del sistema, il che è in parte vero ma non è certo tutta la storia. Succession porta lo stesso discorso a un livello più alto – lo stesso problema si pone anche con mezzi economici pressoché infiniti! – e utilizzando tutta la sua pluralità di mezzi espressivi e stilistici crea un’illuminante fusione di realtà storica e rappresentazione artistica.

Non è forse del tutto un caso che un attore della serie, Nicholas Braun (il cugino Greg) sia nella realtà pressoché identico al personaggio che interpreta o che Jeremy Strong (Kendall) durante le riprese che durano mesi non esca praticamente mai dal personaggio facendo infuriare cast e maestranze. Brian Cox, l’attore che interpreta Logan, il personaggio odiato da tutti ma sulla cui ricchezza tutti vivono, ha buon gioco a citare a proposito di questa tendenza del collega le parole di Laurence Oliver quando seppe che Dustin Hoffman dovendo interpretare un uomo privato del sonno non aveva dormito per tre notti “Caro ragazzo, perché non provi a recitare?”.

Così facendo però Cox finisce per assomigliare a volta al suo personaggio. Anche in questo sta la grandezza di Succession: è uno specchio in cui è molto facile riflettersi anche se racconta le persone potenzialmente più distanti da noi.

It’s back.

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Gli inizi di DeSa, l’epopea di Salvatore Petrachi.

Nuova edizione nelle librerie e qui,

 

PDR PODCAST

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 PDR è il mio nuovo podcast dove dialogo senza limiti di tempo e vincoli di attualità con artisti, scrittori, giornalisti, scienziati, sportivi e persone interessanti in generale, un luogo per provare ad uscire dall’automatismo delle risposte scontate e, spero, anche per far incontrare fra loro idee diverse e lontane. Tutto con la massima libertà di espressione.

Il podcast è disponibile  su: YouTube, Spotify,Apple PodcastGoogle PodcastAnchor

PDR è un progetto indipendente, abbastanza folle e piuttosto complicato da realizzare, se ti piacciono le puntate e vuoi contribuire con una piccola donazione (3 euro) alla sua realizzazione puoi farlo partendo da qui.
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ULTIMI EPISODI:

 




PDR #26 FABIO MARTINI

PDR #25 GABRIELE FERRARESI

PDR #24 VITALIANO TREVISAN

PDR #23 SUPREMAZIA QUANTISTICA con SIMONE SEVERINI

 

 

PDR #22 I SEGRETI DI SANPA con PAOLO BERNARDELLI

PDR #21 GUIA SONCINI:L’ERA DELLA SUSCETTIBILITÀ

PDR #20 ROBERTO RECCHIONI:NON CANCELLATE LE STORIE

 

 

PDR #19 WALTER VELTRONI: OLIVETTI,SAMI MODIANO E ALTRE STORIE

PDR #18 GIANFRANCO PACCHIONI: L’ultimo Sapiens e il riscaldamento climatico.

PDR #17 DOMENICO STARNONE: Basta il talento per fare l’artista?

PDR #16 LUCA RAVENNA: La comicità ha dei limiti?

PDR #15 GIANMARCO POZZECCO: Una vita clamorosa

PDR #14 STEFANO FELTRI: Il potere delle piattaforme, censura, Cerbero e fare un giornale oggi.

PDR #13 ANNA ZAFESOVA – RUSSIA: Come sta Putin, chi sono gli oligarchi, il metodo Navalny.

PDR #12 AMEDEO BALBI – VIVIAMO IN UNA SIMULAZIONE?

PDR #11 EMANUELE FELICE  – Perchè il Sud è più povero?

PDR #10 FLAVIO FERRARI ZUMBINI – IL TURISTA ESTREMO

PDR #9 LUCA BIZZARRI – -Il rischio di realizzare i propri sogni.

 

PDR #8 AGNESE CODIGNOLA – Lsd, ketamina e vaccini.

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BEST OF PDR :

PDR#1 GIPI

Crescere nell’età del vittimismo

PDR#7 LUCA RICOLFI

Quanto dura la società signorile di massa?

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PDR #2 NICOLA LAGIOIA

Roma e il delitto Varani

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PDR #5 BEATRICE MAUTINO

CONTRO NATURA?

PDR #6 NICOLÒ MELLI

Giocare nella Nba

I miti non moriranno mai, la letteratura si vedrà.

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Questo pezzo è apparso su Domani il 24 maggio e fa parte del dibattito Su Contro l’impegno” di Walter Siti (Rizzoli)- Illustrazione di Doriano Strologo. 

“Contro l’impegno” di Walter Siti è un saggio colto e profondo che risulta, non senza una certa ironia, più “necessario” di tanti libri che vengono presentati come cure per questa o quella patologia sociale. Essendo sostanzialmente una raccolta di interventi (editi e inediti) non è un libro particolarmente sistematico ma questo non significa che manchi di una sua coerenza, di un suo spirito unitario. Personalmente indentificherei questa unità non tanto con la polemica contenuta nel titolo – quella contro l’impegno – quanto con quella più ampia contro il paradigma dell’efficacia – immediata, commerciale, di corto respiro – come criterio per giudicare un’opera letteraria. L’efficacia va quindi qui intesa non solo come politica ma anche, e forse soprattutto, come di mercato e neurologica, nel senso cioè dell’essere in grado di fornire rapide ricompense cerebrali al lettore, soprattutto ricompense positive, come quelle che scaturiscono dalla sensazione di appartenenza a un gruppo, dalla consapevolezza di poter vantare una netta superiorità morale sul resto del mondo o dal postulare che la vita sia tutto sommato bella e meritevole di essere vissuta, forse persino potenzialmente giusta. Il distinguo non è banale e nella prima parte del suo libro Siti compie quindi un’analisi delle condizioni di ricezione delle opere nel nostro tempo storico, stigmatizzando l’approccio frettoloso che deriva dal mutato ecosistema informativo – oggi istantaneo, parcellizzato, costitutivamente superficiale ed emotivo – , un panorama in cui i tempi lunghi e le ricompense differite della letteratura appaiono anacronistici, cosi come sembra fuori sincrono la richiesta dei romanzi letterari di essere letti e assimilati nella loro interezza, forse persino macerati nel tempo e rifrequentati durante le diverse fasi di una vita.

Siti non ne parla ma sarebbe stata interessante anche qualche parola sulla letteratura da incipit, libri cioè che diventano oggetti posizionali (da esibire in salotto, da citare in conversazioni) sulla base delle prime pagine, le uniche, sembra, che i più abbiano ormai il tempo di leggere, tanto che una parte importante del mercato editoriale pare ormai essersi orientato oltre che verso i libri brevi – di rapida e indolore lettura – anche alla ricerca di grandi incipit forse più che di grandi libri (si pensi a Ohio di Stephen Markley, romanzo con uno splendido primo capitolo che si rivela poi decisamente fuori scala rispetto al resto del libro). Siti parla in compenso della sparizione dei finali e del declino della “spina dorsale” nelle opere letterarie “alte”, confinate alla frammentazione totale o alla non-selezione dell’oggetto narrativo (come nel ciclo “La mia lotta” di Karl Ove Knausgård).

Il discorso è molto interessante e potenzialmente fecondo ma con una scelta non scontata Siti preferisce dedicarsi ad un’analisi minuziosa di autori che sono più pop che letterari come Saviano, D’Avenia o Catozzella e prendere sul serio i saggi di Michela Murgia. D’altronde è lì che si annida il tentativo contemporaneo, spesso goffo, di creare una nuova mitologia su basi ideologiche, un’operazione che è precisamente il contrario della letteratura, se per letteratura intendiamo, come sembra fare Siti, un’indagine profonda sull’uomo, una ricerca capace di andare oltre gli schieramenti sociali e le appartenenze contingenti, disinteressata, cioè, a marcare continuamente la sua ortodossia politica e orientata piuttosto ad immergersi nella polisemia dei significati, abbracciare la contraddizione insita nello stare al mondo.

Il confronto che Siti imbastisce è dettagliato e civilissimo, come già detto prende sul serio anche cose su cui forse non si farebbe del tutto peccato a coltivare qualche dubbio, questo però rende “Contro l’impegno” un libro piacevole in questo tempo di contrapposizioni frontali e odi efferati. Viene comunque da chiedersi se sia veramente necessario tutto quell’inchiostro per dimostrare che Saviano e la Murgia non fanno letteratura, Saviano per altro non fa mistero di sapere bene come il percorso da lui scelto sia un altro, tanto da scriverlo in uno dei suoi libri. Ci possono essere due risposte a questa domanda, la prima è che il mondo della nuova mitologia – il pop engagé – sembra ormai da qualche anno mangiarsi tutto in campo editoriale, stimolando perciò la necessità di una riflessione. L’industria ha sdoganato il midcult celebrando come grandi opere romanzi dagli stili semplici, dalle strutture basiche e con impianti moralmente lineari (i buoni da una parte, i cattivi dall’altra e l’immancabile ricomposizione positiva finale), libri che raramente, per non dire mai, aprono a verità profonde e sconvenienti. Un’elevazione di grado di romanzi prima considerati dignitose opere di intrattenimento che ha rianimato il mercato dei libri “da premio”, allineando però sostanzialmente tutto verso il basso a discapito dei romanzi letterari che pure con qualche fatica anche in Italia continuano ad esistere.

Il fenomeno è storico e va di pari passo con la scomparsa della critica (oggi le recensioni le fanno soprattutto gli scrittori dicendosi a vicenda quanto sono bravi, altra cosa che non sfugge a Siti) e con la semplificazione obbligatoria in ogni comparto culturale, a partire dall’istruzione scolastica; una tendenza che risponde alle esigenze di una nuova fase della società: dalla società borghese dei giornali si è passati attraverso quella di massa (mediata dalla tv) e si è ormai stabilmente entrati in quella degli sciami digitali dove l’opinione si fa con telefoni e social network. I cittadini di quest’epoca sono produttori e consumatori di informazioni e coltivano l’illusione di muoversi indipendentemente, osservati però dalla giusta distanza mostrano i meccanismi omeostatici di un unico organismo vivente, un organismo perennemente ascoltato e organizzato dalle multinazionali del digitale. Uso metafore di carattere animale perché in un panorama di questo tipo è difficile continuare a mantenere l’aura di sacralità che l’uomo in quanto uomo ha avuto in altre epoche storiche, i concetti precedenti risultano qui operativamente superati, troppa è la misurabilità, eccessiva la predicibilità dei comportamenti. In un ecosistema di questo tipo, che premia l’identificazione, la tribalità, l’immediatezza, la rissa e il frammento, la letteratura ha poca cittadinanza.

La parte del saggio che viviseziona il pop editoriale italiano mi ha fatto però anche tornare in mente la scena di Troppi Paradisi in cui Siti confessa di non riuscire a sopportare quando Camilleri e Covatta vengono trattati come dei re al Maurizio Costanzo show. Forse sbaglio ma questa mi sembra la seconda motivazione, nascosta e più letteraria, di questa sezione di libro, la constatazione amara di una prospettiva di gloria che per il letterato appare ormai perduta. Ci sono stati tempi che ponevano sfide ben peggiori alla vita di uno scrittore, ad esempio si poteva rischiare di finire in carcere, tuttavia la prospettiva di una gloria transgenerazionale permaneva, oggi invece questa speranza appare declinante. I motivi mi sembrano almeno due: 1. Parafrasando Sciascia si possono scrivere libri per il futuro, ma bisogna vedere se il futuro avrà ancora dei lettori, in particolare se ne avrà di interessati ai libri oggetto di questa riflessione. C’è qualche ragione di dubitarne, ma staremo a vedere. 2. Siamo diventati materialisti e scientisti e della gloria da morti, la gloria cioè di cui non possiamo fare in alcun modo esperienza diretta, ci interessa poco. Ci troviamo, mi sembra, in un vicolo cieco da cui si può uscire solamente con un atto di fede nei confronti del valore della letteratura, considerandola cioè più forte, sul lungo periodo, dell’apparato ideologico-capitalistico che oggi si trova benissimo con il foraggiare il mercato di romanzi banali ma moralmente edificanti, anche se questo significa talvolta fare uso pornografico delle disgrazie altrui.

Ricordo ad esempio ancora con un certo imbarazzo uno spettacolo teatrale a cui assistetti un paio di anni fa assieme a tanti giovani progressisti e volenterosi in un bellissimo chiostro di una città d’arte del Sud: un attore milanese cinquantenne si produsse in un monologo in prima persona sulla storia di un bambino annegato al largo di Lampedusa. Durò un’ora, di cui una decina di minuti dedicati al momento in cui il bambino, perso nei marosi, smetteva infine di respirare. Il risultato fu grottesco, grottesco alla maniera della peggior pornografia (esiste anche una pornografia piuttosto gioiosa) perché con ogni evidenza non c’era quello che Nassim Taleb chiamerebbe skin in the game, la distanza era troppa e non necessariamente perché l’attore era un milanese cinquantenne (come vorrebbero i teorici del politicamente corretto nell’arte) ma perché lo stile scelto preferiva smaccatamente lo scandalismo all’empatia, la denuncia alla dimensione tragica della vicenda, indugiava nel lirismo e nel patetismo di maniera facendo di una persona un feticcio, spersonalizzava cioè un essere umano per consegnare alla platea una moneta da spendere al mercato della politica. Lo stile, come ricorda estesamente Siti, è sostanza, se si ha il tempo, la voglia e la competenza per prenderlo sul serio. Siti dedica a questa deriva pornografica-emotiva uno degli ultimi capitoli del libro, quello incentrato sull’icona pop Barbara D’Urso, una parte del libro dove si constata l’avvicinamento ormai evidente fra tv generalista e letteratura midcult.

Quello di cui Siti non parla è invece il meccanismo di istituzionalizzazione del dissenso, il fatto cioè che la sostanziale compattezza ideologica dell’industria editoriale e culturale non gli impedisca di rappresentarsi sempre come contro. Insomma la differenza la fanno gli insiemi: la tribù dei Perbene dentro la più grande tribù del Popolo Bieco e più o meno questo è quanto, un campionato a squadre chiuse, dove c’è l’Ordine da un lato e il Dissenso dall’altro e i confini del Dissenso sono perfino più rigidi di quelli dell’Ordine. Un assetto di questo genere è capace di riassorbire e marginalizzare ogni mancata ortodossia. È qui, credo, che incominciano un po’ a tremare i polsi e s’intuisce qualcosa di davvero sinistro: mentre un tempo l’artista – e lo scrittore non faceva eccezione – quando decideva di sfidare il corpo costituito della società lo faceva a suo rischio e pericolo, prefigurando talvolta con il suo lavoro l’avvento di una morale futura, oggi una determinata morale ribelle è data per costituita una volta per tutte e si è fatta industria, dunque regola, dunque sistema, e rappresenta un cammino sicuro. Lo svantaggio naturalmente è che di ribelle rimane giusto la parola.

Denunciare la discriminazione degli omosessuali negli anni sessanta aveva un costo pesantissimo sotto ogni punto di vista, oggi si paga ancora nelle periferie ma nel mondo della cultura è al contrario un buon viatico per premi e riconoscimenti. Più in generale l’impegno politico nelle forme previste è una condicio sine qua non per l’appartenenza alla buona società e gli incentivi sui grandi numeri contano, specie in un popolo abituato a fare la rivoluzione con il permesso dei carabinieri e pieno di artisti ribelli pronti a compiacersi del saluto dell’assessore alla cultura. Parliamo in fondo di un ambiente in cui da un anno tutti dicono, considerandola una cosa perfettamente normale, che il prossimo premio Strega andrà a una donna, non a questo o quel libro di una donna ma a una donna in quanto donna. Chissà, forse non andrà così, perché alla fine l’establishment letterario tende a sopravvalutare il proprio potere, non di meno è un dato inquietante. Ora, questo mi sembra un oggetto d’elezione per un possibile lavoro letterario, un settore della società, piccolo ma strategico, dove l’ideologismo ha raggiunto rapidamente vette impensabili soltanto dieci o cinque anni fa. Perché non indagare questo? Perché è scomodo e perché non è cosa da persone per bene. Al tempo stesso però mi sembra un oggetto esattamente letterario, così come sarà letterario tornare a occuparsi di minoranze quando l’ondata di destra che si profila all’orizzonte sommergerà il mondo del politicamente corretto. Il punto è che il lavoro letterario come lo descrive Siti, e su questo non posso che concordare, è necessariamente ingrato, il suo compito non è quello di costruire miti, stabilire regole di convivenza, far progredire l’uomo come collettività, quanto piuttosto permettergli di conoscersi nei suoi aspetti indicibili, nascosti, inaspettati, non necessariamente truci o malvagi, ma di certo avulsi alla logica del gruppo.

Forse diversamente da Siti credo che la letteratura di questo tipo sia sostanzialmente contro natura – coltivo un’idea scientista della natura che forse a lui non piacerebbe – perché le grandi narrazioni che dividono il mondo in buoni e cattivi sono scheletri evolutivi, mappe di significato inevitabili quanto la vista, la capacità di movimento e altri attributi fisici, e per questo motivo, per il loro innatismo cioè, vinceranno sempre. In un sistema che si efficentizza tecnologicamente vinceranno poi ancora di più. Tutti motivi per cui i tentativi di nuove genesi morali, che siano raffinatissime (Nietzsche) o a buon mercato (Murgia), sono con ogni probabilità destinate a fallire, mentre la mitologia non morirà mai, né morirà il tribalismo e tantomeno le storie o i romanzi di impianto lineare – dati per finiti mille volte ma tecnicamente immortali. La letteratura più profonda invece è sempre uno stato di eccezione, e, esattamente come la scienza ma in una direzione diversa, serve a superare per un breve illusorio momento il nostro mandato genetico pur partendo da esso (non disponiamo infatti di altre basi da cui muovere). Quando il movimento riesce si crea un qualcosa di sublime, trascendente e raro ma per definizione anche passeggero. Stupirsi un po’ che in un tempo storico come il nostro questa forma d’arte lenta, faticosa, esistenziale e preziosissima non domini le classifiche è il limite del libro di Siti, il suo pregio, invece, è chiedersi se in futuro un’attività con questi tratti continuerà a sopravvivere. La risposta non mi sembra scontata.

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La tribù online

Questo articolo è apparso su Il Foglio il 15.08.2020

“Il Ramo d’oro” di James Frazer contiene, fra le tante, anche le vicende di un’antica tribù africana presso la quale, nel momento stesso in cui veniva nominato, il re fuggiva dal villaggio e doveva venire ricatturato da un gruppo di guerrieri e messo a forza sul trono. La scena ha un che di comico se si considera quanti sforzi sono stati fatti in ogni tempo dagli uomini proprio per salire sui troni, eppure quella fuga dal potere – che Frazer svela poi avere motivazioni piuttosto solide – ha nonostante tutto un che di credibile, di sinistramente sensato: cela l’intuizione di una verità nascosta, come spesso accade con le cose capaci di farci ridere.

Il periodo in cui ho letto per la prima volta questa piccola storia era lo stesso in cui Matteo Renzi aveva da poco perso quel referendum costituzionale che inizialmente doveva essergli era sembrato un goal a porta vuota (proporre agli italiani un taglio del numero dei parlamentari? Quale esito più scontato?) salvo poi diventare un incubo nel momento in cui lui stesso lo aveva trasformato in un test sulla sua persona. Un errore diventato il primo atto di quell’arco declinante che ha mutato il suo personaggio pubblico da uomo della provvidenza a una sorta di villain per antonomasia, quasi compiaciuto del nuovo ruolo marginale e risentito.

Eppure le colpe potrebbero – pensavo – non essere tutte di Renzi. Soprattutto, avendo scritto di lui mi era capitato di osservarlo da distanza ravvicinata e lo avevo visto letteralmente braccato dai suoi sostenitori. Un entusiasmo che sembrava a quel punto il perfetto contraltare dell’odio che era in grado di attirare nella nuova fase crepuscolare della sua carriera. Certo di uomini che promettono molto e finiscono poi schiacciati dal peso delle aspettative disattese è piena la storia della politica – non solo recente – ma mi rimaneva l’impressione che nei cicli sempre più brevi che portano i politici dai vertici all’ ignominia e all’irrilevanza, ci fosse una componente eterna – antica, primordiale – e una che invece era diretta espressione della tecnologia digitale contemporanea.

In poche parole Internet, e in particolare i social network, pur espressione della società della scienza, sono anche degli straordinari amplificatori tribali, ci riportano cioè alle origini della civiltà umana, quando per fondare le nostre comunità sacrificavamo capri espiatori, come ha sostenuto nel suo lavoro l’antropologo francese René Girard. È da questo nucleo di riflessioni che è nato Odio, da questo e dall’aver scoperto che uno dei primi finanziatori privati in Facebook è stato Peter Thiel, allievo proprio di Girard a Stanford e suo seguace convinto, tanto da aver finanziato Imitatio, una fondazione di studi a lui dedicata.

In molte interviste Thiel ha ribadito l’importanza di Girard nella sua formazione e nel libro “Zero to one” ha declinato in chiave aziendalista molte idee del suo maestro. Facebook è un’incarnazione digitale sorprendentemente precisa dei due principi cardine del pensiero di Girard: l’imitazione mimetica e il sacrificio del capro espiatorio. Imitazione mimetica significa – in soldoni – che finiamo sempre per desiderare quello che vogliono le persone che ci circondano, in particolar modo il gruppo dei nostri pari. Come ricostruisce perfettamente Luca Ricolfi ne “La società signorile di massa”, l’élite urbana sogna ad esempio un tipo di lusso studiatamente informale e attento a una costruttissima autenticità – ricerca cioè l’esperienza – la periferia è invece ancora attratta dal possesso materiale e da una ricchezza sfiorata soltanto occasionalmente.

Il punto qui comunque è che non si desidera mai nel vuoto, ma sempre all’interno del proprio contesto sociale, e, soprattutto, che visto che le risorse sono per definizione finite e distribuite in maniera diseguale questo concentrarsi dei desideri sugli stessi obbiettivi genera sempre un certo grado di tensione, di risentimento, di invidia. Nella società primordiale questo tipo di reciprocità negativa sfocia in una sorta di guerra di tutti contro tutti, un piano orizzontale risolto dal sacrificio di un capro espiatorio che pagando per i peccati di tutti permette la pacificazione della società e l’avvento di una gerarchia stabilizzante.

L’attuale ecosistema informativo digitale è orizzontale per definizione dato che tutti, ma proprio tutti, abbiamo in tasca uno smartphone connesso a internet e ricorda molto da vicino proprio lo stato di reciprocità negativa. Al di fuori della rete – nel mondo fisico – permane però intatto l’ordine dettato dalla gerarchia piramidale dall’economia reale. I due piani – quello dell’informazione e quello dell’economia – confliggono perciò in questa sorta di asimmetria fondamentale creando precisamente quella tensione pre-temporalesca che percepiamo ogni giorno, la sensazione cioè che nonostante la società sia ancora in grado di assolvere con una certa efficienza ai suoi compiti fondamentali, una deflagrazione animata da ragioni che appaiono tanto oscure quanto inesorabili ci sembri sempre più imminente.

Cliccare sull’app di Facebook sul mio telefono assomiglia ogni giorno di più all’aprire il portellone di un forno a legna avviato a pieno regime, con la differenza che mentre l’ardere dei tronchi è in grado di generare geometrie imprevedibili, eleganti, ipnotiche, l’odio tribale che brucia su Facebook è quanto di più scontato e meccanico si possa immaginare. Quand’è stata l’ultima volta che avete letto una femminista attaccare l’atteggiamento nei confronti delle donne non del fantomatico maschio bianco occidentale paternalista ma di un estremista islamico? Esatto, mai. Quante volte avete sentito un leghista lamentarsi della minaccia alla sovranità italiana rappresentata non dagli immigrati africani ma del governo cinese? Realisticamente la risposta anche in questo caso è zero. A ognuno secondo la sua bolla, ossessioni, omissioni e contraddizioni incluse, anche se talvolta verrebbe da dire soprattutto omissioni e contraddizioni perché è proprio quando si decide di chiudere gli occhi di fronte a un segnale incoerente che più di tutto si certifica la propria appartenenza al gruppo.

Personalmente abito – abbastanza involontariamente visto che raramente faccio richieste di amicizia, mi limito a rispondere a quelle che ricevo – una bolla digitale composta in larga parte da 30-40enni che fanno, o tentano di fare, professioni creative. Principalmente giornalisti, scrittori, ma non solo. Di questi, una minoranza appare effettivamente sovra-educata mentre la maggioranza sembra in possesso giusto di quella manciata di nozioni che vengono ritenute sufficienti a sentirsi intellettualmente superiori nei confronti del resto della popolazione. Complice anche la transizione dell’industria culturale all’era digitale, la stragrande maggioranza della mia bolla rilascia informazioni che la fanno pensare trasversalmente sottoccupata, il più delle volte malpagata, mediamente rancorosa.

In genere appartiene per meriti famigliari alla piccola-media borghesia e affianca a salari incerti rendite sufficienti giusto a una vita di mero galleggiamento, un’esistenza che con l’avanzare dell’età appare sempre meno adatta; vede insomma davanti a sé lo spettro del declassamento sociale ma l’idea di cambiare settore occupazionale non la sfiora neppure perché il posizionamento di immagine gli appare incommensurabilmente più prezioso di quello economico. Tanto è malleabile dal punto di vista salariale tanto è intransigente dal punto di vista ideologico: è largamente ossessionata dalla correttezza politica, monolitica sui più classici assiomi antirazzisti (ogni forma di regolamentazione dell’immigrazione è, per definizione, xenofobia), si schiera sempre e comunque dalla parte delle minoranze. Nulla nella mia bolla sembra capace di rilassare i nervi scossi quanto un post adirato contro Salvini e, ultimamente, la Meloni.

Il meccanismo è talmente automatico che si potrebbe usare uno di quei generatori automatici di titoli che proprio la mia bolla dedica a nemici storici come il giornale Libero. Intendiamoci, so bene quanto può essere rilassante questo genere di sfogo perché vi ho ceduto spesso a mia volta, è, per l’appunto, parte del fascino del capro espiatorio: esternalizzare il male che abbiamo dentro verso qualcuno che potrebbe aver fatto qualcosa per meritarselo almeno un po’. Crepe nella mia personale bolla digitale sono rappresentate da amici d’infanzia e adolescenza, ex compagni di scuola o di basket, parenti, tifosi della curva dell’hockey club Bolzano che mi seguono per via di un documentario che ho girato sulla squadra. Qui la percentuale di gente che se non lavora non mangia sale in maniera significativa e in questo segmento vanno molto più forte gli immigrati visti come problema, le teorie del complotto sul 5g e i cuccioli di tutte le razze animali addomesticate. Più di ogni altra cosa però si assiste alla pubblicazione di scampoli di vita privata, di momenti familiari, di gite e di ferie. Nessuno qui credo abbia mai sentito parlare di Calenda.

L’ossessione di ribattere a ogni affermazione di un leader politico rimane comunque molto più forte nella parte sinistra della bolla, che, per inciso, sembra contenere parecchie persone passano tutta la vita a combattere guerre online. Le possibilità che un giorno, per uno strano allineamento dei pianeti, qualcuno nell’area sinistra della mia bolla trovi non del tutto deprecabile una singola affermazione della Meloni appare anche in questo caso uguale a zero, il che statisticamente è significativo della scarsa onestà intellettuale impiegata nel giudizio perché un paio di volte al giorno anche un orologio rotto segna l’ora giusta. Non ho dubbi che lo stesso valga in altre bolle a me precluse per un’affermazione qualsiasi della Boldrini.

Quello che sto dicendo è che sui social il dialogo è un’illusione, quello che facciamo è: 1. Segnalare le cose bellissime che riempiono la nostra vita (imitazione mimetica) 2. Prendercela con qualcuno a partito preso per sentirci meglio (sacrificio del capro espiatorio). E lo facciamo a partito preso anche quando nel merito potremmo avere dalla nostra qualche ragione, non è questo però che ci muove: quello che ci mette in azione in questo tipo di piattaforma digitale è ribadire l’appartenenza alla nostra tribù, quella dell’Italia che si sente migliore oppure quella dell’Italia che si sente dimenticata. Il meccanismo è tribale, il dibattito non esiste, è una messa in scena.

L’aspetto grottesco delle echo-chamber politiche è esattamente questo: milioni di persone si affannano a esprimere i loro pareri politici ma non fanno altro che farsi la conta dei like a vicenda mentre predicano ai convertiti. Al di fuori di chi è già d’accordo non c’è infatti nessuno ad ascoltare. Una parte del Paese pensa che l’altra viva in una specie di medioevo e l’altra pensa che la prima abbia perso del tutto il contatto con la realtà e sia intossicata dall’ideologia. Le due parti non si parlano, si disprezzano. Ognuna delle due parti deve sfogare su qualche capro espiatorio la tensione che si genera all’interno di quelle camere stagne dove nessuna voce suona bene quanto la propria.

Non vorrei dare però l’impressione di ritenere che le piattaforme abbiano generato in noi qualcosa che prima non c’era: non è così. La tribalità è sempre esistita, ed è sempre stata una forza fondamentale. Forse il motivo per cui parlo in maniera smaliziata della mia bolla è proprio perché mi ci trovo dentro in larga parte involontariamente, sarebbe per me molto più difficile farlo se mi ci riconoscessi in maniera totale e identitaria, sarebbe come l’acqua per il pesce nella nota storiella di Foster Wallace.

Quello però che i social stanno facendo è prendere una delle caratteristiche dell’essere umano e farne l’unico metro – assoluto – dell’esistenza. Attraverso la continua ottimizzazione degli algoritmi hanno creato un ambiente volto a farci spendere più tempo possibile online, in modo che possa venire somministrata la maggior quantità possibile di pubblicità. L’analisi dei dati ha dimostrato nel tempo che il modo migliore di riuscirci era riportarci, per quanto solo virtualmente, al nostro stato pre-civile. In sostanza, l’Occidente si sta imbarbarendo e polarizzando all’interno di camere di autoreferenzialità dove il logos lascia spazio alla tribalizzazione perché in Silicon Valley possano continuare a fatturare.

È questo l’odio che dagli schermi tracima nelle nostre vite in quantità che sembravamo aver dimenticato, un fenomeno molto più ampio e radicale di questo o quel presunto hate speech, è l’aria che ci circonda, è lo spirito del nostro tempo: lo spirito antico della tribù.

 

ODIO è su:

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Il conformismo degli spaventapasseri

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Questo pezzo è stato pubblicato nella newsletter di Domani il 18/2/2020 // (illustrazione di Dario Campana)

Qual è lo stato della libertà d’espressione in occidente? Diciamo che potrebbe stare meglio. Bari Weiss si è appena dimessa dal New York Times, era stata una dei pochissimi giornalisti di testate liberal a seguire i fatti dell’università di Evergreen, quando Bret Weinstein, un biologo evoluzionista con una lunghissima storia di militanza anti razzista, sostenitore di Bernie Sanders e di Occupy Wall Street e nessun legame con Harvey Weinstein, il produttore cinematografico, fu costretto da alcuni studenti ad abbandonare il college per aver espresso un’opinione.

Che opinione?

Un parere contrario al rovesciamento del Day of Absence da giorno in cui gli studenti e i dipendenti delle minoranze non si presentavano in facoltà per sottolineare la loro importanza a giorno in cui i bianchi venivano ufficialmente invitati dalle istituzioni accademiche a non a recarsi al lavoro o a lezione.

In quell’occasione, Weinstein – che per inciso è una mente brillantissima, consiglio il suo podcast The Black Horse  e in particolare l’ultima puntata dove ospita sette intellettuali afroamericani – scrisse le seguenti parole:

“C’è una grossa differenza tra un gruppo o una coalizione che decide di assentarsi volontariamente da uno spazio condiviso per sottolineare il suo ruolo vitale e normalmente ignorato… e un gruppo che incoraggia un altro gruppo ad andarsene. La prima è una potente chiamata alla coscienza, il che, ovviamente, colpisce la logica dell’oppressione. La seconda è una dimostrazione di forza e un atto di oppressione in sé e per sé.”

In seguito a questo messaggio pienamente nell’alveo del dibattito intellettuale, politico e civile tipico di una democrazia, il professore progressista fu accusato di essere un sostenitore della supremazia bianca, fu inseguito da studenti armati di mazze e gli fu impedito di tenere le sue lezioni nel campus; dovette tenerle in un parco.

Questi fatti incresciosi rimasero per lungo tempo avvolti nel silenzio assoluto dei media perché questo tipo di razzismo non rientrava nella narrativa: gli illiberali in quel momento erano soltanto Donald Trump e i suoi sostenitori non potevano essere anche degli studenti di sinistra della middle class determinati a mettere a tacere un loro professore progressista. Una cosa, per qualche strano motivo, sembrava escludere l’altra.

In questo clima Bari Weiss fu appunto fra i pochissimi giornalisti a dare notizia di questo episodio e ora si dimette dal New York Times, il bastione del giornalismo occidentale sempre più in affanno nel mantenere una linea di area, sì, ma anche attento ai fatti più che alle ideologie.

Nella sua lettera di dimissioni, da leggere con attenzione, la Weiss denuncia il clima di oscurantismo ideologico e di maccartismo che si respira in redazione e parla del ruolo di Twitter nel decidere gli editoriali e la linea politica del giornale. Ne esce il quadro di un’istituzione sotto il perpetuo ricatto dei social network. Data la rilevanza a livello globale della testata questo è un problema per tutti, non solo per gli americani.

Il peso dello spaventapasseri

Il meccanismo è semplice: qualsiasi opinione si discosti anche in minima parte dall’ortodossia dei militanti social viene tacciato in maniera automatica e ossessiva di essere sessista, razzista, patriarcale o collaboratrice di fatto di Trump o (da noi) di Salvini, specialmente se rappresenta una modo meno talebano di essere di sinistra, giacché il nemico per eccellenza della sinistra estrema più che la destra è da sempre la sinistra moderata.

Non sono ammesse discussioni di sorta perché il grande treno progressista della storia sarebbe in viaggio e discuterne sarebbe sempre e comunque un atto reazionario in sé.

Tecnicamente questo si chiama straw man argument, l’argomento dello spaventapasseri: si mette in bocca all’avversario cose che non ha detto e se ne stravolge così totalmente il pensiero, dopo di che si attacca lo spaventapasseri, non più la persona, né la sua idea. L’interlocutore rimane così inevitabilmente schiacciato sotto il peso dello spaventapasseri.

Eccezionale veicolo di conformismo intellettuale lo straw man argument funziona perfettamente nell’ambiente dei social network perché riporta ogni gradazione intermedia e ogni distinguo interno a un discorso verso un estremo già conosciuto e commerciabile, riducendo così interi ragionamenti a quella che i pubblicitari chiamerebbero keyword, e, quel che è peggio, una keyword mistificatrice. La persona a questo punto può anche sgolarsi, ma nessuno la ascolta più, è stata cancellata.

Questo modo di rifiutare il dibattito, distorcendolo, ricorda a un lettore italiano la parte peggiore degli anni Settanta, con i deliri sulle responsabilità oggettive denunciati al tempo da Leonardo Sciascia.

In realtà democrazia, progresso ed equità non potranno mai esistere senza un dibattito pubblico in salute, aperto, libero e questo significa accettare anche opinioni che si discostino dall’ortodossia militante. Soprattutto quelle che si discostano, verrebbe da dire data la scarsissima tolleranza all’altro di queste ultime.

 

Dissenti? Ti cancello dalla società

Spesso la cancellazione prende anche forme più radicali e prevede la perdita del lavoro, la rimozione delle proprie opere dalle piattaforme, l’ostracismo sociale. Per anni Bret Weinstein è stato etichettato online come un estremista di destra e c’è voluta la nascita e l’espansione dei podcast del cosiddetto intellectual dark web perché il biologo bullizzato dagli studenti potesse ricordare che la sua biografia e il suo pensiero dicevano tutt’altro.

Weinstein è una delle tante vittime innocenti di questa nuova versione digitale della caccia alle streghe. Che nel mezzo ci siano andate anche diversi autentici colpevoli, come l’altro Weinstein (Harvey), non giustifica per un momento il trattamento che queste persone hanno ricevuto e continuano a ricevere.

Anche scrivere un articolo come questo oggi porta con sé un certo grado di rischio, il rischio di essere per l’appunto fatti oggetto di uno straw man argument e venire così classificati nel tritacarne dei social come reazionari, con tutte le conseguenze che questo comporta. Per quanto chi scrive soffra sempre un po’ un certo tipo di retorica, denunciare l’assurdità di un clima del genere, rifiutare il ricatto, opporsi alla riduzione di ogni cosa a due polarità, entrambe sbagliate, va davvero assumendo le sembianze di un dovere civile.

La cancel culture più che un movimento progressista è la notte in cui tutte le vacche sono nere e ogni pensiero non allineato, per quanto di poco, è un pensiero estremo e inaccettabile. Una radice dell’attuale contrasto fra città e periferia, fra élite e popolo, fra media ed elettorato sta anche nel rifiuto che le seconde polarità di questi dualismi fanno di quello che ritengono uno stato di polizia del linguaggio che ha da tempo superato i confini dell’auspicabile e del civile per raggiungere i livelli dell’arbitrario.

Al tempo stesso ergersi a sacerdoti di questa nuova ideologia può essere anche in Italia una via semplice e sicura per coprire dei comportamenti quanto meno dubbi, lo dimostra ad esempio l’inchiesta di Tip sull’avvocato-attivista Cathy La Torre. Un pezzo che genera però nel lettore un’ulteriore domanda: quanto ci avrebbe messo un articolo di questo tenore ad essere tacciato di sessismo se l’autore invece che Selvaggia Lucarelli fosse stato un uomo? Il problema è anche questo, affinché si possano denunciare degli autentici casi di sessismo è necessario che non ogni cosa sia automaticamente sessista.

Cosa c’entrava ad esempio il sessismo con le foto del ministro Lucia Azzolina su un sito che pubblica da sempre foto di uomini politici in costume da bagno come Dagospia? Nulla. Sarebbe il caso semmai di discutere dell’opportunità unisex di un simile genere di giornalismo.

Salvare il progressismo dai suoi distruttori digitali

La prima vittima della situazione è quindi l’autentico progressismo liberale che non può esistere senza un’analisi profonda, precisa e dettagliata della realtà, senza un meccanismo di attribuzione delle responsabilità, di riconoscimento dei meriti e, soprattutto, senza un libero scambio di idee che metta continuamente alla prova i nostri concetti di verità, di bene, di giusto.

Se siamo arrivati fino a qui, allo stato attuale della civilizzazione emancipandoci dalla nostra arcaica natura tribale è anche perché abbiamo perseguito questa idea plurale di verità, permettendo occasionalmente l’errore e agevolando, molto più spesso, la creazione di novità positive, in grado di migliorare concretamente la nostra vita, di alleggerirci cioè il fardello dell’esistenza.

Il massimalismo digitale è l’esatto contrario dell’argomentare tipico del logos occidentale e riporta in vita, seppur in forma virtuale, il tribalismo delle nostre origini. Si tratta di un meccanismo perverso che finisce inevitabilmente per avvitarsi su sé stesso alla ricerca dell’estrema purezza, ma la gara a chi è più puro finisce sempre molto male ed è un vortice pericolosamente simile a quello dei totalitarismi, perché chi non è d’accordo non è più “una persona con un’altra idea” ma un incivile, o talvolta persino “un inumano” ( è, cioè, La bestia).

Il meccanismo infatti è capace di distorcere sentimenti morali preziosissimi, come il desiderio di equità, l’antirazzismo, il senso di giustizia, rovesciandoli nel loro contrario proprio mentre non fa altro che ripeterne i nomi, ormai svuotati di senso. Il delitto quindi è doppio perché approfitta della buona fede e dei sentimenti migliori degli esseri umani.

Purtroppo per molte persone tutto questo non rappresenta un problema finché non arriva il giorno in cui assaggiano sulla propria pelle cosa significhi essere oggetto di processi sommari e ideologici e si rendono conto che in un ambiente del genere è diventato impossibile protestare la propria innocenza.

A quel punto però è in genere troppo tardi.

Un altro meccanismo ricorrente della cancel culture è il ricorso costante agli argomenti ad hominem, non rispondere cioè mai alle argomentazioni ma fare cherry picking dalle biografie degli avversari – o storpiarle del tutto –  e tentare di silenziare così la loro voce attraverso la ricerca di un rifiuto a priori da parte del pubblico al quale si richiede l’ennesima prova di appartenenza.

La Silicon Valley e la democrazia liberale

All’interno del meccanismo tritura-realtà dei social network è centrale soprattutto l’esigenza di continuare a ribadire a chi si appartiene, che sia essa la schiera dei sovranisti o quella dell’Italia progressista: più che un’analisi della realtà ai social serve sempre un capro espiatorio da sacrificare seduta stante.

Le piattaforme digitali hanno perciò responsabilità gigantesche nella crisi di senso che affligge l’occidente, sono le loro architetture ad averci reso così dipendenti dalla ricompensa neurologica che riceviamo ogni volta che ci posizioniamo in maniera univoca all’interno di una fazione e non cerchiamo invece una mediazione che consideri anche un certo grado di empatia verso i nostri simili.

Il problema però è enorme: una società incapace di affrontare i suoi problemi per il semplice fatto di essere troppo impegnata nei suoi conflitti tribali per occuparsi del merito delle questioni, non ha futuro perché non può reggere la complessità dei problemi che l’attendono.

Bisogna perciò ripartire dai fatti e sostenere che la cancel culture non esista è prima di qualsiasi altra cosa un’affermazione oggettivamente falsa, perché non sostenuta dai fatti.

Viviamo un periodo storico il cui il rapporto molto “disinvolto” – per usare un eufemismo – dei populismi con i fatti richiede al giornalismo e alla politica un’ancora maggiore serietà che passa anche dalla capacità di mostrare che i propri valori sono realmente universali, non solo a parole.

La cancel culture è la migliore amica dei Trump e dei Salvini perché con i suoi eccessi persecutori impedisce il crearsi di un’alternativa inclusiva, plurale e basata su una libertà di espressione affiancata da un vincolo di realtà.

Per questo se sia la scienza che il giornalismo – due discipline così diverse, eppure entrambe necessarie al nostro modo di vivere plurale e tollerante – vogliono tenere fede alla loro natura e al loro scopo non possono ignorare proprio una cosa: i fatti.

Per quanto odio tribale questo possa generare su Twitter.

 

 

 

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