Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 4
download

COSA NON TORNA NELL’ULTIMO EPISODIO DI GAME OF THRONES

!Spoiler alert; serie 8 episodio 5!

(siete avvisati, anche se dopo tutto questo tempo dalla messa in onda o l’avete visto o non vi interessa veramente)

Come tutti gli appassionati di Game of Thrones sanno la penultima puntata in assoluto della serie è stata molto divisiva. Specie nel mondo anglosassone si sono moltiplicate le accuse agli sceneggiatori di essere “lazy” per aver adottato una sequenza di soluzioni narrative un po’ troppo semplici e quindi in contrasto con l’estrema accuratezza che ha caratterizzato la serie, o, quanto meno, l’ha caratterizzata fino alla sesta stagione. Credo che alcune di queste accuse siano fondate, ma che giunti a questo punto della storia le opzioni fossero al tempo stesso limitate. Vediamo perché.

download

(Uno scorpio: da infallibile missile Patriot a cerbottana in sette giorni)

In molti si concentrano sulla mancanza di motivazioni solide dietro al raptus di follia assassina di Daenerys, e questo è, come vedremo più avanti, sicuramente un tema interessante. Lo snodo narrativo però più palesemente indegno di una storia come Game of Thrones è quello che riguarda gli scorpio, ovvero i balestroni anti-drago che sono rispuntati (dopo potenziamento) ovunque nel corso della 4° puntata della stagione, quando, nell’ordine, hanno abbattuto con disarmante facilità uno dei draghi (riducendo la flotta di rettili volanti di un notevole 50%), messo in rotta Daenerys con il drago rimanente e distrutto una quantità indefinita di navi Targaryen. In questo video ufficiale HBO lo staff della serie spiega genesi e potenza invidiabile dei nuovi scorpio. A questo punto chiunque, vedendo i balestroni appollaiati non solo sui ponti delle navi ma anche sulle torri di cinta di King’s Landing, è stato quindi (appositamente) portato a pensare: ecco una vera Ztl per draghi. Il che cambiava di parecchio le prospettive sulla battaglia successiva. Cambiava anche le quote-scommessa sulla corsa al trono perché con un altro abbattimento Daenerys si sarebbe ritrovata priva di draghi incenerenti e a quel punto il fatto che non sia mai stata proprio simpaticissima sarebbe potuto emergere presso le sue truppe. Lo scopo principale della 4° puntata sembrava essere quello di convincerci che l’armata Cersei grazie alla flotta di Euron + mercenari della Golden company + (soprattutto) nuova contraerea, fosse in una condizione di parità, se non addirittura di superiorità. Questo specie se si pensa per un momento anche agli ettolitri di Wildfire nascosti nei cunicoli della città, e che potevano essere usati, con il più tipico dei Cersei-move, per creare un Vietnam inespugnabile, a spese anche dei residenti di King’s landing, gente che tutto sommato avrebbe anche qualche ragione per non pagare le addizionali comunali. .

Insomma il cliffhanger della 4° puntata suggeriva apertamente possibili (serie) complicazioni sulla strada del legittimismo targaryano.

Già qui comunque avevamo assistito a una scena assolutamente non coerente con la real politik delle vecchie stagioni di Game of Thrones, quando cioè un minuto drappello con tutta l’élite dragomunita dei Targaryen si era messo a portata di scorpio e di arcieri di fronte alle mura di una città governata da una psicopatica conclamata come Cersei. La Lannister però dimostra che nelle scuole di Casterly Rock non si studia Tito Livio e si lascia miseramente sfuggire l’opportunità di tagliare tutti gli alti papaveri del fronte nemico e terminare così vittoriosamente la guerra senza nemmeno combatterla. Un’ingenuità decisamente poco Cersei. E già qui in molti abbiamo storto il naso.

La puntata numero cinque nasce comunque sotto gli auspici di una battaglia campale, poi però succede l’inspiegabile: Daenerys cala dal cielo con il suo ultimo drago e distrugge in circa 20 secondi tutta la flotta di Euron (non il piccolo drappello di navi che aveva abbattuto un drago con facilità bambinesca la puntata prima, ma tutta la flotta) dopodiché passa agli scorpio sulla costa e a quelli sulle mura, i quali dal canto loro dimostrano la precisione di tiro dei terroristi arabi nei film americani anni 80, ovvero non prenderebbero un elefante (o un drago) da 5 metri di distanza. In un paio di minuti senza nessuna spiegazione plausibile Daenerys distrugge quindi forze parecchie volte superiori a quelle che qualche giorno prima l’avevano messa in fuga con la codona di drago fra le gambe.

GOT-S08-Drogon

(abbiamo scherzato)

Questo passaggio è talmente imbarazzante da un punto di vista narrativo che viene saltato a piè pari in entrambi i behind the scenes pubblicati da Hbo dopo la puntata ( questo e questo ). E stiamo parlando di speciali che spiegano sempre la genesi di tutti i passaggi importanti delle puntate. In questo caso invece no, probabilmente era un momento troppo indifendibile.

Perché una scelta del genere?

Il problema qui per gli sceneggiatori stava nel fatto che dopo la battaglia con i White Walkers si sapeva che Daenerys poteva scendere a King’s Landing e fare un grosso barbecue della città. Il massimo dilemma era quello morale, ovvero come prendere la città senza arrostire nel mentre tutti gli abitanti, gli stessi che, per inciso, si erano fatti malamente abbindolare da quel Beppe Grillo di Westeros che era l’High Sparrow. Insomma interessante, ma –gli sceneggiatori devono aver pensato– fino a un certo punto. Quindi serviva aggiungere tensione sulla battaglia imminente. Benissimo. Il problema è che, come abbiamo visto, poi non si prendono la briga di risolverla.

Come avrebbero potuto fare diversamente?

La prima opzione che viene in mente è che qualcuno della folta élite targaryana avrebbe potuto trovare il modo di rendere inutili gli scorpio, un Tyrion che corrompe il capo della guarnigione contraerea, un Ser Davos che infiltra dentro le mura un commando di assassini per uccidere gli operatori dei balestroni, un Samwell Tarly che fa sapere via corvo che esiste un batterio in grado di distruggere il legno di cui sono fatti gli scorpio. Quello che volete, pensandoci un po’ sopra di sicuro possono uscire idee migliori di queste. L’importante in questo scenario è che chi offre la soluzione al problema della contraerea faccia parte in una maniera o nell’altra dell’entourage di Daenerys. Immaginate che intensità ne sarebbe scaturita se fosse stato John Snow ad aprire la via al drago che subito dopo avrebbe incenerito decine di migliaia di innocenti. Sussurra ora, nordico che si scopava sua zia.

Il problema qui sta probabilmente nelle implicazioni successive, è molto probabile che affinché il finale si riveli d’impatto sia necessario coltivare una sensazione di onnipotenza di Daenerys. Se il suo successo in battaglia fosse subordinato ad una momentanea sospensione delle attività contraeree causata dei suoi stessi uomini, allora il suo dominio sembrerebbe meno imperioso, meno irrevocabile. E questo non va bene, perché quando e se sarà invece revocato sarà necessario che ciò avvenga attraverso il superamento di una notevole difficoltà e non, quindi, in venti secondi come fosse una flotta di Euron qualsiasi. Vedete qui quindi la contraddizione di scopi: da un lato per sostenere le sei puntate della stagione 8 bisognava comunicare la battibilità dei draghi (draghi onnipotenti stufano subito), dall’altra si era creato a questo punto della storia il bisogno di fornire di nuovo a Daenerys dei mezzi insuperabili. Da qui nascono quei due minuti imbarazzanti in cui spazza via tutto l’esercito nemico senza nessuna pretesa di plausibilità narrativa.

Si potevano trovare soluzioni alternative? Probabilmente sì, ma a questo punto dovrebbe essere evidente come non si trattasse di un compito facile, anzi.

119527-fkntvkrzxf-1557717322

(Daenerys esporta la targaryancrazia a King’s Landing)

Infine la questione dell’ammattimento subitaneo di Daenerys. In realtà la cosa è stata annunciata più volte durante la serie ma sempre attraverso una serie di cenni e riferimenti che si sono dissolti dentro l’enorme massa narrativa di 8 stagioni caratterizzate da una miriade di storylines. Si poteva lavorare meglio sui cenni dell’imminente pazzia? Anche in questo caso probabilmente sì, ma senza esagerare, altrimenti Snow, Tyrion (che fa bruciare vivo il suo migliore amico), e il resto dell’oligarchia si sarebbero resi moralmente complici del massacro. Insomma, si trattava di un equilibrio sottile. Il problema vero qui sta nel fatto che Daenerys può avere dei motivi per cercare una vendetta sanguinosa nei confronti dei Lannister e in genere del potere kingslandiano, ma non si capisce – proprio non si capisce – perché dovrebbe bruciare vivi i residenti della città, così come parte delle sue stesse truppe.

Razzismo anti-westeros? Cos’altro?

game-of-thrones-season-8-episode-5-dany_1557721003082

( E se li uccidessi tutti? La butto lì eh)

Nei behind the scenes ufficiali l’argomento viene trattato ma si parla soltanto di una vendetta contro gli usurpatori. Perché questa vendetta debba attardarsi a bruciare vivi degli innocenti rimane inspiegato. In ultima analisi anche questa è una sciatteria, se l’odio anti-Lannister si estende a tutto il popolo di Westeros va bene, ma sarebbe stato utile vedere uno o più episodi che con il senno di poi potessero rivelarsi seminali per questo tipo di razzismo estremo nella bambina dell’ovest diventata donna ad est.

Comunque la si metta, anche tenendo conto del fatto che le conclusioni sono sempre molto più difficili delle orchestrazioni intermedie e che qui la gestione del materiale era veramente complicata, rimane il dubbio che il vecchio George Martin avrebbe probabilmente ottenuto risultati migliori. Certo però impiegando molto, molto, più tempo.

calenda-al-bagno-rettangolo

POLARIZZAZIONE

Appunti per “Polarizzazione”, una storia d’amore nel XXI° secolo.

Contrariamente a quello che accadeva alla maggioranza delle persone, nella vita di Luisa e Piero la politica era la cosa più importante, una sorta di ossessione personale. Vivevano entrambi come seguendo i dettami di una fede, un credo laico, per cui l’aderire o meno delle persone che andavano conoscendo nel corso della vita a una serie di regole, di non detti, di assunti pregiudiziali, segnava il confine fra l’essere davvero una persona oppure, al contrario, una specie di essere demoniaco, malvagio, al di fuori del consesso umano. O della loro bolla social, che per Luisa e Piero era la stessa cosa. Passavano molto tempo su twitter e avevano vite complessivamente poco stimolanti, una situazione alla quale il loro fortuito incontro – durante un aperitivo di Natale che celebrava la fusione delle aziende dove lavoravano – prometteva di mettere fine, sostituendo la misera dopamina di un retweet con l’appagante complessità di lunghi e gioiosi amplessi in grado di riconciliare un essere umano con l’universo, i suoi atomi, i suoi misteri. Purtroppo per il loro amore, le loro posizioni politiche – le stesse in cui si era divisa l’Italia in quel periodo– erano fra loro assolutamente inconciliabili. Per Luisa un politico serio poteva solamente esporre cibo sui social, per Piero invece poteva anche consumarlo durante una diretta facebook. Si lasciarono senza superare mai davvero il rammarico per quello che sarebbe potuto essere e invece non era stato.

Schermata 2019-02-18 alle 12.58.22 PM

Schermata 2019-02-18 alle 12.56.40 PM

110957-md

Reportage: L’anomalia

 

«Quando giochi con il limite, spari mirando a un bersaglio.

Senza il limite, il bersaglio prende vita e spara a te».

Crandell Addington a proposito del Texas Hold’em no limit

Una coppia di inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane verso un banco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto. È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato liscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che collega un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse, case vacanze per ricchi, e parcheggi pieni di Porsche Panamera e Range Rover nere.

Stamattina, a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava «Odio tutti», mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica, dove la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale, e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. Per un’ora di viaggio lui, grosso, rasato e silente, ha ascoltato dosi da centro sociale di ska balcanico, e io, medio, arruffato e sotto antibiotici, ho fissato lo schermo digitale che illustrava in tempo reale il funzionamento di un propulsore ibrido, ho guardato le case nuove di zecca con i tetti rossi di Sveti Stefan e mi sono appuntato che il primo taxi provvisto di wi-fi di bordo che prendevo in vita mia copriva la tratta Podgorica-Budva.

A un certo punto, stupito dall’ottima qualità delle strade, ho chiesto al tassista come andava l’economia.

«Male».

Poi di nuovo una lunga e ininterrotta distesa di ska balcanico.

Ora, seduto al ristorante, lancio a mia volta un pezzo di crosta lontano dal banco di cefali. Uno guizza nella mia direzione, il resto del gruppo gira a vuoto continuando a confidare negli aiuti da oltremanica. Se il livello della competizione si alza, a prosperare sarà il più forte, o colui che è in grado di vedere pezzi di pane dove fino a quel momento nessuno è stato in grado di scorgerli. Il primo è il barbaro tradizionale, che sotto sembianze sempre diverse attraversa la storia come una costante di sopraffazione, il secondo è l’espressione, della legge ugualmente darwiniana, che per la sopravvivenza talvolta l’intelligenza può più della forza. A forse cento metri da qui, nel casinò di cui sono ospite, un centinaio di emuli umani dei pesci satura un salone con il rumore incessante che fanno le pile di fiche quando le tormenti tra le dita. È in corso un torneo di Texas Hold’em no limit su due giorni, in cui ognuno dei giocatori punta a essere l’anomalia in un sistema di sconfitti. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

Carrère e il principo di indeterminazione

Heisenberg

(Questo articolo è uscito il 18-03-17 su “Tuttolibri”, La Stampa)

Per provare a capire il grado di realismo di un racconto, Emmanuel Carrère propone il “criterio dell’imbarazzo”. Se incontriamo un dettaglio che l’autore deve avere verosimilmente pensato di eliminare perché imbarazzante o in qualche modo scomodo, avvertiamo un istintivo “senso di verità”. Non è solo una dichiarazione di principio ma anche un criterio operativo in grado di attraversare l’intera opera di Carrère, o almeno la sua fase più nota, quella della non-fiction. Pochi autori contemporanei hanno fatto come Carrère del culto – e dell’esibizione- del dettaglio scomodo, delle pulsioni che i più preferirebbero tacere, un marchio di fabbrica.

Ogni appassionato dello scrittore francese ricorda la lunga lettera erotica alla compagna pubblicata sulle pagine di Le Monde (oggi contenuta all’interno dello splendido “La mia vita come un romanzo russo”) una storia con un epilogo che sarebbe stato sommamente umiliante se solo il primo ed esibirlo non fosse Carrère con quel misto di stoicismo ed egocentrismo dichiarato che contraddistingue il suo stile. I lettori si dividono fra chi è infastidito da una prospettiva così apertamente egotica e chi invece coglie i due messaggi sottointesi a questo approccio. Il primo è: sono fallibile e imperfetto come tutti gli altri, seppur a modo mio – come appunto tutti gli altri. Il secondo, forse ancora più importante, è che l’unico racconto onesto possibile sia quello dichiaratamente soggettivo.

“Propizio è avere dove recarsi” è uno zibaldone composto di articoli, reportage, recensioni, discorsi e lettere che attraversano quasi trent’anni di carriera, un libro con cui è possibile entrare nel cantiere aperto del lavoro dello scrittore francese e in cui è sovente lui stesso a riflettere apertamente sulle tecniche che utilizza e sui loro significati. Centrale in questo senso è il discorso su “A Sangue freddo” di Truman Capote, uno dei testi fondanti della non-fiction contemporanea, un paradigma ingombrante con cui Carrère si confronta quando decide di scrivere un libro su Jean-Claude Romand, un impostore che dopo aver fatto a credere a tutti per anni di essere un medico quando in realtà non era nemmeno laureato, sterminò la famiglia, i genitori e il cane. All’ultimo momento, quando dopo anni di ricerche Carrère si è ormai deciso ad abbandonare il progetto anche a causa dell’incapacità di convivere con il fantasma di Capote, riesce finalmente a sbloccarsi inserendo nella storia sé stesso, la sua famiglia e il suo mondo.

Come un fisico quantistico Carrère riconosce l’impossibilità di indagare nel profondo della materia senza che il suo scrutare causi dei cambiamenti nell’oggetto osservato, ed è proprio questa consapevolezza a cambiare tutto. Quello che in campo scientifico si chiama “principio d’indeterminazione”, in campo letterario si traduce in un approccio in cui l’onestà intellettuale non deriva più dalla pretesa equidistanza di un narratore onnisciente dai personaggi del racconto, ma al contrario dalla dichiarazione esplicita della peculiarità dell’osservatore, del peso ineliminabile non solo del suo agire ma anche delle sue convinzioni pregresse, delle sue aspirazioni e della sua storia personale. Qualsiasi cosa sia “La Verità” in Carrère rimane sullo sfondo come una particella inconoscibile o un noumeno kantiano, quello su cui possiamo invece mettere le mani è la versione del narratore, accuratamente filtrata attraverso le sue idiosincrasie e le sue ossessioni.

Nel caso di Carrère questo si traduce in uno scrittore che non fa mistero della sua estrazione alto borghese e del fatto di vivere con una giornalista “in una zona decisamente radical chic” di Parigi, capitale di un Paese “in una fase di lento declino” e di “mobilità sociale ridotta”. Se in certi momenti il maggior desiderio di Carrère sembra essere per sua stessa ammissione comprare una casa in Grecia, a questo orizzonte aspirazionale ben delimitato e apparentemente privo di rischi, corrispondono una serie di ossessioni personali per la violenza, la morte, la follia, ma anche l’ammirazione per la freddezza della madre ( il motto materno “Never explain, never complain” risuona in tutta l’opera di Carrère come una sorta di stella polare irraggiungibile, ne è prova il fatto che la sua, di freddezza, Carrère l’argomenta per mestiere) o ancora un’attrazione per una Russia a metà fra avamposto di frontiera senza legge e luogo dell’anima dove sono ancora possibili sentimenti non viziati dall’ironia post-moderna che affligge la vita di un intellettuale parigino benestante che ritiene di aver già visto tutto.

È così che nelle pagine di “Propizio è avere dove recarsi” vediamo Carrère piangere a dirotto al cospetto di un coro di bambini di una scuola elementare di Mosca che prendono molto sul serio il loro compito. È chiaro, dati questi presupposti, che il racconto di Carrère non ha mai la pretesa di essere oggettivo, ammette ad esempio di non sapere fin dove arrivi il vero Limonov e dove inizi invece quello della sua fantasia. Ogni tanto nelle sue storie appare un’interferenza rivelatrice, come quando intervistando una giovane fotoreporter individua nella sua sicurezza i segni di un’origine benestante, ipotesi che la diretta interessata smentisce fra le risate. Piccoli episodi a parte la controprova manca quasi sempre – e dovremmo comunque affidarci alla volontà dell’autore di riportarla- bisogna quindi fidarsi ed in fondo va bene così, è il senso dell’intera operazione e a ben guardare è qualcosa che finiremmo per fare comunque anche partendo da presupposti diversi, meno trasparenti. Il tutto funziona anche perché l’abilità nel mettere in dubbio l’io narrante, l’autoanalisi impietosa e destrutturante della sua psiche è forse la più notevole delle qualità letterarie di Carrère, un capacità di decodifica di portata tale che gli si perdonano alcuni vizi minori come una pressoché totale mancanza di ironia, qualità temuta e un po’ disprezzata per ragioni che lui stesso ci suggerisce appunto biografiche.

Il libro ha molto da offrire anche ai lettori meno interessati a questioni tanto teoriche, contiene reportage memorabili sul misterioso autore del bestseller degli anni 70 “L’uomo dei dadi” o sul meeting economico di Davos, un ottimo profilo biografico di Alan Turing, un buon numero di viaggi in Russia e uno in Romania sulle tracce di Dracula. Tutto materiale che ricorda come prima ancora di essere un’anima tormentata che ha osato dichiarare il peso del punto di vista nella scrittura, elefante nella stanza del conformismo letterario, Carrère sia un eccezionale narratore.

31161__MG_7862-1740x1160 (1)

MUGELLO, L’ULTIMO GRANDE RAVE (Reportage)

La pianificazione è andata avanti per mesi, attraverso un gruppo di WhatsApp. Correva via 3g una cospirazione di stampo motociclista finalizzata a presenziare al Gran Premio d’Italia 2016 del MotoGp, quello della possibile, grande rivincita di Valentino Rossi. Si trattava d’infilarsi nel centro esatto di quello che i giornali di solito liquidano come una specie di allegro sfondo colorato racchiuso nelle formule “grande atmosfera” o “popolo giallo”, oppure sintetizzano con un numero di quelli che non riescono a rappresentare nemmeno lontanamente ciò che indicano: centomila persone.

La prima cosa che penso una volta fuori dalla tenda con vista notturna sulle curve dell’Arrabbiata, è che sarebbe più corretto parlare di ultimo grande rave italiano. La notte prima del Mugello però non si suona house, techno, o drum and bass, ma motoseghe. O meglio: c’è anche musica, più o meno ovunque, ma la competizione fra dj con i muri di casse e le Husqvarna, la vincono a mani basse le seconde. Da qui si origina lo slogan ormai mitologico: «Al Mugello non si dorme» scandito ad ogni angolo, ad ogni ora: la promessa d’insonnia è la prima regola del fight club degli amici della miscela. Il biglietto d’ingresso è quello Night&Day per il prato, ovvero tutto ciò che circonda il circuito e non è né tribuna né paddock; le tende sono ovunque, anche fuori dai bagni, così come i camper.

Il pratone è una specie di anello incompleto, manca un lato, un accampamento lungo chilometri in cui gruppi di ragazzi camminano agitando le motoseghe, private della cinghia e della marmitta e spesso con l’aggiunta surrettizia di trombe d’amplificazione. Quando accelerano persone di tutte le età, e nell’ordine delle decine di migliaia, esultano. Alle volte le motoseghe crescono, diventano tosaerbe o veri e propri motori, di moto o di auto, smontati dai loro mezzi d’origine e uniti a scarichi lunghi un metro e mezzo, accrocchi che hanno due scopi: fare un rumore che attraversa la valle da pendice a pendice, ed emettere fiammate come draghi futuristi. Il rumore è il rumore, dotato quindi di un suo valore intrinseco, ma qui è anche la rappresentazione immobile della velocità.  Quando di giorno una moto sfreccia nella pista di sotto non si manifesta mai senza rumore, stridulo quello della Moto Tre, monotono quello della Moto Due, imperioso, grasso e per definizione più interessante, quello della MotoGp. E così ogni motosega è casino, ma è anche una preghiera e un riferimento alla sostanza divina e non replicabile della velocità. O almeno questo è quello che mi sembra perfettamente sensato al quarto vodka-tonic. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

Schermata 2016-01-15 alle 11.30.10

Reportage: DISRUPT

 

Whatever form it takes, the underlying propellant is an inexhaustible thirst for knowledge.

MICHAEL MORITZ

Walking around San francisco, it strikes me that this cannot end well, that combination of magical thinking, easy money, greedy investors, and amoral founders represent a recipe for disaster

DAN LYONS

Il primo dice proprio «Con questa invenzione cambieremo il mondo», come in Silicon Valley la serie HBO su un gruppo di startupper americani. Fa niente che l’olandese sul palco, qui al Tech Crunch Disrupt di Londra, stia presentando una doccia elettronica. Certo, dotata di tecnologia digitale, e di un filtro autopulente che in teoria dovrebbe permettere di farvi la doccia sette volte con la stessa acqua – una specie di fontana pubblica 2.0 –, ma la chiusa suona comunque un po’ sopra le righe. La propensione all’iperbole, solo apparentemente politico-morale, riflette in pieno lo spirito dell’economia delle startup e dell’evento organizzato da Tech Crunch, uno dei più influenti – e competenti – siti tecnologici al mondo.

Per arrivare qui, ieri sera sono atterrato in un aeroporto fuori Londra dove tutta la procedura d’ingresso è automatizzata come in una puntata di Black Mirror. Un percorso forzato dentro delle transenne mi ha diretto dentro dei tornelli, lì una telecamera nascosta dietro un vetro ha analizzato il mio volto, mentre un’altra scannerizzava il mio passaporto, infine, con un lieve rumore pneumatico, la barriera si è aperta permettendomi l’ingresso in Gran Bretagna senza che nel processo avessi avuto a che fare con alcun essere umano.

Ora Jordan Crook, una ragazza che ricorda la standup comedian Amy Schumer e che alla veneranda età di ventisette anni è presentatrice e senior writer di Tech Cruch, prende in giro con ironici modi da maschiaccio il pubblico per lo scarso entusiasmo. I presenti in effetti ascoltano attentamente e prendono appunti sui loro MacBook (entrare qui costa 600 euro al giorno, più IVA), ma non ruggiscono in maniera primordiale ogni volta che qualcuno mostra una nuova funzionalità su uno schermo. Non c’è insomma il clima a metà fra un sabba e un discorso di Mel Gibson in Braveheart che contraddistingue i Keynote Apple. Siamo in Europa, e si sente. Atteggiamenti della platea a parte, il Disrupt del titolo starebbe a significare che qui le cose si cambiano sul serio, si ricomincia da zero, si cambia il mondo. «In meglio» è un postulato automatico che non deriva da valutazioni filosofiche, politiche o da bar, ma in modo molto lineare dal successo sul mercato dell’azienda con propositi rivoluzionari: se il nuovo servizio genera profitti e diventa «un unicorno», ovvero supera la valutazione di un miliardo di dollari – il famigerato billion sotto il quale qui non sei nessuno – allora il cambiamento è stato necessariamente per il meglio e per l’umanità tutta, non solo per quelli che hanno visto il miliardino, reale o teorico, depositarsi fragrante sui loro IBAN. Nei discorsi dietro le porte della Copper Box Arena, al centro del Queen Elizabeth Park, il resto dell’umanità esiste solo ed esclusivamente in forma di consumatore. Migliorare il mondo significa realizzare servizi digitali che le persone vogliano usare, un utilizzo che è considerato la più assoluta forma di consenso. Altro non serve, anzi è un impedimento che va superato, tanto meglio se chi lo pone è un vecchio dinosauro analogico: quando capirà da dove è arrivato il meteorite, per lui sarà già troppo tardi. Giornalisti, albergatori e tassisti ne sanno qualcosa. Tutto questo è Disruption.  (CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

Porcellum: il Parlamento italiano è illegittimo?

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE.

 

«Non ce la faccio più» spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del Transatlantico, il luogo dove si fabbricano quelle cinque, dieci pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso quelli più irrilevanti, visto che per comunicare le informazioni buone ed esclusive ci sono metodi migliori, strategie visionarie e clandestine come: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta, e si confabula alacremente. La topografia del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro.Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

109373-md (2)

Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

 

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale