Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 5

Andrew O’Hagan e la scissione digitale dell’io

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Sabato 25 novembre alle ore 17 sarò alla Triennale di Milano per un dialogo con O’Hagan intitolato “Vite segrete e identità digitali” nell’ambito di #Studiointriennale.

Articolo pubblicato su La Stampa – 11.11.17. 

Provate a immaginare la prossima polemica online, probabilmente non riuscirete ad indovinarne il contenuto, ma avete buone possibilità di sapere, fin da ora, come si svilupperà. Ci sarà un forte presa di posizione di stampo morale contro una persona (pubblica o fino a quel momento sconosciuta, è quasi indifferente), seguirà un linciaggio digitale poi la notizia uscirà dalla bolla di pensiero unilaterale in cui ha preso forma e arriverà a qualcuno che prenderà con forza le parti dell’accusato. A chiusura del ciclo qualcun altro farà notare che questo sviluppo, compreso anche il suo commento, è il frutto della ferrea legge che regolamenta ogni “flame” ovvero di ogni polemica su internet. A questo punto si passerà al prossimo rogo rituale.

In altri termini ogni possibile valore di verità di una proposizione è contenuto ed esplicitato di per sé stesso appena la proposizione entra nel web. Estremizzando un po’ e guardando il tutto da una distanza sufficiente, è la notte dove tutti gli status sono veri e falsi contemporaneamente. Si potrebbe obbiettare che in fondo questa è sempre stata la struttura di ogni dibattito, ma l’accelerazione del tempo, l’universalità dell’accesso e l’incessante ripetizione del processo, sono cose che solo internet rende possibili e portano la crisi del concetto di verità ad un livello inedito.

Sarebbe materia per diversi saggi, ma Andrew O’Hagan in La vita segreta utilizza un approccio probabilmente più efficace, considerato lo stato di disgregazione del discorso, e scrive tre exempla sul tema dell’identità. Se il discorso pubblico, afflitto da bulimia digitale, non gode di ottima salute, cosa dire del concetto stesso di identità?

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La vita segreta di Andrew O’Hagan

O’Hagan affianca per lungo tempo tre persone che esemplificano, appunto, una parte importante dello spirito d’internet: il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, il presunto Satoshi Nakamoto (Craig Wright) ovvero il misterioso inventore del Bitcoin e della Blockchain – una tecnologia che oggi viene considerata dagli investitori l’equivalente di internet negli anni ’90 – , e Ronnie Pinn, un’identità totalmente fittizia creata da O’Hagan a partire dal certificato di nascita di un ragazzo morto in giovane età, un avatar che si rivelerà in grado di comprare marjuana, eroina ed armi sul deep web, così come di avere amici su facebook e un piccolo manipolo di follower su twitter.

Il lavoro di ricerca di O’Hagan è oggettivamente imponente, così come lo è la massa di dati che si trova a maneggiare, informazioni che spesso non sono facili da comunicare in una forma non specialistica, ma a parte qualche rallentamento, soprattutto nel pezzo sul presunto Satoshi, la capacità espositiva dello scrittore scozzese è notevole. A fuoco appaiono soprattutto le osservazioni attorno al tema dell’io nel tempo del web – la rete – sostiene lo scrittore – ha privato la letteratura del monopolio sul tema classico del “doppio”, scalandolo, per usare un termine caro al mondo digitale, a questione del “multiplo”.

Così il militante Assange si rivela un piccolo despota, incoerente e viziato, perennemente in guerra con gli esponenti della sua fazione, pubblicamente è un simbolo della trasparenza assoluta ma privatamente è scorretto e ossessionato dal controllo, una sorta di rovescio grottesco delle istituzioni che attacca. O’Hagan è bravo abbastanza da far sorgere il dubbio che Assange giochi semplicemente un’altra partita, quella in cui ogni azione e ogni frase nel mondo reale sono pensati solo come armi da brandire su twitter e sulle altre arene digitali, lì dove si gioca la battaglia per il consenso attorno ai princìpi generali. Lo fa passando con indifferenza sopra le persone reali, incapaci di fornire la stessa ricompensa adrenalinica di un plebiscito digitale.

Più interessante ancora è la figura di Craig Wright, costretto da alcune disavventure economiche a rivelare la sua identità di Satoshi Nakamoto, o quanto meno di membro della squadra che ha creato Satoshi. Nel farlo è ossessionato dalle persone che non crederanno alla rivelazione, sa di avere un pessimo carattere, pressoché nessun carisma e di non essere complessivamente all’altezza del mito di Satoshi e incomincia così a sabotarsi in maniera sistematica. Scisso fra diverse identità, tra il desiderio di rimanere nascosto e quello di ricevere riconoscimento, prova il desiderio di primeggiare ma sempre attraverso il filtro di sicurezza di un computer.

Il libro di O’Hagan è soprattutto questo, la storia di persone prive di capacità sociali (o addirittura inesistenti) che grazie alla conoscenza della macchina raggiungono un potere enorme sul resto dell’umanità, eppure trovano il loro vero sé solo davanti ad uno schermo, perché solo la macchina tutela la loro natura molteplice e gli permette di essere contemporaneamente una cosa e il suo contrario.

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L’epidemia senza fine (IL magazine – Sole 24 ore)

Da oggi il pezzo della coverstory di IL è anche online

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde tramite un vettore, la cicalina sputacchina. Gli ulivi, una volta infetti, rimangono asintomatici per una fase che dura all’incirca un anno e mezzo, un periodo in cui sembrano in forma smagliante ma in realtà sono già un deposito di inoculo e fanno quindi da base per l’infezione degli alberi vicini, come una sorta di zombie vegetali. Per questo i protocolli internazionali richiedono l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli nelle immediate vicinanze. Strategie di eradicazione che comprendano – oltre al controllo del vettore tramite trattamenti e buone pratiche agricole – gli sradicamenti degli alberi sono la norma quando patogeni pericolosi arrivano su un nuovo territorio. In Australia per un fungo del banano sono state sradicate le piante nel raggio di un chilometro da quelle infette, in Canada per il plum pox virus l’area fu di 500 metri. In Francia, dove recentemente è comparsa un’altra sottospecie di Xylella, si stanno seguendo le procedure internazionali, sradicamenti compresi, e non ci sono notizie di proteste. Nel Salento, al contrario, il concetto apparentemente non molto complicato che per salvare gli 11 milioni di alberi della provincia (senza contare quelli nel resto della Puglia e dell’Italia e del bacino mediterraneo) dall’infezione del batterio senza cura ci sarebbe stato bisogno di abbattere quelli malati non è mai passato presso la popolazione, né presso i politici e nemmeno, almeno per i primi due anni della crisi, presso le associazioni di categoria. Così, nel giro di un paio di anni, il Salento è diventato “Zona infetta”, dove non si prova nemmeno più a eradicare il batterio. La notizia fu accolta da molti con gioia, anche se di fatto equivaleva a una lenta ma inesorabile condanna a morte di tutti gli alberi della provincia. Da quando seguo questa storia ho imparato a conoscere il riso amaro di Melcarne quando racconta aneddoti su quello a cui ha assistito, come una riunione di un’associazione di categoria in cui dal pubblico a un certo punto qualcuno si alzò per dire: «Io tengo un libro di cure giapponese di 1.000 pagine, e vuoi che in 1.000 pagine non c’è manco una cura per Xyella?».

(Continua a leggere su IL)

il cartaceo del n.89 è ancora in edicola fino a metà ottobre:

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UNA MODESTA PROPOSTA: SOPPALCHIAMO IL SALENTO

(La spiaggia di Torre dell’Orso il 15 agosto 2016)

(dal Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce del 19.08.2016)

Il 15 agosto ho osservato la spiaggia di Torre dell’orso dall’alto, era circa l’una di pomeriggio, gli ombrelloni s’infilavano inesorabili fino alla pineta e nessuno, nemmeno un chirurgo, sarebbe riuscito ad aggiungerci un altro spillo. Poco più in là, a Roca, la piscina naturale della Poesia, altra icona salentina, ricordava una di quelle foto di cinesi in ferie al fiume uno accanto all’altro, a contatto praticamente epidermico. Può darsi che nascano interessanti e inaspettate storie d’amore- o delle epidemie- ma di fronte a queste scene mi sembra chiaro che per sostenere ulteriormente il modello di sviluppo turistico “a branco di Gnù” che il Salento ha imboccato negli ultimi anni servano delle innovazioni tecnologiche.È assolutamente necessario per poter continuare ad celebrare ogni anno aumenti del 10, 20, 30, mille mila per cento delle presenze, anche senza l’aiuto dei peggiori, ma fra i più efficaci, tour operator della storia: i fondamentalisti islamici.

Si tratta quindi di essere creativi. Propongo perciò come prima cosa di soppalcare le spiagge, in questo modo non solo si raddoppierebbe la capienza ma si risparmierebbe in ombrelloni, perché al piano terra non ce ne sarebbe bisogno, mentre chi volesse prendere il sole potrebbe salire al piano superiore con delle comode scale a chiocciola che per ridurre l’impatto ambientale realizzerei in alluminio anodizzato, materiale molto amato dalle tartarughe che nidificano da queste parti.

Potrebbe rimanere scomodo raggiungere il mare e, una volta giunti al bagnasciuga, farsi largo fra i bagnanti fino a riuscire ad aprire le braccia e nuotare. Per risolvere questo problema propongo l’istituzione di comode catapulte che scaglino i turisti verso le boe dei trecento metri, ottimizzando così lo spazio balneabile. Certo si dovrebbero prevedere esenzioni per gli anziani e malati di cuore, ma pensiamo per un istante anche al divertimento per i più piccoli, sempre affamati di tuffi. Senza considerare che poi il caratteristico rumore di catapulta – e di bagnante in volo -, all’incirca “CLONK-uarruahrhegrgghhhhh” potrebbe diventare la rilassante colonna sonora dell’estate.

Risolto così il problema delle spiagge pensiamo anche ad intrattenere il turista quando non sta sguazzando. A Ibiza, tedeschi e inglesi di tutte le età si riuniscono sulle spiagge per contemplare il tramonto e alla fine applaudono come un italiano all’atterraggio di un volo Ryanair. Per un turista nordico un tramonto sul mediterraneo è un evento raro e prezioso, seguendo questo principio di scarsità e declinandolo in accezione salentina, propongo l’istituzione di contemplazioni collettive di parcheggi liberi. Gruppi di persone che fissino a lungo qualche anfratto da cui sembra uscire una famiglia in 500. Mentre i nord europei alle Baleari applaudono il sole inabissato, qui si potrebbe concludere il rito con un catartico e collettivo “CHE STAI USCENDO?”.

Infine servono creatività e valorizzazione delle differenze. Pochi giorni fa cenando con amici in un noto ristorante del centro di Lecce, abbiamo ricevuto l’antipasto dopo le portate principali e, non essendo gli unici ad aver subito questa sorte, abbiamo anche assistito a plateali strigliate del proprietario al personale. Ora tutto questo può diventare una risorsa: immaginiamo campagne pubblicitarie internazionali ( una volta vidi – davvero- i faraglioni delle due sorelle in una stazione della metropolitana di New York) con il claim “Salento: genio e sregolatezza” oppure “Lecce, sovvertiamo l’ordine” e nell’immagine copiosi antipasti serviti ad un tavolo dove giacciono lische di pesce o ossa di costate ormai rosicchiate. Per coloro che si affidassero ancora alle guide turistiche e non ai sistemi di rating online, si potrebbero contattare degli editori che aiutino a valorizzare le usanze locali attraverso un corretto inquadramento storico. Insomma, turismo culturale.   Ad esempio:
“URLO (Antica usanza). Apparentemente le proteste a voce alta del proprietario di un locale contro il suo personale sembrano una pezza peggiore del buco ma in Salento sono al contrario un portato ed una preziosa eredità dei borbonici “moti del fornello” violenti e caratteristici tenzoni fra i lavoratori delle cucine che, brandendo spiedi e coltellacci, si sfidavano fino alla morte di uno dei contendenti per decidere con quali contorni servire quel giorno il pesce. Era un periodo in cui la mortalità dei camerieri era particolarmente alta”. Insomma cari amici creiamo valore aggiunto, rimpolpiamo il substrato culturale o questa magnifica crescita infinita potrebbe concludersi e, dio non voglia, il Salento potrebbe tornare un giorno ad essere un posto dove quando vai in spiaggia vedi il mare.

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Reportage: I PROBLEMI SONO ALTRI

 

Il nome è la religione dei graffiti.

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Stringo il cappuccio della felpa e respiro l’odore chimico della bomboletta, una Montana hardcore, più di quindici anni dopo la fine della mia brevissima e mai particolarmente convinta carriera di writer. Avrò avuto sì e no sedici anni, e l’episodio culminante di quella breve epoca fu la fuga da una Punto piena di poliziotti in borghese. Eravamo tre, io scappai in bici prendendo in pieno un marciapiede alto trenta centimetri a quaranta all’ora e distrussi il cerchione davanti senza che questo riuscisse a fermarmi. Uno dei miei amici girato l’angolo si lanciò a pesce dentro un bidone dell’immondizia, mentre l’altro, quello più scuro (i casi della vita), venne fermato. O meglio, si lanciarono tutti su di lui, facilitandoci la fuga. Per sua fortuna venne fuori che era l’antidroga. Pensavano fossimo spacciatori e quando videro il graffito, un orribile puppett dai tratti che volevano essere loschi e gangsta, ma erano soprattutto brutti, si misero a ridere.

In compenso ancora oggi mio padre, che ignora la storia, sostiene che rompo le bici: «Come quando hai distrutto un cerchione perché sei troppo pigro per scendere quando incontri un marciapiede». Dopo tutto questo tempo potrei raccontargli la verità, ma in fondo sarebbe troppo faticoso, il che in un senso più ampio gli dà ragione.

Rispetto a quell’epoca d’incoscienza adolescenziale e pedalate adrenaliniche, l’operazione in cui mi ritrovo nell’autunno del 2014 ha più spiccati caratteri militari. Assieme a un writer e a un fotografo stiamo saltando dalla massicciata di un ponte direttamente dentro un deposito di Trenitalia, e tutto quello che riesco a pensare è un titolo, “Giornalista rimane paralizzato durante un servizio sul writing”. Eppure l’unico modo per entrare è quello. Marco, che ovviamente non si chiama davvero così, ha preparato tutto nei dettagli. Ha vent’otto anni, per sua stessa ammissione tanti per un writer ancora in attività sui treni. Siamo nella sua yard, e una delle richieste per acconsentire a farsi accompagnare è stata la riservatezza assoluta sul nome della città, Basti quindi dire che siamo nella pianura Padana. Dopo nemmeno dieci minuti Marco ha finito di tracciare il perimetro del pezzo, e si appresta a cominciare il riempimento. Con lo sfondo, la ridefinizione dei contorni a negativo e i riflessi, ci vorranno altri venti minuti buoni. Molto più tempo che c’è voluto per arrivare fino a qua, sui binari alle spalle di un writer in azione.

È iniziato tutto un paio di mesi prima. Chi non lavora per i giornali forse immagina che il reclutamento di un nuovo autore passi da una serie di auliche conversazioni su come giungere ad un’apollinea convergenza fra letteratura e informazione,e soddisfare così un pubblico ugualmente avido di novità e sperimentazione. Nella realtà le cose sono più sbrigative e brutali, simili a un dialogo fra idraulici. Idraulici cresciuti da un branco di lupi. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)


Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

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Reportage: Fasano, India

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto del 2014. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività cui mi dedico in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello all’insegna dell’understatement di «Repubblica Bari»:

IL MATRIMONIO DEL SECOLO

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Come tutte le altre testate locali, «Repubblica Bari» forniva una ridda di particolari su quanto lo sposalizio sarebbe stato (traduco liberalmente): enorme, meraviglioso, smodatamente ricco, insultantemente (ma anche ammirevolmente) fastoso, lunghissimo, floreale, tamarro, dorato, decisamente indiano ma pure orecchiette-munito – almeno nella giornata di giovedì, quella dedicata agli chef locali. Il lieto evento veniva descritto esplicitamente come “fiaba” “episodio da mille una notte” e implicitamente come “quello che voi non vivrete mai, sciocchini privi di aziende di famiglia che fatturano tre miliardi di dollari l’anno”. Il matrimonio non solo era in quanto tale un atto contro natura (pensavo io), ma in questo caso specifico (dicevano i giornali) era anche organizzato in regime di ristrettezze dieci milioni di euro per tre giorni. Sfacciatamente oligarchico cioè, ma anche episodico, e appannaggio di gente che abitava abbastanza lontano da suscitare, con la sua ricchezza, più ammirazione che risentimento.

Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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CHI CLARKSON SEI? (Riders magazine)

 

Speed provides the one genuinely modern pleasure

Aldous Huxley

“Quest’Alfa è veloce anche se credo che avrebbero potuto farla più veloce , dopo però sarebbe stata più veloce di una Ferrari, e in Italia è una cosa che non è socialmente accettata, un po’ come vomitare sul Papa”

 Jeremy Clarkson durante il test drive dell’Alfa Romeo 8c

Questo non è il tipo di frase che vi aspettereste di sentire guardando Easy driver, il programma di motori di Rai uno, né, per essere clementi con la televisione di Stato, in nessun altro programma di motori al mondo. Il fatto è che nonostante questo, o forse proprio per questo, battute del genere funzionano. Funzionano talmente tanto che le sentivano 350 milioni di persone, il pubblico medio di Top Gear, il programma “fattuale” (infelice traduzione italiana per indicare che si tratta di non-fiction) più visto del mondo. Il passato è d’obbligo, almeno per il momento, perché l’uomo autore di questi e tanti altri commenti simili, Jeremy Clarkson, il più importante del trio di uomini di mezz’età che conduceva la trasmissione, ha pensato bene di picchiare uno dei suoi producer, causando la sospensione del programma e il mancato rinnovo del contratto. Per la prima volta dopo 12 anni.

Il programma

Per dirla con le parole dell’executive producer Andy Wilman

“Top Gear è un viaggio nella mente maschile, che credo sia potenzialmente un posto molto divertente, perché, facciamocene una ragione, non accade nulla là dentro.”

In sostanza un gruppo di tre amici di mezz’età, che fanno (o sono costretti a fare dai misteriosi “producers”) tutte le cose più assurde che possono venire in mente ad un gruppo di maschi appassionati di auto e ubriachi al pub. Domande come

“Secondo te sulle prime due miglia è più veloce una Bugatti Veyron o un caccia Eurofighter?” fino ad oggi patrimonio esclusivo di abbonati a “Quattroruote”, ragazzini cicciotti e ingegneri meccanici, sarebbe rimasta per sempre senza risposta se non fosse stato per Top Gear

https://www.youtube.com/watch?v=7NZ9X9A2efA

Personalmente una delle mie preferite è la sfida fra un Maggiolino e una Porsche 911 nel deserto. Chissenefrega direte voi? Sarei abbastanza d’accordo se non fosse che il Maggiolino in questo caso specifico viene lanciato da un elicottero. Non diventa già molto più interessante?

https://www.youtube.com/watch?v=IyrvfhOI3ls

E sono solo due degli stunt che hanno reso celebre il programma ma l’elenco è lunghissimo ed è solo una delle prerogative del programma.

Non che Top Gear sia nato così. C’è stato un tempo in cui era un programma di motori come tutti gli altri, che forse si distingueva a malapena perché dal 1988 in poi uno conduttori era particolarmente malvestito, persino per un inglese, discretamente brutto ma in grado di farsi scappare qua e la commenti dove l’ironia british virava in una vibrazione di sarcasmo un po’ al di sopra delle righe, Jeremy Clarkson appunto. Il programma andò bene per anni, finché dopo un brusco calo negli ascolti, dovuto all’abbandono di alcuni presentatori, fra cui lo stesso Clarkson, venne chiuso. Top Gear torno in onda un anno dopo, in una versione totalmente rinnovata e pensata da un rientrate Clarkson assieme al producer Andy Wilman: Una versione più estrema, più ricca e articolata, ideata come un vero show e non come la solita sequenza di test drive dove non si assiste a nient’altro che l’elencazione dei dati forniti dalle casa automobilistiche, e si vede un tizio guidare un’auto che non si possederà mai, non proprio il massimo dello spasso. Non so perché, ma non funziona come il porno.

Il nuovo format

I capisaldi del nuovo show erano fondamentalmente tre: fare le cose più improbabili che si possano fare con dei mezzi di trasporto davanti ad una telecamera, creare fra i conduttori un feeling a metà fra la gita scolastica e la sbronza molesta in cui ognuno dei tre ha un ruolo, un carattere e delle prerogative ben definite e ricorrenti, e soprattutto mettere l’auto al centro di un sistema di senso, utilizzare un linguaggio che gioca a più livelli con i significati che questo oggetto idealtipico del ‘900 e ormai un po’ in declino nell’immaginario collettivo: la macchina. Suona un po’ troppo complicato? Mi spiego meglio.

Dare un senso ad un auto

Una Porsche 911 ad esempio per Top Gear non è semplicemente una macchina tedesca che va molto veloce. Nelle parole di Clarkson il suo bagagliaio è grande abbastanza per farci entrare “il gelato fatto con le ossa della persona che avete sconfitto a squash”. E i suoi sedili dietro non hanno praticamente posto per le gambe, quindi “ i vostri bambini per starci dovrebbero essere magri, ma non ne avrete perché essendo proprietari di una Porsche 911 avrete mogli magre”.

Scorretto, ma non del tutto implausibile.

A Clarkson e ai suoi l’ortodossia della comunicazione di massa contemporanea non interessa per nulla, anzi sfidano apertamente l’appiattimento figlio del mantra “non bisogna offendere nessuno” con testi che sembrano spontanei come chiacchiere da bar, ma in realtà sono costruiti con i tempi e le tecniche degli stand up comedian.

Quello che conta è raccontare ciò che sta attorno ad una macchina e siccome il mondo simbolico delle auto è fatto da persone che di solito non passano il loro tempo a studiare le metriche del Petrarca e a discutere di quote rosa, i valori che vengono fuori, le immagini e i significati sono adeguati a quello che si vuole raccontare.

Nel farlo cercano di caratterizzare le auto come fossero persone o situazioni, ad esempio una Citroen Ds 3 è “una Mini che fuma Gauloises”, una Lotus Esprit è “più divertente dell’intera aviazione militare francese che si schianta su una fabbrica di fuochi d’artificio” o ancora “ Se siete clinicamente matti, e con questo intendo se vi svegliate la mattina e pensate di essere una cipolla, la Bmw z3 è l’auto che fa per voi”. Mettetela come volete ma una punchline di questo tipo di sicuro è più stimolante intellettualmente rispetto a “la spider tedesca offre all’interno della sua categoria un ottimo rapporto fra qualità e prezzo”

Che la parola “corretto” ormai non sia mai usata per indicare qualcosa di formalmente compiuto e concreto, quanto piuttosto qualcosa di rispondente a una certa ortodossia morale, non è una questione che interessi Clarkson, il quale preferisce usare gli esplosivi per raccontarvi un mondo in due frasi.

Tornando all’esempio della Porsche, il professionista monomaniacale, assetato di vittorie, siano esse professionali o personali, che gioca a squash con la stessa foga con cui in passato degli eserciti si sono preparati alla guerra, è una delle vittime rituali di Clarkson. Il disprezzo per questo tipo di profilo, che come spesso accade in questi casi non è poi tanto lontano dal suo, è di solito associato ad automobili che i conduttori di Top Gear rispettano ma non amano, non solo Porsche ma anche Audi, Bmw e Mercedes. Auto che agli occhi del trio hanno, salvo rare eccezioni, alcuni vizi capitali: 1. Sono fatte dai tedeschi (per Clarkson, è come se la seconda guerra mondiale fosse finita l’altro ieri) 2. Sono ben costruite sì, ma senz’anima.

Per gente che chiama la propria macchina per nome e per descrivere un cambio sequenziale utilizza termini che attraversano facilmente tre diversi settori disciplinari, le auto devono soprattutto avere un’identità forte, che spesso si traduce anche nell’avere difetti, compensati magari da altre virtù. Quando c’è da umanizzare una cosa state sicuri che il metodo più semplice è descriverla come imperfetta, che venga fatto appositamente o meno. Per questo i tre sono all’unanimità grandi fan delle auto italiane, Alfa Romeo sopra a tutte (la Brera era “Cameron Diaz con le ruote“) e del nostro Paese. Ma questo lo vedremo meglio dopo.

 

Prima ecco gli altri due del trio e gli altri elementi fondamentali del programma

Richard Hammond

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Detto Hamster “criceto”, presente nella serie sin dalla prima stagione è il belloccio relativo del gruppo, relativo perché non è che assomigli esattamente a Brad Pitt ma è pur sempre meglio degli altri due. Per anni i suoi test hanno avuto una frequenza di camicie aperte sul petto riscontrabile solo in certe pranzi dopo le prime comunioni in alcune regioni d’Italia, di recente però sembra avere imparato la funzione dell’ultimo bottone. È specializzato nelle prove di Lamborghini e fuoristrada oltre che un appassionato di Musclecar, motivo per cui gli altri lo accusa di essere “americano” insulto molto grave nel sistema di valori di Top Gear, e, cosa ancora più grave, è un grande fan della Porsche 911.

 Richard “pensa se questa Chevrolet Camaro va anche bene”

Jeremy “tu sei uno di quelli che vedendo Britney Spears direbbero “pensa se è anche intelligente”

Richard decisamente non è quello con le punchline più affilate e infatti quando ci prova combina casini, come quando fece incazzare l’ambasciatore del Messico con una serie di metafore che utilizzavano stereotipi razziali non particolarmente brillanti per descrivere una supercar prodotta del paese dei sombreri. Ops. La Bbc lo protesse dicendo che l’intento era chiaramente umoristico e che le battute sugli stereotipi nazionali fanno parte della tradizione britannica. Cionondimeno i suoi costrutti sono meno efficaci di quelli dei suoi due soci e quindi è più facile che l’intento comico vada perso.

Secondo Clarkson, Richard è anche il motivo per cui Top Gear ha un pubblico composto al 40% di donne, cosa che non fa mistero di non capire.

“ Si è tutta colpa di Hammond, le donne voglio fare sesso con lui, dio solo sa perché. Ho visto il suo pene ed è semplicemente microscopico, sul serio, è veramente piccolo, si può a fatica definire un uomo. Cosa posso dire… Dovrò vivere con questo peso”

Clarskon a 60minutes Australia a proposito di Hammond.

Hammond è quello incaricato di compiere gli stunt più pericolosi, come raggiungere il Polo Nord con una slitta trainata da cani mentre gli altri si muovono su un fuoristrada – comunque sul ghiaccio, non proprio sicurissimo nemmeno quello. Recentemente è stato abbandonato per giorni in cima a una montagna in Canada, ha gareggiato contro un Red Devil a bordo di un Cayenne, ed era alla guida della Bugatti nella famosa sfida con il Jet Eurofighter. Anni fa uno di questi stunt stava per costargli la vita. Il Dragster con cui stava compiendo una prova di accelerazione in rettilineo si era impennato a 460 km all’ora. È tornato in trasmissione dopo il coma e una riabilitazione durata diversi mesi venendo accolto da Clarkson con queste parole “uno di noi è diventato la principessa Diana”. Nella registrazione si possono distinguere almeno tre fasi diverse nella risata del pubblico (meccanica, scandalizzata, liberatoria) dopo questa battuta.

James May

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James May, detto anche Capitan slow per la sua capacità di perdere ogni sfida di velocità, ha il ruolo del tranquillone del gruppo, quanto a indossare camicie assurde è invece in buona compagnia. È quello che durante i road trip viene puntualmente tamponato e dice “Ouch” o, quando le cose si mettono male “Oh cock”. Al contrario degli altri ha un gusto un estetico non direttamente mutuato da un fusto di Guinnes. Possiede sia una Fiat Panda che una Rolls Royce e una Ferrari ma dice che se fosse costretto a scegliere terrebbe la Fiat, credeteci o no, di sicuro c’è che al lavoro alla Bbc ci andava proprio con il pandino. Il trio è impegnato in uno scherzo continuo ma James è quello che perde un po’ più spesso degli altri, è il tizio che fa cadere il servizio buono mentre tutti ridono. Sulla sua intelligenza rimangono aperte delle domande, nel senso che ogni tanto sembra d’intravvedere nel suo volto un bagliore di sofferenza per il ruolo, altre volte invece è bravissimo a far buon viso a cattivo gioco. Io comunque non mi stupirei se a un certo punto tirasse fuori una motosega. Per questo sospetto che sotto l’incedere da inglese per bene del suo eloquio e i suoi modi affettati si celi un cinicone peggio di Clarkson e che in fondo May sia il più sveglio dei tre, quello con degli interessi che vanno oltre il tipo di scarico che monterà la prossima Ferrari, solo che darlo a vedere deve sembrargli molto inelegante o comunque inutile agli scopi dello show. O forse niente di tutto questo. Di certo è coinvolto in una serie di gag ricorrenti, la più nota delle quali riguarda l’annuncio di mirabolanti news riguardo la Dacia Sandero, il che è ovviamente una contraddizione in termini essendo qualsiasi avvenimento riguardo la Dacia Sandero privo di alcun interesse, per chiunque, su ogni pianeta, in qualsiasi circostanza. Dacia Sandero che poi fu trovata e, distrutta durante lo speciale in Romania, dove viene prodotta.

In genere, dalla Panda in poi, James è quello che si affeziona alle macchine che gli altri non degnerebbero di uno sguardo, ma questo non gli impedisce di testare e apprezzare auto velocissime, come la nuova Ferrari LaFerrari, auto che sfida le leggi della fisica almeno quanto quelle della tautologia, né tanto meno di essere scelto per testare l’ultima versione di Bugatti Veyron e superare i 440 chilometri orari. In rettilineo, ovviamente. La cosa che più di tutte mi ha fatto sospettare qualcosa d’indecifrabile nella sua indole, è stata la scena del ritorno di Richard Hammond dopo l’incidente che gli era costato un lungo coma e mesi di convalescenza. Richard si abbraccia con Jeremy, sta poi per fare lo stesso con James e quello invece gli tende la mano, con tutta l’aria di uno che “non abbraccia i maschi” qualsiasi cosa questo significhi una volta superati i 14 anni.

Indecifrabile.

Lo Stig

Stig

“La f12 è l’unica Ferrari, fra quello ha guidato, che lo Stig acquisterebbe, se solo avesse il concetto di denaro, cosa che ovviamente non ha”

Jeremy

 

All’inizio del programma Clarkson e Wilman non riuscivano a trovare un pilota professionista che fosse anche in grado di dire qualcosa d’intelligente davanti alla telecamera, questione che risolsero con invidiabile pragmatismo decidendosi per uno muto. Nacque così lo Stig, il pilota senza volto (non si leva mai il casco) e senza parola. Originariamente la sua tuta era nera poi l’identità del primo pilota ad indossarla venne svelata da un giornale (si tratta di Perry McCarthy) e dalla terza stagione ci fu un nuovo Stig, questa volta tutto bianco, la cui identità fu protetta con maggiori misure di sicurezza ( lo Stig arriva sul set direttamente bardato con il casco, mangia in una stanza a parte e pochissimi oltre ai tre conduttori conoscono la sua vera identità), quando istruisce alla guida su un circuito gli ospiti che deve istruire per il segmento “star dentro un’utilitaria dal costo ragionevole”, altro classico del programma, pare finga un accento francese. Su questo non c’è certezza perché le sequenze di addestramento non vengono mostrare e le uniche laconiche parole in video dello Stig sono quelle rilasciate ad una giornalista olandese durante un servizio su Top Gear. Nel 2009 venne annunciato da Clarkson che lo Stig si sarebbe rivelato perché “stufo delle speculazioni della stampa che lo descrivevano come un venditore di fotocopie di Bolton”.

Nel programma successivo, lo Stig giuda una Ferrari Fxx sul circuito del programma piazzando un tempo mostruoso, poi una volta in studio si leva il casco rivelandosi come Micheal Schumacher.

Nonostante lo Stig abbia realmente battuto i tempi di ex piloti di formula uno sulla sua pista, quello di Schumacher era uno stunt una tantum. La vera identità del secondo Stig (il primo bianco) fu rivelata da lui stesso l’anno successivo, attraverso autobiografia che la Bbc cercò invano di bloccare in tribunale. Si trattava del pilota Ben Collins, non molto contento di non riuscire a guadagnare quanto i suoi colleghi dall’enorme successo della trasmissione. Per toglierli del tutto il pensiero la Bbc lo licenziò e dando la notizia della causa in corso non confermò ne smentì che si trattasse del vero Stig. Le reazioni comunque furono tipicamente nello stile Top gear, con James May-Captain Slow che scrisse “Ovviamente ora dovrò intraprendere vie legali perché sono stato io lo Stig per diversi anni “

Finché alla fine di uno speciale in medio oriente, conclusosi a Betlemme ,i tre trovarono in una mangiatoia un nuovo baby stig

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All’inizio della stagione successiva, un mese dopo, era già cresciuto e pronto per guidare perché: “Gli Stig crescono molto in fretta

Lo Stig nel programma è generalmente presentato dalla formula “Qualcuno dice che” seguita da due caratteristiche assurde tipo “ha paura delle campane”, “la sua t-shirt preferita ha l’immagine di una t-shirt” o “Da anni produce sperma artificiale benché gli abbiamo chiesto più volte di smettere”. Mentre guida nei “power lap” ascolta in genere musica improbabile e negli special dove deve fare cose come “prendere una metro” si dimostra assolutamente incapace di ogni forma di normalità. Lo Stig sa letteralmente fare solo una cosa: guidare veloce.

Altra caratteristica notoria dello Stig è quella di avere un famiglia molto ampia, costituita esclusivamente da cugini, che i conduttori incontrano durante i loro frequenti viaggi all’estero quando hanno bisogno di un pilota. Il cugino americano è un ciccione, quello vegano è verde, quello tedesco è identico se non per il mullet che gli esce dal casco. Il più famoso dei cugini è però probabilmente quello italiano: Bunga Bunga Stig

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(Il cugino italiano dello Stig, mentre esce dal motorhome accompagnato dalle sue assistenti)

News

Il segmento news è quello dove i tre seduti su due divani danno le notizie sul mondo delle automobili, non la parte migliore dello show, nonostante abbondi di battute, ma pur sempre meglio del già citato “Star a bordo di auto dal prezzo ragionevole”, che per quanto mi riguarda è un un po’ il punto più basso del programma, con qualche felice eccezione come l’epica sfida fra Jeremy e lo spin doctor di Tony Blair, l’insopportabile Alastair Campbell. Il bello del segmento news è che comunque ogni tanto va totalmente fuori controllo

Sfide, speciali, gare e generiche follie

Oltre ai test drive, alle news, al momento dell’ospite e al defunto “Cool wall” (dove i presentatori facevano classifiche della “figaggine” delle macchine) la componente fondamentale dello show sono le sfide, gli speciali di viaggio, le gare e in generale le follie.

Fatti spontaneamente e su ordine dei “producers” che nessuno ha mai visto ma sono sufficientemente sadici per essere apprezzati da tutti, questi segmenti possono comportare viaggi in regioni remote del mondo, dall’Africa all’India, dalla Cina all’Argentina, spesso con delle limitazioni monetarie sulle macchine utilizzabili (ad esempio: comprare 3 vecchie supercar italiane per meno di 5 mila euro), poi ci sono gli speciali giornalistici sulla storia di una marca (memorabili quelli su Lancia, Saab e Lamborghini), le gare come quelle fra taxi, fra Alfa o Bmw di un determinato periodo o fra ambulanze custom-made

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(la Porsche ambulanza con lo scacciabufali rimovibile di Jeremy).

Alcuni test drive sono sufficientemente assurdi per rientrare in questa categoria, molto noto ad esempio quello del Marauder, un mezzo di derivazione militare di 10 tonnellate di peso  o quello fra un Ranger Rover e un altro veicolo militare in grado di guidarsi da solo. Ma gli esempi che hanno fatto la storia del programma, oltre alla già citata sfida fra il caccia Eurofighter e la Bugatti Veyron, sono la gara a freccette con le auto, effettuata con un gigantesco bersaglio dipinto in fondo a una cava e delle auto sparate con dei cannoni idraulici, l’attraversata della manica a bordo di auto modificate per galleggiare, o fra gli speciali, solo per citarne uno, quello durante il quale in Alabama, nel pieno dell’America più reazionaria e arretrata, i tre andarono in giro con scritto sulle portiere “L’amore fra uomini è ok”, “ Nascar fa schifo” e “Hillary presidente”, venendo presi a sassate da un gruppo di redneck inferociti che li inseguirono per chilometri a bordo di un furgone.

Lo stunt più famoso però è probabilmente quello del tentativo di distruzione di un pick up Toyota, nato secondo Andy Wilman dalla seguente considerazione:

Bei filmati che arrivano dalle zone di guerra del terzo mondo vedi sempre questi pick up Toyota che non si rompono mai, a un certo punto abbiamo pensato che fossero un po’ come gli scarafaggi dopo una guerra nucleare

I tre cercarono in tutti modi di distruggere un pick up Toyota rosso, schiantandolo contro un albero, lasciando alla mercé delle maree, dandogli fuoco e infine piazzandolo sul tetto di un palazzo destinato a una demolizione programmata. Con il solo ausilio di un meccanico che poteva utilizzare esclusivamente utensili base e a cui era stato fatto divieto di sostituire anche un solo pezzo, il Pick up ripartì ogni volta. Alla fine l’indistruttibile Toyota, sopravvissuto a tutti i tentativi di distruzione, venne esposta nello studio dove è rimasta fino a fatti che hanno coinvolto Jeremy Clarkson

Jeremy

Tutto quello che abbiamo visto fino ad ora è molto bello interessante e ma non sarebbe mai stato il successo planetario che è stato se non fosse stato per Jeremy Clarkson.

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(Non il tipo di tweet che farebbe Fabio Fazio )

Dei tre presentatori Jeremy è il più caustico, quello che bulleggia serialmente gli altri due e che non fa mistero di essere il più scorretto politicamente, i suoi soci sono infatti sostanzialmente d’accordo su tutto, ma il più delle volte solo tacitamente. Co-ideatore del format e proprietario fino al 2012 di parte dei diritti, li ha poi ceduti in alla Bbc sia per soldi (molti soldi) che per arginare il crescente risentimento di May e Hammond che fino a quel momento in un certo senso erano sui dipendenti.

Conservatore di fatto anche se mai dichiarato esplicitamente, vicino di casa del primo ministro Cameron, ha in odio soprattutto ambientalisti, ciclisti ed autovelox. Appassionato di storie di guerra ha inserito più volte mezzi e uomini dell’esercito inglese nelle puntate di Top Gear, ed è autore anche di diversi documentari a tema non automobilistico, principalmente riguardo storia e tecnologia.

“Esagerato” è comunque l’aggettivo che descrive meglio Clarkson quando parla di auto, anche se il suo superare gli argini è quasi sempre accompagnato da una certa ironia. Un esempio di grandeur comica clarksoniana è “il test drive più costoso della storia” fatto alla Bmw x6, una prova durante la quale dall’Inghilterra si recò in Australia per controllare che il meccanismo d’apertura dello sportellino sul cruscotto funzionasse anche nell’altro emisfero (funzionava), in Spagna per testare le sospensioni, sulle alpi per la tenuta sulla neve, a Bangkok per cercare la metafora conclusiva della prova, e infine alle Barbados per capire se era meglio spendere i soldi del prezzo dell’x6 per una lunga vacanza ai tropici. Risposta: Sì, era meglio.

Di certo non progressista, ma più individualista e libertario che Tory, Clarkson è il terrore dei produttori di auto nei confronti dei quali non ha alcun timore reverenziale, è in grado di distruggere un auto come di esaltarla e qualche volta di fare entrambe le cose, come con la Lexus Lfa che ha inizialmente disprezzato salvo poi eleggerla recentemente “auto migliore di sempre”. I suoi giudizi sullo stesso modello possono cambiare negli anni a seconda di quello che nel frattempo è successo nell’industria automobilistica (idee che sembravano geniali possono essersi dimostrate pessime e viceversa) o perché magari l’auto in questione ora è nelle sue mani e non in quelle dei May o di Hammond. La dinamica del programma vuole infatti che i tre insultino sempre l’auto degli altri, ma anche questo è uno stratagemma narrativo per parlare delle caratteristiche delle auto senza annoiare il pubblico. Tenete sempre a mente l’alternativa con le palline da tennis nel bagagliaio.

Dal canto suo Clarkson, nonostante la platea di spettatori sterminata, ha sempre ripetuto di non avere alcun reale potere d’influenzare il pubblico, citando il caso della Ford Orion, che nonostante un test drive disastroso a sua opera, divenne comunque un best seller in Inghilterra. Le case produttrici non sono sempre d’accordo e ogni tanto mettono il veto su di lui (la Porsche ha fornito alcune auto al programma solo a patto che a guidarle non fosse Clarkson) e poco prima della sospensione la sfida fra le tre hypercar Ferrari LaFerrari, McLaren p1 e Porsche 918 spider è stata ostacolata dalle richieste di Mclaren e Ferrari che chiedevano condizioni molto particolari per acconsentire al suo svolgimento. Per andare sul sicuro Ferrari aveva anche minacciato di bando a vita chiunque fra i suoi clienti avesse fornito il proprio esemplare a Top Gear per permettergli di realizzare la prova, in altri casi alcune marche hanno fatto direttamente causa dopo dei test particolarmente disastrosi e controversi. Se alcuni temono Clarkson, altri invece lo ringraziano come la Toyota o come, probabilmente, dovrebbero fare i produttori italiani. Dal canto mio apprezzo il programma ma non per questo mi sento chiamato in causa per il fatto di guidare una vecchia Peugeout, una delle marche più disprezzate da Clarkson, quindi capisco il teorema della Ford Orion, anche se certo se lavorassi al marketing della Mercedes ogni volta che una stella a tre punte fa capolino sulla Bbc mi verrebbe un attacco di panico.

Il nazionalismo di Clarkson

Per Clarkson francesi sono “comunisti” perennemente intenti a fumare sigarette e scioperare (ma anche quella che per Top Gear è la peggiore marca di auto del mondo ha fatto la Peugeot 205 gti, un auto che i tre ritengono mitica), ma i suoi veri arci-nemici sono i tedeschi e gli americani (detti anche “United States of Total Paranoia”), benché l’edizione a stelle e strisce di Top Gear, avvincente come una riunione al ministero delle pari opportunità, generi milioni di dollari di introiti per la Bbc. Alla sfida contro i conduttori dell’edizione tedesca di Top Gear, tenutasi in un circuito del Belgio, i presentatori inglesi sono arrivati a bordo di tre Spitfire dell’aeronautica inglese, salvo poi combattere gli avversari nelle solite modalità tendenti al demenziale. Durante uno speciale ambientato in Germania in cui una delle pensate dai sadici producer era riempire le auto dei presentatori con un quartetto di suonatori baveresi in lederhosen, Clarkson salì sul tetto della sua Bmw cercando piuttosto di farsi colpire da un fulmine. Al tempo stesso però una delle sue auto preferite è la Mercedes SLS Roadaster della quale dice

 “Le auto al giorno d’oggi sono così sicure, rifinite, e sono tutte costruite in fabbriche multietniche, prive di cereali e con uno sguardo puntato agli orsi polari ma questa no. Questa è un gigantesco dito medio all’intero concetto degli eco-ismi sostenibili, è appropriata al nostro tempo come un completo elegante ad una raffineria di petrolio, e io adoro tutto questo “

Le auto possono passare tranquillamente sopra le nazionalità. E non solo le auto. La chiave del nazionalismo di Clarkson alla fine è tutta qua, è grossomodo una boutade in cui crede tutto sommato fino a un certo punto, è soprattutto un modo a buon mercato per avere una joke-opportunity, per cui è abbastanza normale che trenta secondi dopo aver parlato male di tedeschi o francesi sia il primo a difendere la superiorità dell’ingegneria automobilistica europea tutta su quella del resto del mondo.

Clarkson e l’Italia

Un gran numero di prove ed speciali di Top Gear sono ambientate nel nostro paese, i tre vecchiacci motorizzati l’hanno girata in lungo e in largo da Bologna a Venezia, dalle Dolomiti a Roma, da Lucca e Lecce, trasmettendo i suoi paesaggi e suoi monumenti in tutto il mondo, d’altrocanto, se non ci pensiamo noi, almeno che lo faccia qualcuno. L’ammirazione per l’Italia si estende anche alle sue auto, specie quelle in grado di generare emozioni come Ferrari, Lambo, Maserati, Alfa e Lancia. Auto spesso imperfette che però a Clarkson e i suoi piacciono proprio per questo, il che ovviamente è anche un cliché, una cosa che a Top Gear sono troppo svegli per non capire, e infatti hanno auto-stigmatizzato nella prova in cui James May ha tentato di recensire un’Alfa 156 senza usare frasi fatte su quanto cuore hanno le auto italiane. Ogni volta che cadeva in luogo comune doveva mettere dei soldi in un salvadanaio fissato sul cruscotto, salvadanaio che alla fine della prova, nonostante le buone intenzioni, era ovviamente pieno. Durante la puntata italiana di Clarkson and the others, un programma di molti anni fa in cui Clarkson andava in giro per diversi paesi europei a parlare di auto e di costumi altrui, ci sono almeno due momenti notevoli: il primo è l’intervista dall’avvocato Agnelli, il secondo è l’incontro in cima alla pista del Lingotto a Torino con Pininfarina, Giugiaro e Bertone per parlare dell’eccellenza italiana del design, in cui la Torino di quegli anni viene definita Silicon Valley delle auto. Altri tempi, a cui sarebbero seguita la cessione di molte aziende del distretto a investitori stranieri. Clarkson talvolta crede nell’industria italiana anche più degli italiani se è vero che ha dedicato una lunga, e bellissima, prova alla Discovolante, l’elaborazione di un’alfa 8c fatta dalla carrozzeria lombarda Touring Superleggera, un’azienda i cui portavoce hanno recentemente dichiarato al Corriere della sera di non riuscire a soddisfare tutte le richieste perché non riesce a trovare battilastra.

Le polemiche

Nel controverso speciale ambientato nella terra del fuoco, la troupe ha rischiato un altro linciaggio perché la targa della Porsche 928 che guidava Clarkson sembrava contenere un riferimento alla guerra delle Falkland che vide opposte proprio l’Inghilterra e l’Argentina. La sequenza finale dello speciale prevedeva una partita di calcio-automobilistico fra la squadra dei padroni di casa e quella inglese, una sfida mai realizzata perché un nutrito gruppo di veterani di guerra argentini ha prima minacciato poi aggredito a sassate la carovana dello staff tecnico del programma.

In seguito un giudice argentino ha stabilito che la provocazione era intenzionale mentre un’indagine interna alla Bbc ha invece assolto i produttori del programma, avallando la versione secondo la quale si è trattata di pura casualità, come attraverso il suo sito Top gear aveva sostenuto da sempre.

Il programma che ha fatto dell’esagerazione, dell’irriverenza e dell’incapacità di adeguarsi alle richieste della correttezza politica del suo tempo il marchio di fabbrica è da tempo al centro delle polemiche, che appaiono in molti casi infondate e rigettate con classe, ma non sempre.

Nella prima categoria ricade sicuramente la risposta data a chi aveva criticato Clarkson e James May per aver bevuto Gin mentre guidavano un fuoristrada Toyota sul ghiaccio dell’artico.

 “Tecnicamente attraversavamo un’enorme distesa di acqua ghiacciata non stavamo guidando, ma navigando”

Oppure la famosa battuta sui camionisti

Fare il camionista è un lavoro duro: cambia marcia, cambia marcia, cambia marcia, controlla gli specchietti, uccidi una prostituta, cambia marcia, cambia, uccidi, è un sacco di sforzo in una giornata”

è, molto semplicemente, una battuta.

Nella seconda si piazzano invece la filastrocca razzista mugugnata da Clarkson durante una prova, cosa per la quale poi si è scusato in video, dicendo che si trattava di un take che non doveva andare in onda.

L’ultima controversia, quella che ha portato alla sospensione del programma e alla definitiva messa al bando di Clarkson dalla Bbc è stata la rissa con il producer Oisin Tymon. Inizialmente imputata al fatto che Clarkson non avrebbe trovato ad attenderlo, dopo una lunga giornata di riprese, del cibo caldo, secondo fonti vicine al conduttore sarebbe invece stata causata da un mix di tensioni produttive, dai rapporti degradati con la rete, e dal nervosismo per una serie di problemi di salute.

Ad ogni modo Clarkson ha riconosciuto le sue colpe ma né questo, né il milione di  firme raccolte fra i telespettarori ( tra cui, lo confesso, anche la mia) e portate presso la sede della Bbc da un fan travestito da Stig, sono serviti ad evitargli la cacciata.

carro armato

(per la cronaca il carro armato si è rotto a pochi metri dalla sede della Bbc)

Ironia della sorte il rinnovo del contratto che era inizialmente stato fissato pochi giorni dopo la rissa sarebbe dovuto essere probabilmente quello per l’ultimo biennio o al massimo triennio dello show, perché i tre presentatori ritenevano che a quel punto sarebbero stati troppo vecchi per andare ancora in giro a fare i cazzoni a bordo di automobili improbabili.

La tv che va contro le regole della tv

“Ogni settimana c’è qualcuno che si lamenta e chiede la fine di top gear. Ma se incominci ad ascoltare quelli che si lamentano, finisci col fare qualcosa di annacquato e noioso. Quindi dobbiamo praticamente ignorare chiunque per poter fare lo show che abbiamo in mente di fare”

Jeremy Clarkson

Top Gear è un caso di tv di successo che va contro molte delle regole della tv contemporanea e in questo c’è molto del fascino che suscita. Per prima cosa è uno show fatto con un cast riunito attorno a una sola caratteristica: è fatto di autentici conoscitori ed entusiasti della materia di cui tratta.

Quando le statistiche mostrarono che una parte importante del pubblico era giovane e cool era ai piani alti della Bbc provarono a sostituire Richard Hammond con un presentatore effettivamente giovane e cool, non cioè un tappetto un po’ meno vecchio degli altri e con la camicia aperta. Gli altri però gli fecero quadrato attorno e lo difesero. Lo stesso accadde quando la rete si accorse che quasi metà del pubblico del programma era composto da donne e incominciò a ventilare l’ipotesi di inserire una conduttrice donna ma anche in questo caso, forti dei risultati, il team di Top Gear indicò loro la porta.

Il motivo per cui Top Gear funziona, al di là del budget infinito, dell’incredibile qualità delle immagini, delle battute e del ritmo, è che si ha sempre la sensazione di essere di fronte a qualcosa di autentico. Un’autenticità che non si crea con uno specchiarsi basico e banale dello spettatore nel segmento sociale che vede ricostruito artificialmente sullo schermo: giovane modaiolo con giovane modaiolo, donna con donna, come se gli esseri umani fossero incapaci di appassionarsi ad altro che a versioni stereotipate e imbellettate di sé stessi, uno dei grandi capisaldi del pensiero televisivo dominante, appoggiato in questo dalla spirito lottizzante del politically correct, non importa quante siano le eccezioni di successo.

In un mondo ossessionato dal correttezza politica, in special modo nella cultura anglosassone, Clarkson, May e Hammond ottengono l’interesse e l’affetto degli spettatori parlando delle cose come sono, non come dovrebbero essere, e nel farlo mettono tutto se stessi, fino talvolta a rischiare la vita nelle riprese più spericolate.

È proprio questo che gli porta ad avere 350 milioni di spettatori in tutto il mondo.

Alle volte le cose sono più semplici di quanto si direbbe.

Il pilota in rivolta

Se uno di noi morisse durante le riprese siamo d’accordo che dopo l’annuncio “Jeremy è morto durante le riprese di questo servizio” debba essere “anyway…”. Qualcosa come: Ad ogni modo (anyway) le nuova Vauxall Cectra…

Nessuno dei protagonisti è morto ma c’è da chiedersi a questo punto se i tre boys approderanno ad un nuovo canale, magari un broadcast americano come Netflix o Amazon, quanto rimarrà della loro alchimia quasi illegale e del politicamente scorretto nella patria mondiale del controllo militare delle parole: gli Stati Uniti.

Se invece finiranno su un canale tradizionale come potranno permettersi la stessa libertà con produttori di auto che saranno inserzionisti della rete per milioni di euro?

Paradossalmente per il vecchio reazionario Jeremy Clarkson quella Bbc che lo sopportava malvolentieri era forse il miglior ambiente possibile, ma ora la convivenza sembra finita per sempre.

Per il momento le uniche certezze è che fuori dalla Bbc il programma non potrà chiamarsi Top Gear, e che Clarkson non starà a lungo con le mani in mano

“Top gear è morto, anyway…”

“LASCIA STARE LA GALLINA” Rassegna stampa

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RECENSIONE SU STYLE-CORRIERE DELLA SERA di Severino Colombo

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Recensione sul “Nuovo quotidiano di Puglia” di Teo Pepe

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IO DONNA ( corriere della sera)

Lascia stare la gallina di Daniele Rielli

di Francesca Cingoli

Lascia stare la gallina

Lascia stare la gallina è un racconto a più voci che non dà tregua. Protagonista è la terra di Salento, piena di luce ma anche di tanta ombra: è l’ombra minacciosa della delinquenza, fatta di contrabbandieri, piccoli spacciatori, poliziotti corrotti, faccendieri, prostitute.

Le voci narranti, da punti di osservazione diversi, si fondono in un racconto di minaccia incombente: l’ex poliziotto, che gestisce con sinistra disinvoltura una pletora di attività e aspira alla massoneria, il suo socio, diviso tra ristorazione e prostituzione, lo spacciatore un po’ fricchettone, molto sballato ma sempre attento, il giornalista idealista e marxista, che vorrebbe cambiare il mondo, la sua fidanzata, che gioca una doppia partita.

Tutto parte da un assassinio in campeggio, ragazzi che dal nord arrivano in Salento per vivere la libertà del mare: canne, sesso in spiaggia, dancehall e musica rap. Una selva di studentelli, deejay e punkabbestia, terreno multicolore di divertimento che ingolosisce la piccola grande criminalità locale. Si parte da questo, ma i giochi si fanno negli studi eleganti di avvocati e politici, sugli yacht, e nelle ville di quelli che contano. Perché sono l’ambizione e il potere le forze che muovono i fili della trama, fitta ma solo in apparenza complicata.

Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Non è tanto l’intrigo, il filo del giallo, a non consentire al lettore di alzare gli occhi dalle pagine, quanto la scrittura, serrata, ironica in maniera sorprendente, tagliente, che azzarda anche il dialetto e non sbaglia. Un libro da leggere, oltre 600 pagine che scorrono vivaci, spietate, brillanti.

Recensione di Gianni Santoro su Repubblica

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INTERVISTA AL NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA  di Valeria Blanco

Quando tutti osannavano il Salento dei beach party, i suoi reportage ne mettevano a nudo, con sarcasmo, i meccanismi perversi. E quando il Movimento 5 Stelle raccoglieva il 25% dei voti, un’analisi sul suo blog – che poi gli è valsa il Macchianera italian award 2013 come miglior articolo dell’anno – illustrava i cinque buoni motivi per non votare Grillo. Il fatto che allora fosse “solo” un blogger, nascosto dietro lo pseudonimo di Quit the doner (Basta con i kebab, ma questa è un’altra storia), non cambia la voglia di Daniele Rielli di offrire uno sguardo sorprendentemente inedito sulla realtà.

Il caso e le origini leccesi vogliono che il romanzo sia ambientato nel Salento, metafora della provincia italiana. Inutile dire che il quadro non è quello del sole, del mare e del vento a cui il marketing territoriale ci ha abituato. Si tratta di un romanzo corale e complesso, con un massiccio uso del dialetto e una sottotrama noir. E, a guardare in controluce, dietro la storia dell’arrampicatore sociale s’intravede il tramonto di una società che, troppo concentrata a difendere i suoi privilegi, non si accorge che sta per estinguersi, superata e travolta dal mondo. Ed è proprio da qui che parte Rielli per raccontare “Lascia stare la gallina”. Continua a leggere

 

INTERVISTA AL “CORRIERE DEL MEZZOGIORNO” di Michele De Feudis

 

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Intervista a “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Fabio Casilli

 

 

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INTERVISTA SU RIDERS

di Lorenzo Monfredi

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