Daniele Rielli | Daniele Rielli – IL FUOCO INVISIBILE è in libreria | Pagina 5
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Reportage: DISRUPT

 

Whatever form it takes, the underlying propellant is an inexhaustible thirst for knowledge.

MICHAEL MORITZ

Walking around San francisco, it strikes me that this cannot end well, that combination of magical thinking, easy money, greedy investors, and amoral founders represent a recipe for disaster

DAN LYONS

Il primo dice proprio «Con questa invenzione cambieremo il mondo», come in Silicon Valley la serie HBO su un gruppo di startupper americani. Fa niente che l’olandese sul palco, qui al Tech Crunch Disrupt di Londra, stia presentando una doccia elettronica. Certo, dotata di tecnologia digitale, e di un filtro autopulente che in teoria dovrebbe permettere di farvi la doccia sette volte con la stessa acqua – una specie di fontana pubblica 2.0 –, ma la chiusa suona comunque un po’ sopra le righe. La propensione all’iperbole, solo apparentemente politico-morale, riflette in pieno lo spirito dell’economia delle startup e dell’evento organizzato da Tech Crunch, uno dei più influenti – e competenti – siti tecnologici al mondo.

Per arrivare qui, ieri sera sono atterrato in un aeroporto fuori Londra dove tutta la procedura d’ingresso è automatizzata come in una puntata di Black Mirror. Un percorso forzato dentro delle transenne mi ha diretto dentro dei tornelli, lì una telecamera nascosta dietro un vetro ha analizzato il mio volto, mentre un’altra scannerizzava il mio passaporto, infine, con un lieve rumore pneumatico, la barriera si è aperta permettendomi l’ingresso in Gran Bretagna senza che nel processo avessi avuto a che fare con alcun essere umano.

Ora Jordan Crook, una ragazza che ricorda la standup comedian Amy Schumer e che alla veneranda età di ventisette anni è presentatrice e senior writer di Tech Cruch, prende in giro con ironici modi da maschiaccio il pubblico per lo scarso entusiasmo. I presenti in effetti ascoltano attentamente e prendono appunti sui loro MacBook (entrare qui costa 600 euro al giorno, più IVA), ma non ruggiscono in maniera primordiale ogni volta che qualcuno mostra una nuova funzionalità su uno schermo. Non c’è insomma il clima a metà fra un sabba e un discorso di Mel Gibson in Braveheart che contraddistingue i Keynote Apple. Siamo in Europa, e si sente. Atteggiamenti della platea a parte, il Disrupt del titolo starebbe a significare che qui le cose si cambiano sul serio, si ricomincia da zero, si cambia il mondo. «In meglio» è un postulato automatico che non deriva da valutazioni filosofiche, politiche o da bar, ma in modo molto lineare dal successo sul mercato dell’azienda con propositi rivoluzionari: se il nuovo servizio genera profitti e diventa «un unicorno», ovvero supera la valutazione di un miliardo di dollari – il famigerato billion sotto il quale qui non sei nessuno – allora il cambiamento è stato necessariamente per il meglio e per l’umanità tutta, non solo per quelli che hanno visto il miliardino, reale o teorico, depositarsi fragrante sui loro IBAN. Nei discorsi dietro le porte della Copper Box Arena, al centro del Queen Elizabeth Park, il resto dell’umanità esiste solo ed esclusivamente in forma di consumatore. Migliorare il mondo significa realizzare servizi digitali che le persone vogliano usare, un utilizzo che è considerato la più assoluta forma di consenso. Altro non serve, anzi è un impedimento che va superato, tanto meglio se chi lo pone è un vecchio dinosauro analogico: quando capirà da dove è arrivato il meteorite, per lui sarà già troppo tardi. Giornalisti, albergatori e tassisti ne sanno qualcosa. Tutto questo è Disruption.  (CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

Porcellum: il Parlamento italiano è illegittimo?

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE.

 

«Non ce la faccio più» spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del Transatlantico, il luogo dove si fabbricano quelle cinque, dieci pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso quelli più irrilevanti, visto che per comunicare le informazioni buone ed esclusive ci sono metodi migliori, strategie visionarie e clandestine come: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta, e si confabula alacremente. La topografia del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro.Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

 

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

Intervista Serpico

«Ehi, vaffanculo» sono le prime affettuose parole, in italiano, che mi rivolge Frank Serpico, quando mi vede arrivare sull’auto a noleggio. Poi scoppia a ridere. L’uomo che ha cambiato la storia del dipartimento di Polizia di New York, diventando così il più famoso simbolo mondiale della lotta alla corruzione, è un vecchietto magro in occhiali da sole. Se ne sta seduto con un sorriso sornione al tavolino di un piccolo diner sull’Hudson, ed è incazzato perché sono in ritardo.

Qualche ragione ce l’ha, anche se è stato lui a cambiare luogo dell’incontro poche ore prima, dopo giorni di chiamate, messaggi, mail, domande, dubbi. Anche se per tutto il tempo Frank non ha mai smesso di essere cortese, non capivo bene dove finisse la paranoia e dove iniziasse il personaggio, ma sapevo anche che alla fine le interviste le concede quasi sempre. Nella contrattazione a un certo punto si è aperto uno spiraglio.

«Mercoledì mi hanno invitato all’Onu,» mi ha detto al telefono «ma non so se ho voglia di andarci, sono tutti corrotti anche lì».

(CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

Andrew O’Hagan e la scissione digitale dell’io

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Sabato 25 novembre alle ore 17 sarò alla Triennale di Milano per un dialogo con O’Hagan intitolato “Vite segrete e identità digitali” nell’ambito di #Studiointriennale.

Articolo pubblicato su La Stampa – 11.11.17. 

Provate a immaginare la prossima polemica online, probabilmente non riuscirete ad indovinarne il contenuto, ma avete buone possibilità di sapere, fin da ora, come si svilupperà. Ci sarà un forte presa di posizione di stampo morale contro una persona (pubblica o fino a quel momento sconosciuta, è quasi indifferente), seguirà un linciaggio digitale poi la notizia uscirà dalla bolla di pensiero unilaterale in cui ha preso forma e arriverà a qualcuno che prenderà con forza le parti dell’accusato. A chiusura del ciclo qualcun altro farà notare che questo sviluppo, compreso anche il suo commento, è il frutto della ferrea legge che regolamenta ogni “flame” ovvero di ogni polemica su internet. A questo punto si passerà al prossimo rogo rituale.

In altri termini ogni possibile valore di verità di una proposizione è contenuto ed esplicitato di per sé stesso appena la proposizione entra nel web. Estremizzando un po’ e guardando il tutto da una distanza sufficiente, è la notte dove tutti gli status sono veri e falsi contemporaneamente. Si potrebbe obbiettare che in fondo questa è sempre stata la struttura di ogni dibattito, ma l’accelerazione del tempo, l’universalità dell’accesso e l’incessante ripetizione del processo, sono cose che solo internet rende possibili e portano la crisi del concetto di verità ad un livello inedito.

Sarebbe materia per diversi saggi, ma Andrew O’Hagan in La vita segreta utilizza un approccio probabilmente più efficace, considerato lo stato di disgregazione del discorso, e scrive tre exempla sul tema dell’identità. Se il discorso pubblico, afflitto da bulimia digitale, non gode di ottima salute, cosa dire del concetto stesso di identità?

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La vita segreta di Andrew O’Hagan

O’Hagan affianca per lungo tempo tre persone che esemplificano, appunto, una parte importante dello spirito d’internet: il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, il presunto Satoshi Nakamoto (Craig Wright) ovvero il misterioso inventore del Bitcoin e della Blockchain – una tecnologia che oggi viene considerata dagli investitori l’equivalente di internet negli anni ’90 – , e Ronnie Pinn, un’identità totalmente fittizia creata da O’Hagan a partire dal certificato di nascita di un ragazzo morto in giovane età, un avatar che si rivelerà in grado di comprare marjuana, eroina ed armi sul deep web, così come di avere amici su facebook e un piccolo manipolo di follower su twitter.

Il lavoro di ricerca di O’Hagan è oggettivamente imponente, così come lo è la massa di dati che si trova a maneggiare, informazioni che spesso non sono facili da comunicare in una forma non specialistica, ma a parte qualche rallentamento, soprattutto nel pezzo sul presunto Satoshi, la capacità espositiva dello scrittore scozzese è notevole. A fuoco appaiono soprattutto le osservazioni attorno al tema dell’io nel tempo del web – la rete – sostiene lo scrittore – ha privato la letteratura del monopolio sul tema classico del “doppio”, scalandolo, per usare un termine caro al mondo digitale, a questione del “multiplo”.

Così il militante Assange si rivela un piccolo despota, incoerente e viziato, perennemente in guerra con gli esponenti della sua fazione, pubblicamente è un simbolo della trasparenza assoluta ma privatamente è scorretto e ossessionato dal controllo, una sorta di rovescio grottesco delle istituzioni che attacca. O’Hagan è bravo abbastanza da far sorgere il dubbio che Assange giochi semplicemente un’altra partita, quella in cui ogni azione e ogni frase nel mondo reale sono pensati solo come armi da brandire su twitter e sulle altre arene digitali, lì dove si gioca la battaglia per il consenso attorno ai princìpi generali. Lo fa passando con indifferenza sopra le persone reali, incapaci di fornire la stessa ricompensa adrenalinica di un plebiscito digitale.

Più interessante ancora è la figura di Craig Wright, costretto da alcune disavventure economiche a rivelare la sua identità di Satoshi Nakamoto, o quanto meno di membro della squadra che ha creato Satoshi. Nel farlo è ossessionato dalle persone che non crederanno alla rivelazione, sa di avere un pessimo carattere, pressoché nessun carisma e di non essere complessivamente all’altezza del mito di Satoshi e incomincia così a sabotarsi in maniera sistematica. Scisso fra diverse identità, tra il desiderio di rimanere nascosto e quello di ricevere riconoscimento, prova il desiderio di primeggiare ma sempre attraverso il filtro di sicurezza di un computer.

Il libro di O’Hagan è soprattutto questo, la storia di persone prive di capacità sociali (o addirittura inesistenti) che grazie alla conoscenza della macchina raggiungono un potere enorme sul resto dell’umanità, eppure trovano il loro vero sé solo davanti ad uno schermo, perché solo la macchina tutela la loro natura molteplice e gli permette di essere contemporaneamente una cosa e il suo contrario.

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L’epidemia senza fine (IL magazine – Sole 24 ore)

Da oggi il pezzo della coverstory di IL è anche online

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde tramite un vettore, la cicalina sputacchina. Gli ulivi, una volta infetti, rimangono asintomatici per una fase che dura all’incirca un anno e mezzo, un periodo in cui sembrano in forma smagliante ma in realtà sono già un deposito di inoculo e fanno quindi da base per l’infezione degli alberi vicini, come una sorta di zombie vegetali. Per questo i protocolli internazionali richiedono l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli nelle immediate vicinanze. Strategie di eradicazione che comprendano – oltre al controllo del vettore tramite trattamenti e buone pratiche agricole – gli sradicamenti degli alberi sono la norma quando patogeni pericolosi arrivano su un nuovo territorio. In Australia per un fungo del banano sono state sradicate le piante nel raggio di un chilometro da quelle infette, in Canada per il plum pox virus l’area fu di 500 metri. In Francia, dove recentemente è comparsa un’altra sottospecie di Xylella, si stanno seguendo le procedure internazionali, sradicamenti compresi, e non ci sono notizie di proteste. Nel Salento, al contrario, il concetto apparentemente non molto complicato che per salvare gli 11 milioni di alberi della provincia (senza contare quelli nel resto della Puglia e dell’Italia e del bacino mediterraneo) dall’infezione del batterio senza cura ci sarebbe stato bisogno di abbattere quelli malati non è mai passato presso la popolazione, né presso i politici e nemmeno, almeno per i primi due anni della crisi, presso le associazioni di categoria. Così, nel giro di un paio di anni, il Salento è diventato “Zona infetta”, dove non si prova nemmeno più a eradicare il batterio. La notizia fu accolta da molti con gioia, anche se di fatto equivaleva a una lenta ma inesorabile condanna a morte di tutti gli alberi della provincia. Da quando seguo questa storia ho imparato a conoscere il riso amaro di Melcarne quando racconta aneddoti su quello a cui ha assistito, come una riunione di un’associazione di categoria in cui dal pubblico a un certo punto qualcuno si alzò per dire: «Io tengo un libro di cure giapponese di 1.000 pagine, e vuoi che in 1.000 pagine non c’è manco una cura per Xyella?».

(Continua a leggere su IL)

il cartaceo del n.89 è ancora in edicola fino a metà ottobre:

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UNA MODESTA PROPOSTA: SOPPALCHIAMO IL SALENTO

(La spiaggia di Torre dell’Orso il 15 agosto 2016)

(dal Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce del 19.08.2016)

Il 15 agosto ho osservato la spiaggia di Torre dell’orso dall’alto, era circa l’una di pomeriggio, gli ombrelloni s’infilavano inesorabili fino alla pineta e nessuno, nemmeno un chirurgo, sarebbe riuscito ad aggiungerci un altro spillo. Poco più in là, a Roca, la piscina naturale della Poesia, altra icona salentina, ricordava una di quelle foto di cinesi in ferie al fiume uno accanto all’altro, a contatto praticamente epidermico. Può darsi che nascano interessanti e inaspettate storie d’amore- o delle epidemie- ma di fronte a queste scene mi sembra chiaro che per sostenere ulteriormente il modello di sviluppo turistico “a branco di Gnù” che il Salento ha imboccato negli ultimi anni servano delle innovazioni tecnologiche.È assolutamente necessario per poter continuare ad celebrare ogni anno aumenti del 10, 20, 30, mille mila per cento delle presenze, anche senza l’aiuto dei peggiori, ma fra i più efficaci, tour operator della storia: i fondamentalisti islamici.

Si tratta quindi di essere creativi. Propongo perciò come prima cosa di soppalcare le spiagge, in questo modo non solo si raddoppierebbe la capienza ma si risparmierebbe in ombrelloni, perché al piano terra non ce ne sarebbe bisogno, mentre chi volesse prendere il sole potrebbe salire al piano superiore con delle comode scale a chiocciola che per ridurre l’impatto ambientale realizzerei in alluminio anodizzato, materiale molto amato dalle tartarughe che nidificano da queste parti.

Potrebbe rimanere scomodo raggiungere il mare e, una volta giunti al bagnasciuga, farsi largo fra i bagnanti fino a riuscire ad aprire le braccia e nuotare. Per risolvere questo problema propongo l’istituzione di comode catapulte che scaglino i turisti verso le boe dei trecento metri, ottimizzando così lo spazio balneabile. Certo si dovrebbero prevedere esenzioni per gli anziani e malati di cuore, ma pensiamo per un istante anche al divertimento per i più piccoli, sempre affamati di tuffi. Senza considerare che poi il caratteristico rumore di catapulta – e di bagnante in volo -, all’incirca “CLONK-uarruahrhegrgghhhhh” potrebbe diventare la rilassante colonna sonora dell’estate.

Risolto così il problema delle spiagge pensiamo anche ad intrattenere il turista quando non sta sguazzando. A Ibiza, tedeschi e inglesi di tutte le età si riuniscono sulle spiagge per contemplare il tramonto e alla fine applaudono come un italiano all’atterraggio di un volo Ryanair. Per un turista nordico un tramonto sul mediterraneo è un evento raro e prezioso, seguendo questo principio di scarsità e declinandolo in accezione salentina, propongo l’istituzione di contemplazioni collettive di parcheggi liberi. Gruppi di persone che fissino a lungo qualche anfratto da cui sembra uscire una famiglia in 500. Mentre i nord europei alle Baleari applaudono il sole inabissato, qui si potrebbe concludere il rito con un catartico e collettivo “CHE STAI USCENDO?”.

Infine servono creatività e valorizzazione delle differenze. Pochi giorni fa cenando con amici in un noto ristorante del centro di Lecce, abbiamo ricevuto l’antipasto dopo le portate principali e, non essendo gli unici ad aver subito questa sorte, abbiamo anche assistito a plateali strigliate del proprietario al personale. Ora tutto questo può diventare una risorsa: immaginiamo campagne pubblicitarie internazionali ( una volta vidi – davvero- i faraglioni delle due sorelle in una stazione della metropolitana di New York) con il claim “Salento: genio e sregolatezza” oppure “Lecce, sovvertiamo l’ordine” e nell’immagine copiosi antipasti serviti ad un tavolo dove giacciono lische di pesce o ossa di costate ormai rosicchiate. Per coloro che si affidassero ancora alle guide turistiche e non ai sistemi di rating online, si potrebbero contattare degli editori che aiutino a valorizzare le usanze locali attraverso un corretto inquadramento storico. Insomma, turismo culturale.   Ad esempio:
“URLO (Antica usanza). Apparentemente le proteste a voce alta del proprietario di un locale contro il suo personale sembrano una pezza peggiore del buco ma in Salento sono al contrario un portato ed una preziosa eredità dei borbonici “moti del fornello” violenti e caratteristici tenzoni fra i lavoratori delle cucine che, brandendo spiedi e coltellacci, si sfidavano fino alla morte di uno dei contendenti per decidere con quali contorni servire quel giorno il pesce. Era un periodo in cui la mortalità dei camerieri era particolarmente alta”. Insomma cari amici creiamo valore aggiunto, rimpolpiamo il substrato culturale o questa magnifica crescita infinita potrebbe concludersi e, dio non voglia, il Salento potrebbe tornare un giorno ad essere un posto dove quando vai in spiaggia vedi il mare.

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Reportage: I PROBLEMI SONO ALTRI

 

Il nome è la religione dei graffiti.

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Stringo il cappuccio della felpa e respiro l’odore chimico della bomboletta, una Montana hardcore, più di quindici anni dopo la fine della mia brevissima e mai particolarmente convinta carriera di writer. Avrò avuto sì e no sedici anni, e l’episodio culminante di quella breve epoca fu la fuga da una Punto piena di poliziotti in borghese. Eravamo tre, io scappai in bici prendendo in pieno un marciapiede alto trenta centimetri a quaranta all’ora e distrussi il cerchione davanti senza che questo riuscisse a fermarmi. Uno dei miei amici girato l’angolo si lanciò a pesce dentro un bidone dell’immondizia, mentre l’altro, quello più scuro (i casi della vita), venne fermato. O meglio, si lanciarono tutti su di lui, facilitandoci la fuga. Per sua fortuna venne fuori che era l’antidroga. Pensavano fossimo spacciatori e quando videro il graffito, un orribile puppett dai tratti che volevano essere loschi e gangsta, ma erano soprattutto brutti, si misero a ridere.

In compenso ancora oggi mio padre, che ignora la storia, sostiene che rompo le bici: «Come quando hai distrutto un cerchione perché sei troppo pigro per scendere quando incontri un marciapiede». Dopo tutto questo tempo potrei raccontargli la verità, ma in fondo sarebbe troppo faticoso, il che in un senso più ampio gli dà ragione.

Rispetto a quell’epoca d’incoscienza adolescenziale e pedalate adrenaliniche, l’operazione in cui mi ritrovo nell’autunno del 2014 ha più spiccati caratteri militari. Assieme a un writer e a un fotografo stiamo saltando dalla massicciata di un ponte direttamente dentro un deposito di Trenitalia, e tutto quello che riesco a pensare è un titolo, “Giornalista rimane paralizzato durante un servizio sul writing”. Eppure l’unico modo per entrare è quello. Marco, che ovviamente non si chiama davvero così, ha preparato tutto nei dettagli. Ha vent’otto anni, per sua stessa ammissione tanti per un writer ancora in attività sui treni. Siamo nella sua yard, e una delle richieste per acconsentire a farsi accompagnare è stata la riservatezza assoluta sul nome della città, Basti quindi dire che siamo nella pianura Padana. Dopo nemmeno dieci minuti Marco ha finito di tracciare il perimetro del pezzo, e si appresta a cominciare il riempimento. Con lo sfondo, la ridefinizione dei contorni a negativo e i riflessi, ci vorranno altri venti minuti buoni. Molto più tempo che c’è voluto per arrivare fino a qua, sui binari alle spalle di un writer in azione.

È iniziato tutto un paio di mesi prima. Chi non lavora per i giornali forse immagina che il reclutamento di un nuovo autore passi da una serie di auliche conversazioni su come giungere ad un’apollinea convergenza fra letteratura e informazione,e soddisfare così un pubblico ugualmente avido di novità e sperimentazione. Nella realtà le cose sono più sbrigative e brutali, simili a un dialogo fra idraulici. Idraulici cresciuti da un branco di lupi. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)