Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 6

“LASCIA STARE LA GALLINA” (Bompiani) è in libreria

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(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una presentazione del mio libro ma parlerò assieme ad Andrea Girolami del suo di libro, che è molto bello anche se non ha una gallina in copertina e non succedono cose turpi)

Bolzano 18 giugno h.19 Pippo stage host: Fabio Gobbato

Trento 19 giugno h 18 Bookique Trento feat Anansi

Lecce 27 giugno Feltrinelli

Cosenza 28 luglio Libreria Mondadori  (premio sila 49)

Gubbio – Doc Fest 9 agosto

Torre dell’Orso (le) 11 Agosto La Casaccia

San Cataldo (le) 18 Agosto Lido York

 

per richieste di organizzazione di presentazioni o incontri   quitthedoner@mail.com

 

IMG_2661(Torre dell’Orso. Uno dei luoghi del romanzo)

 

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“Hotel immagine” di Simone Donati e un po’ anche mio

 

I nomi collettivi servono a far confusione. “Popolo, pubblico… “Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri

E. Flaiano

Qualche tempo fa ricevetti un email di un fotografo che mi chiedeva di scrivere postfazione e didascalie per un libro di foto sull’Italia. Si chiamava Simone Donati e lavorava per Der Spiegel Le Monde, Newsweek , Internazionale e l’Espresso e soprattutto era molto bravo, per cui gli dissi di sì.

Mercoledì 23  alle ore 21 io e Simone saremo alla Fabbrica del vapore a Milano a presentare quello che ne è venuto fuori.

Il lavoro di Simone per questa raccolta ruota attorno ad alcuni luoghi d’Italia dove l’immagine si fonde con la fede, la massa con l’identità il tricolore con una serie di cose di cui pubblicamente tendiamo a vergognarci ma che poi, per dire, ubriacandoci a cena con dei tedeschi finiremmo probabilmente per difendere, almeno un po’ o almeno alcune.

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(questa ad esempio no)

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La tribù che racconta storie – Gottschall e l’analisi evolutiva delle serie tv (Venerdì di Repubblica)

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(il miglior personaggio negativo di serie tv mentre guarda una serie tv)

Intervista a Jonathan Gottschall –  pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 27.2.2015

Pittsburgh. Nel racconto le “Api, parte prima” lo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon racconta di come, durante la sua infanzia nella Iugoslavia di Tito, suo padre avesse trascinato tutta la famiglia fuori da una sala cinematografica in cui veniva proiettato un film di avventura,  all’urlo di “che stupidata” e “compagni non credeteci”

Ripenso a questa scena camminando per una Pittsburgh ventosa e gelata verso il bar in cui ho un appuntamento con Jonathan Gottschall, autore di “L’istinto di narrare”, un saggio sul legame inscindibile che corre fra gli esseri umani e la capacità di raccontare storie.  Secondo Gottschall persino un “iperrealista” come il padre di Hemon subiva il fascino delle storie di finzione, probabilmente però in ambiti in cui non ne aveva l’esatta percezione. In questo non era solo visto che lo stesso accade ogni giorno a tutti noi, basti pensare che, secondo recenti studi, sognare a occhi aperti è lo stato di default della mente e passiamo la metà delle nostre ore di veglia elaborando fantasie, il più delle volte brevi, essendo la loro durata media 14 secondi. Inoltre consumiamo continuamente storie prodotte da altri, attraverso ogni tipo di media,  e tutto questo non accade per caso.

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(l’edizione italiana di “the storytelling animal” di Jonathan Gottschall)

“All’inizio del libro parlo di due ipotetiche tribù ancestrali: quella della pratica e quella delle storie. Quella della pratica non faceva altro che lavorare, quella delle storie invece alternava le sue attività, all’usanza di raccontare storie immaginarie. Contrariamente ad ogni aspettativa, quella che è sopravvissuta è la seconda. Quella tribù siamo noi” mi spiega Gottschall versando birra light da una caraffa gigantesca. Il locale si è rivelato essere uno sports bar per studenti di college, pieno di televisori sintonizzati su eventi sportivi. Tra poco inizierà la partita dei Pittsburgh Penguins, la squadra di hockey della città, lo so perché nell’ ascensore dell’albergo ho incontrato un tizio vestito da pinguino.

Lo sport è in grado di suscitare forte immedesimazione e il modo di raccontarlo dei media americani, che va molto oltre il “Dovremo dare il 110% e il mister deciderà cos’è meglio” a cui siamo tristemente abituati in Italia,  aiuta a trasformare i campionati professionistici in una miriade di storie affascinanti con archi narrativi, svolte, ostacoli, momenti epici. È stato quest’approccio che negli ultimi anni ha fatto aumentare, e di molto, il pubblico femminile delle leghe professionistiche americane. Le storie infatti interessano a tutti.  Ma lo sport non è l’unico legame che l’atto del giocare ha con le storie “La prima forma di proto-narrazione, quella di cui sono capaci anche molti animali” spiega Gottschall “è la pratica di fingersi qualcos’altro, e ciò ha una funzione strettamente evolutiva, serve ad avvicinarsi gradualmente ai problemi e ai pericoli, entrarci in confidenza, imparare a superarli e poi esorcizzarli. Le storie assolvono la stessa funzione per gli adulti, ma essendo strutture complesse hanno molti usi potenziali. Nel libro uso l’esempio della mano, che può essere uno strumento per aggredire, mangiare, comunicare, amare. Le storie funzionano allo stesso modo, servono a molti fini, come ad esempio portare le persone nel mezzo delle informazioni che si vogliono comunicare, rendendole così più interessanti e più facili da ricordare. Detto questo credo che il fattore evolutivo più importante sia comunque sempre il variegato rapporto che le storie intrattengono con il male, fornendoci la capacità di rapportarci ad esso e conseguentemente un posto nel mondo”.

Dai Sopranos in poi si è affermato, prima nelle produzioni americane e poi in quelle di  altri paesi, un nuovo tipo di serialità televisiva la cui caratteristica dominante è un elevato grado di realismo e protagonisti negativi, i cosiddetti anti-eroi. Non dei “nemici” ma dei veri e propri protagonisti che compiono spesso cose tremende. Chiedo a Gottschall se questo aumentare della dose di male tollerato nelle grandi narrazioni popolari serva a esorcizzare una crescente sofferenza, e a questo proposito non ha molti dubbi “No, non credo. Di anti-eroi le storie sono piene da sempre, basta pensare a Lucifero o a Macbeth. Ma ammettiamo pure per un momento che ci sia un picco di anti-eroi in questo momento storico. Personalmente sono affascinato da queste narrazioni perché se le osservi attentamente, ti accorgi che l’universo morale rimane lo stesso di tutte quelle precedenti. Tony Soprano ad esempio è un personaggio affascinante e cattivo ma alla fine paga per questo, e tutto si ricompone”.

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(Gli Shelby, brava gente)

C’è una serie, prodotta da Bbc e trasmessa in America da Netflix che sta impegnano le riflessioni di Gottschall.  È Peaky Blinders, un piccolo capolavoro scritto da Steven Knight, che narra la vorticosa e spietata ascesa sociale di una gang di allibratori di Birmingham nel primo dopoguerra. “Thomas Shelby, il protagonista, è uno dei personaggi principali più feroci mai visti sullo schermo, eppure è difficile non empatizzare con lui. Ci sto riflettendo in questo periodo e la spiegazione che mi sono dato fino a questo momento è che il personaggio funziona perché per quanto cattivo quelli attorno a lui sono anche peggio, e in genere se compie atti apparentemente ingiustificabili come uccidere un innocente è sempre per effetto di un ricatto”.

Si muovono i confini, il buono e il cattivo si scambiano i ruoli, tutto diventa meno netto, più simile, cioè, alla realtà, ma l’equilibrio morale complessivo della storia non cambia davvero. In questa concezione delle storie è difficile non pensare che ci sia profondo retaggio americano, Gottschall però non è d’accordo “Ho studiato storie di provenienti da molte culture diverse, non solo da quella americana, e il risultato è sempre lo stesso, le grandi narrazioni se analizzate in profondità hanno sempre alla base una forte idea di bene e di male”. La sua tesi è che su questo si fondi la loro funzione evolutiva, sulla capacità, cioè, di delineare un mondo morale, distinguere il giusto dallo sbagliato, funzione necessaria alla prosecuzione della specie. Ma se le storie servono a dare i contorni alla verità quali sono i rischi in mondo in cui siamo raggiunti ogni giorno da decine se non centinaia di microstorie su telefoni, computer, televisori e altri apparecchi?

“Effettivamente non c’è mai stata una simile abbondanza di storie. Basta accendere un computer e ne hai quante ne vuoi, gratis, immediatamente. Non sono mai state così a buon mercato. Al tempo stesso le storie ben narrate sono in grado di alterare i giudizi, i politici e le aziende sono sempre più consci di questa potenzialità. Uno dei rischi quindi è sicuramente quello della manipolazione” Ma non è il solo, c’è un punto nel finale del suo libro in cui Gottschall riflette sul futuro delle storie applicate al gaming e coltiva il dubbio che forse, sì, il romanzo è morto ma al tempo stesso non lo sono le storie che saranno sempre più integrate dentro dispositivi di realtà virtuale. “In questo c’è ovviamente un altro tipo di rischio. Basta pensare al ponte-ologrammi di Star Trek the next generation: quella storia è un’utopia quindi i protagonisti a un certo punto escono dalla realtà virtuale e tornano alla loro vita, ma nella realtà chi lo farebbe davvero? Chi, potendo fare quello che vuole in un mondo immaginario, sceglierebbe di andare a lavorare da Burger King?”. Nonostante l’inscindibile legame fra vita umana e storie, è bene infatti ricordare che si tratta di due cose bene diverse “La storia è una struttura che rimodella elementi della vita in un insieme dotato di senso, cosa che spesso non di può dire della vita ”.Esattamente quello che sosteneva Truman Capote quando diceva che  “La differenza tra realtà e finzione è che la finzione deve essere coerente”. Forse era questo quello che il padre di Hemon non riusciva a sopportare.

 

Dicono di QUITALY

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Una splendida capacità di vedere le cose e una scrittura così brillante da trasformare più o meno tutte le mostruosità in ritratti acuti e divertenti

Il Sole 24 ore

Il libro mostra il talento di questo immersive journalist dalla scrittura veloce e le idee chiare

Internazionale

Una voce brillante e originale che coglie alla perfezione lo spirito dei tempi

La Repubblica

Si è fatto conoscere grazie a inchieste insolite e irriverenti per un eccezionale senso dell’humour, per l’acutezza dello sguardo, per la felicità della scrittura

Goffredo Fofi su Lo Straniero

Non perdetevi questo libro

Huffington Post

Reportage fra l’ironico e il narrativo sul modello del giornalismo americano o forse del libello settecentesco alla Candide

L’Unità

Un fenomeno in rete racconta un paese narcisista ed eccessivo

Panorama

Disponibile in libreria e online su:

 

Ibs

Feltrinelli

Amazon

Hoepli

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Il giorno in cui l’emozione superò la notizia

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(Le rivoluzioni nascono in provincia)

 

NOTA: Questo racconto è apparso originariamente nel luglio 2014 su Linkiesta, il  12.03.21 Repubblica è uscita con questa prima pagina: 

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Sulle prime il sorpasso dell’emozione sulla notizia generò un certo grado di scandalo, commenti caustici, battute ironiche, sdegno, predicozzi, annunci d’imminenti apocalissi, la maggior parte dei quali su Facebook ma in qualche caso anche fra persone con un lavoro.

La svolta in realtà era nell’aria da tempo. L’emozione, scalpitante, subdola e già segretamente al comando, innervava la cronaca da decenni, accontentandosi però di dettare, con lo spietato automatismo di chi non deve certo spiegare cose ovvie, la scelta degli aggettivi e degli avverbi, generando prese di posizione evidenti ma astutamente accucciate alle spalle dei sostantivi e dei fatti, con l’atteggiamento complottante di chi si prepara a uno scherzone ai danni delle coscienze degli italiani.

Così la vittima del pirata della strada era per definizione “innocente” anche se magari fra le mura di casa torturava furetti tenerosi, in banca possedeva azioni di aziende di armi e in cucina non asciugava mai bene i piatti dopo averli lavati. La vita dell’accusato di un omicidio particolarmente infame e degradante veniva all’opposto scandagliata alla ricerca di qualsiasi cosa che per quanto ovvia e diffusa fosse in grado, forte del nuovo contesto di linciaggio sociale, di generare feroci vampate di sdegno popolare, alzate di forconi e la sensazione di possedere una, per quanto ridotta all’osso e assai generica, superiorità civica.

“Grazie alle analisi costate 24 milioni di euro e una serie poliziesca interpretata da una muta di cani antropomorfi su Canale 5, gli inquirenti hanno trovato sul computer del presunto killer di Castenedolo le prove che nel 2004, 9 anni prima del delitto, il signor Nunzio Capro avrebbe guardato un porno”

Egli dunque non solo era un assassino ma anche era proprio come noi, un motivo in più per odiarlo.

“Il filmetto pornografico rinvenuto sul computer dell’operaio specializzato del bresciano, sarebbe inoltre di particolare scabrosità, (nel titolo c’è la parola Hardcore, in inglese “zozzissimo”), un tenore che il Fatto quotidiano è in grado di ricostruire nello specchietto-inchiesta di Beatrice Borromeo.”

IL VIDEO ZOZZISSIMO DELL’ASSASSINO di B. Borromeo

Tutto inizia con l’arrivo del ragazzo delle pizze (timido quattordicenne introverso che ascolta solo Dente), ma a sorpresa quello parallelo alla sua gamba non è un ombrello…

Tuttavia tutto questo mischiare la cronaca con il commento non solo peggiorava la prima e prosciugava di originalità il secondo, ma richiedeva un sacco di sforzo che in molti incominciavano a subodorare essere inutile. Le prime sperimentazioni per l’ambizioso obbiettivo lavoro zero si mossero sulle orme ideologiche del Quizzy, il giustamente dimenticato telecomando per rispondere ai quiz da casa inventato dal pioniere della Silicon Valley, Mike Buongiorno.

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(Il Quizzy)

L’idea era quella di sviluppare una sorta di ostracismo digitale esteso non solo alla cacciata dei reprobi ma anche alla libera espressione di tutto il colorito ventaglio di emozioni di cui è capace l’uomo. Da “bruciare altra etnia come reazione all’ennesima bollette del gas insensata” a “inesauribile gioia tantrica per gli sconti al centro commerciale”, compreso. Si trattava in altri termini di esortare il popolo tutto a esprimere liberamente i suoi istinti incontrollati, per il nobile scopo civico di migliorare gli acquisti dei quotidiani o il tempo di permanenza in pagina.

Mentre i massimi esperti pianificavano la strategia di fronte a pile di tazzine caffè e altro cibo-stereotipo per indicare “duro lavoro”, uno stagista fece notare che utilizzare il termine “ostracismo” avrebbe avuto le seguenti controindicazioni:

37% di commenti tronfiamente compiaciuti della propria ignoranza “ho smesso di leggere a “ostracismo”

27% di “TL:DR. Una parola di 10 lettere… tiratevela di meno, merde. ”

13% di “Tiratevela ha 10 lettere, cretino”

 

I saggi ringraziarono commossi lo stagista e dopo averlo licenziato per insubordinazione, incominciarono a cercare un nuovo metodo. Si decise allora di approntare un sistema da quello a immagini della sonda Pioneer, se poteva funzionare per le misteriose creature dell’universo che forse non avevano un linguaggio, c’erano buone speranze che fosse intellegibile anche al popolo dell’internet. Questo fu il risultato, qui ritratto nella sua versione sul sito del Corriere:

 

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(screenshot dell’ultima volta che ho usato il sistema di voto di Corriere.it)

Non male, ma il sistema presentava ancora due svantaggi:

  1. Nonostante la possibile manipolazione emotiva dentro gli articoli questo approccio presupponeva che fossero i lettori ad esprimere il loro parere, seppur ridotto a 5 faccette assertive.
  2. (direttamente conseguente) bisognava ancora scrivere gli articoli, il che costava indubbiamente fatica.

La vera svolta, il cambio di paradigma e il nuovo modo di concepire il problema germogliò a Bologna, città la cui storia era già ricca di trovate autenticamente geniali, una fra tutte il Liber Paradisus con cui, nel 1256, il Comune abolì la servitù della gleba perché dopo aver fatto due conti si era reso conto che se liberati e sottoposti a tassazione i servi avrebbero fruttato di più.

Questa volta fu il locale “Resto del Carlino” a rendersi conto che cercare di insufflare emozione nei fatti di cronaca era uno sforzo inutile e condizionato da una visione del mondo non più supportata dai fatti.

 

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Perché tutte queste remore, perché questa ipocrisia di fondo? Non erano forse plebiscitariamente convinti che a far vendere fosse l’emozione e non certo la notizia? E allora, molto pragmaticamente, era ora di rivoluzionare le priorità e non star lì a pettinare le bambole della deontologia. La soluzione era sotto gli occhi di tutti: dare una chiara e semplice indicazione al lettore, risparmiandoli il faticoso compito di crearsi un’emozione mentre lo si manipolava con le sberle dello stile e lo si infilzava con le armi bianche delle frasi fatte.

Era l’uovo di Colombo.

Una soluzione talmente ovvia ed efficace che di lì a poco fu copiata da tutti. Presto le Home page dei giornali diventarono un unico gigantesco collage di emozioni suggerite.

IRA. INVIDIA. ODIO. GIOIA CALCISTICA. GENERICO SENSO DI INGIUSTIZIA. FIDUCIA. PAURA. MATTEO TI AMA. INDIGNAZIONE. INDIGNAZIONE X 2. SCHADENFREUDE PER CHI NON SA COSA SIGNIFICA SCHADENFREUDE. PASSIVITÀ. FEDE. TERRORE. MATTEO ANCHE SE SEI ORMAI NEI TUOI ANTA UN LIMONE TE LO DAREBBE COMUNQUE. DESIDERIO. DISPERAZIONE. SPERANZA. EMULAZIONE. FAME. BLU. TRIANGOLO.

L’unico sentimento vietato era “indifferenza” poiché tutto questo nuovo sistema d’informazione era detto “era dell’engagement”. La gente, come sempre, si abituò in fretta e in capo a pochi mesi non apriva più nemmeno gli articoli, gli bastavano i titoli. Se quel giorno la giornata era iniziata male, tuo figlio aveva gli orecchioni e il medico di turno non si vedeva, oppure ormai era luglio inoltrato e non avevi ancora ricevuto dal giornale per cui lavoravi metà dello stipendio di giugno (coff coff), bastava scegliere un pezzo che recitasse “INDIGNAZIONE” e condividerlo a scatola chiusa sui social. Non c’era bisogno di altro, era un ottimo rimedio alla cacofonia dell’informazione e si risparmiava pure un sacco di tempo. La cosa positiva era che quando fior fior di giornalisti scrivevano lunghi editoriali per descrivere questa nuova era come il tempo delle opportunità per chi avesse voluto narrare la realtà senza passatismi e inutili lamentele, nessuno andava oltre il titolo “OPPORTUNITà”.

Presto furono sviluppate App in grado di spedire lo stato d’animo corrispondente alle news del momento direttamente sui mobile o sui nuovi dispositivi wearable.

Per aumentare la fruibilità si decise di unire la geniale trovata del Carlino (ormai studiata nei Ted Talks che da tempo avevano sostituito il sistema universitario statale) con l’ultima fase di sviluppo dell’approccio precedente, per cui nei titoli si abolirono le parole e li si sostituirono con le faccine ormai considerate vintage, che divennero così il design Braun del nuovo millennio. Se sulle Google-Lens (le lenti a contatto di Google) appariva una faccina in lacrime sapevi che qualcosa di brutto era successo, e battendo appena le palpebre avevi accesso a una rapida ricostruzione per eleganti immagini grafiche dell’avvenuto. Se si trattava di un infanticidio, appariva una mamma stilizzata che muoveva a scatti quella che sembrava una mannaia su quello che aveva tutte le sembianze di un pupo sul fasciatoio. Se invece era caduto un aereo, il disegnetto di un Boeing assumeva di colpo i puntuti contorni dell’esplosione nei fumetti.

Ma esattamente com’era successo con i titoli scritti, i fornitori del servizio si accorsero (i numeri non mentono e tutto su internet è tracciabile e, fidatevi, tracciato) che solo un 10% degli utenti riteneva necessario andare oltre la prima faccina, quella indicante l’emozione da assumere. Una percentuale non sufficiente a giustificare i costi redazionali degli articoli-disegni (Newsapp la più importante app di informazioni del mondo nel 2049 aveva 3.5 miliardi di utenti e 7 dipendenti che avrebbe volentieri ridotto a 5). Perciò Satoshi Puddu, il vulcanico fondatore sardo-nipponico di NewsApp decise di lasciare attivo solo il servizio principale.

 

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(Il vincitore del premio Pulitzer 2039)

 

Ad un occhio non abituato all’era dell’engagement le strade di una qualsiasi delle megalopoli tutte uguali della terra del 2050 avrebbero sicuramente presentato degli elementi di stranezza. Non era difficile incontrare una coppia di amici in preda all’ilarità e intenti a sorseggiare un aperitivo (Nel suo 29° anno di governo il presidente Renzi era riuscito ad imporlo come bevanda ufficiale dell’ONU in cambio della cessione degli Uffizi alla nuova potenza mondiale, lo Sri Lanka) e altrettanto facile era osservare una delle due persone incupirsi senza preavviso per alcuni lunghi secondi. Questo spegnimento emotivo accadeva in corrispondenza dell’apparire di un faccino triste sulla viscosa superficie delle Google-Lens. Osservati i secondi di lutto di ordinanza, la persona riprendeva di colpo il tono e l’umore di prima, come se nulla fosse accaduto.  Nessuno infatti poteva permettersi di ignorare la faccina perché l’indifferenza era diventato l’unico reato contro la pubblica morale, e come può capitare quando tutte le società in cui vivono svariati miliardi di persone ruotano attorno ad un unico principio etico come ad un gigantesco giunto cardanico, le punizioni tendevano ad essere pesantine. Ovviamente però in caso di brutte notizie non era necessario prendere provvedimenti pratici (anche perché non sarebbe stato chiaro in che direzione, dato l’ermetismo dei faccini) era sufficiente mostrarsi in sintonia emotiva per qualche secondo, magari ri-condividere il faccino sfiorandosi il perineo,  dove da tempo era impiantato il sensore corporale di Facebook, e il dovere del bravo cittadino era esaurito.

Ugualmente in grado di colpire un osservatore proveniente da un altro pianeta, sarebbe stata la scena di un funerale, specie se sugli occhiali del vedovo fosse comparsa la faccina rasserenata corrispondente al ritrovamento di Muffy, la cagnetta abbandonata in Corea e tornata fino al Molise a nuoto (c’erano stati grossi sviluppi anche nei valori nutrizionali del cibo per cani).  Ancora più memorabile sarebbe stata questo genere di occorrenza se tutti i partecipanti avessero avuto il loro mobile impostato sullo stesso tempo di ricezione delle notizie (i gestori del servizio tendevano a sfasare la ricezione per evitare incidenti di massa, ma famiglie o gruppi di amici potevano comunque richiedere di venire sincronizzati). In casi come questi i funerali erano interrotti da fragorosi sospiri di solivo e segni di giubilo, che a loro volta generavano notizie rappresentate da faccini sorridenti, o sdegnati, a seconda di chi riportava la notizia e di chi era il morto.

A quel punto tutto sul pianeta poteva essere riassunto in 5 emoticon e di fatto lo era.

Nessuno sapeva bene a cosa nello specifico corrispondevano quelle faccine, e a ben guardare questo significava che potevano anche non corrispondere a nulla. E fu esattamente quello che venne fuori nella primavera del 2041, quando la procura di New York indagò la seconda app d’informazioni a livello globale, Foggiaoggi.com (1,3 miliardi di utenti nel mondo), per aver diffuso faccini senza fondamento. Di quest’avvenimento però nessuno seppe mai nulla perché la copertura giornalistica dello scandalo fu un faccino indignato.

Nel 2070 Rosemary Catozzo e Franco Chan se ne stavano seduti sul prato di villa Spada a Bologna. Lui aveva intenzione di proporle di passare tutta la vita assieme e di legarsi a lei per mezzo di una certa antica tradizione contro natura eppure ancora endemicamente diffusa. Un rito di origine religiosa poi diventato anche civile con cui due persone s’impegnavano a dividersi le bollette e a pagarsi gli alimenti fino a quando sarebbero campati. Una specie di cerimonia…non gli veniva in mente la parola. Eppure anche i suoi genitori l’avevano fatto. Beh… fece per rivolgersi alla sua ragazza, in qualche modo ci sarebbe riuscito. Si sarebbero capiti anche senza quello stupido concetto. Appena ci provò si rese però conto che gli mancavano le parole. Letteralmente. In realtà tutto il suo intero pensiero non era stato altro che un susseguirsi di rappresentazioni e immagini nella sua testa

I suoi genitori che si sposano in chiesa. Lui che guardava trasognato Rosemary. Un libro di Baricco (quello era un effetto collaterale del nome Rosemary). Un tizio di mezza età che prova sguardi profondi allo specchio, (quello era l’effetto del libro di Baricco), Franco che faceva l’amore con lei e di fianco una bolletta e una calcolatrice che divideva la cifra per due.  Per ogni pensiero che ho provato ad esprimere qui in italiano, Franco aveva  prodotto una nebulosa immagine equivalente.

“Si sarebbero capiti anche senza quello stupido concetto” diventava: lui e Rosemary che correvano su un campo mano nella mano.

Assalito dall’improvvisa consapevolezza di aver perso l’uso della parola, Franco si sentì come se qualcuno gli avesse aspirato fuori l’aria dai polmoni con un compressore per droni da carico.  E a ben guardare anche questa sua angoscia era priva di parola, e altro non era che l’immagine mentale del suo volto con gli angoli esterni della bocca ben puntati a mezzaluna verso il terreno.

In un momento di consapevolezza epifanica Franco realizzò anche per la prima volta che loro due non avevano mai parlato prima.  (non parlato mai prima d’ora era: lui e rosemary muti mentre un orologio scorreva velocissimo)

Rosemary (ma a questo punto poteva essere sicuro che quello fosse veramente il suo nome?) lo stava fissando senza intuire in lui null’altro che il suo sgomento, poi però i suoi occhiali lampeggiarono e lei assunse uno sguardo prima indignato poi divertito.

Franco provò ad articolare un paio di tentativi di comunicazione basati più sulla buona volontà che su una vera strategia linguistica ma la cosa si arenò pateticamente sulla parete interna dei suoi denti. Gli tornò allora in mente sua madre, affacciata tanti anni prima sulla porta della cameretta mentre lui se ne stava sotto le coperte con l’influenza (influenza era: pezza bagnata appoggiata sulla fronte). Con un atto di sovrumana concentrazione focalizzò il ricordo sul volto della sua genitrice e zoommò sulle sue labbra fino a quando non gli parve di vederle muoversi e di sentire nuovamente le sue parole. Sì, non c’era dubbio. Quelle erano parole. Se le rigirò in testa diverse volte e fu come se il loro senso stesse riemergendo da un pavimento ricoperto di polvere, spazzato dall’aria di una porta spalancata dopo un’infinità di tempo.

Gli occhiali di Rosemary s’illuminarono di un faccino mesto e lei fece un’espressione annoiata, reazione alla notizia dell’uscita al cinema del nuovo film di Virzì, “Ovosodo 45”.

Franco ormai però aveva qualcosa da dire. Non era quello che voleva originariamente ma non era nemmeno poi tanto male. Con uno sforzo enorme sussurrò

“Come stai?”

Un faccino speranzoso comparve in quel momento sulla sua lente di destra per via della formazione del nuovo governo, e per una volta andava bene così.

Il dispositivo di Rosemary lampeggiò a sua volta tre notizie in sequenza: felicità, indignazione, noia, e quando finalmente tacque, lei aveva un inedito volto smarrito. Anche a Rosemary per parlare toccò impegnarsi parecchio ma alla fine riuscì con molta fatica a mettere in piedi una piccola frase

“Non lo so”

disse e aveva la stessa espressione angosciata di chi si è perso in una terra straniera. Ma fu un attimo, perché una manciata di secondi dopo il dispositivo aveva già emesso un altro faccino sorridente.