Daniele Rielli | Daniele Rielli – Odio (Mondadori) recensioni, articoli, reportage, libri, altri progetti, prossimi incontri pubblici | Pagina 6
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Reportage: Fasano, India

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto del 2014. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività cui mi dedico in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello all’insegna dell’understatement di «Repubblica Bari»:

IL MATRIMONIO DEL SECOLO

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Come tutte le altre testate locali, «Repubblica Bari» forniva una ridda di particolari su quanto lo sposalizio sarebbe stato (traduco liberalmente): enorme, meraviglioso, smodatamente ricco, insultantemente (ma anche ammirevolmente) fastoso, lunghissimo, floreale, tamarro, dorato, decisamente indiano ma pure orecchiette-munito – almeno nella giornata di giovedì, quella dedicata agli chef locali. Il lieto evento veniva descritto esplicitamente come “fiaba” “episodio da mille una notte” e implicitamente come “quello che voi non vivrete mai, sciocchini privi di aziende di famiglia che fatturano tre miliardi di dollari l’anno”. Il matrimonio non solo era in quanto tale un atto contro natura (pensavo io), ma in questo caso specifico (dicevano i giornali) era anche organizzato in regime di ristrettezze dieci milioni di euro per tre giorni. Sfacciatamente oligarchico cioè, ma anche episodico, e appannaggio di gente che abitava abbastanza lontano da suscitare, con la sua ricchezza, più ammirazione che risentimento.

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CHI CLARKSON SEI? (Riders magazine)

 

Speed provides the one genuinely modern pleasure

Aldous Huxley

“Quest’Alfa è veloce anche se credo che avrebbero potuto farla più veloce , dopo però sarebbe stata più veloce di una Ferrari, e in Italia è una cosa che non è socialmente accettata, un po’ come vomitare sul Papa”

 Jeremy Clarkson durante il test drive dell’Alfa Romeo 8c

Questo non è il tipo di frase che vi aspettereste di sentire guardando Easy driver, il programma di motori di Rai uno, né, per essere clementi con la televisione di Stato, in nessun altro programma di motori al mondo. Il fatto è che nonostante questo, o forse proprio per questo, battute del genere funzionano. Funzionano talmente tanto che le sentivano 350 milioni di persone, il pubblico medio di Top Gear, il programma “fattuale” (infelice traduzione italiana per indicare che si tratta di non-fiction) più visto del mondo. Il passato è d’obbligo, almeno per il momento, perché l’uomo autore di questi e tanti altri commenti simili, Jeremy Clarkson, il più importante del trio di uomini di mezz’età che conduceva la trasmissione, ha pensato bene di picchiare uno dei suoi producer, causando la sospensione del programma e il mancato rinnovo del contratto. Per la prima volta dopo 12 anni.

Il programma

Per dirla con le parole dell’executive producer Andy Wilman

“Top Gear è un viaggio nella mente maschile, che credo sia potenzialmente un posto molto divertente, perché, facciamocene una ragione, non accade nulla là dentro.”

In sostanza un gruppo di tre amici di mezz’età, che fanno (o sono costretti a fare dai misteriosi “producers”) tutte le cose più assurde che possono venire in mente ad un gruppo di maschi appassionati di auto e ubriachi al pub. Domande come

“Secondo te sulle prime due miglia è più veloce una Bugatti Veyron o un caccia Eurofighter?” fino ad oggi patrimonio esclusivo di abbonati a “Quattroruote”, ragazzini cicciotti e ingegneri meccanici, sarebbe rimasta per sempre senza risposta se non fosse stato per Top Gear

https://www.youtube.com/watch?v=7NZ9X9A2efA

Personalmente una delle mie preferite è la sfida fra un Maggiolino e una Porsche 911 nel deserto. Chissenefrega direte voi? Sarei abbastanza d’accordo se non fosse che il Maggiolino in questo caso specifico viene lanciato da un elicottero. Non diventa già molto più interessante?

https://www.youtube.com/watch?v=IyrvfhOI3ls

E sono solo due degli stunt che hanno reso celebre il programma ma l’elenco è lunghissimo ed è solo una delle prerogative del programma.

Non che Top Gear sia nato così. C’è stato un tempo in cui era un programma di motori come tutti gli altri, che forse si distingueva a malapena perché dal 1988 in poi uno conduttori era particolarmente malvestito, persino per un inglese, discretamente brutto ma in grado di farsi scappare qua e la commenti dove l’ironia british virava in una vibrazione di sarcasmo un po’ al di sopra delle righe, Jeremy Clarkson appunto. Il programma andò bene per anni, finché dopo un brusco calo negli ascolti, dovuto all’abbandono di alcuni presentatori, fra cui lo stesso Clarkson, venne chiuso. Top Gear torno in onda un anno dopo, in una versione totalmente rinnovata e pensata da un rientrate Clarkson assieme al producer Andy Wilman: Una versione più estrema, più ricca e articolata, ideata come un vero show e non come la solita sequenza di test drive dove non si assiste a nient’altro che l’elencazione dei dati forniti dalle casa automobilistiche, e si vede un tizio guidare un’auto che non si possederà mai, non proprio il massimo dello spasso. Non so perché, ma non funziona come il porno.

Il nuovo format

I capisaldi del nuovo show erano fondamentalmente tre: fare le cose più improbabili che si possano fare con dei mezzi di trasporto davanti ad una telecamera, creare fra i conduttori un feeling a metà fra la gita scolastica e la sbronza molesta in cui ognuno dei tre ha un ruolo, un carattere e delle prerogative ben definite e ricorrenti, e soprattutto mettere l’auto al centro di un sistema di senso, utilizzare un linguaggio che gioca a più livelli con i significati che questo oggetto idealtipico del ‘900 e ormai un po’ in declino nell’immaginario collettivo: la macchina. Suona un po’ troppo complicato? Mi spiego meglio.

Dare un senso ad un auto

Una Porsche 911 ad esempio per Top Gear non è semplicemente una macchina tedesca che va molto veloce. Nelle parole di Clarkson il suo bagagliaio è grande abbastanza per farci entrare “il gelato fatto con le ossa della persona che avete sconfitto a squash”. E i suoi sedili dietro non hanno praticamente posto per le gambe, quindi “ i vostri bambini per starci dovrebbero essere magri, ma non ne avrete perché essendo proprietari di una Porsche 911 avrete mogli magre”.

Scorretto, ma non del tutto implausibile.

A Clarkson e ai suoi l’ortodossia della comunicazione di massa contemporanea non interessa per nulla, anzi sfidano apertamente l’appiattimento figlio del mantra “non bisogna offendere nessuno” con testi che sembrano spontanei come chiacchiere da bar, ma in realtà sono costruiti con i tempi e le tecniche degli stand up comedian.

Quello che conta è raccontare ciò che sta attorno ad una macchina e siccome il mondo simbolico delle auto è fatto da persone che di solito non passano il loro tempo a studiare le metriche del Petrarca e a discutere di quote rosa, i valori che vengono fuori, le immagini e i significati sono adeguati a quello che si vuole raccontare.

Nel farlo cercano di caratterizzare le auto come fossero persone o situazioni, ad esempio una Citroen Ds 3 è “una Mini che fuma Gauloises”, una Lotus Esprit è “più divertente dell’intera aviazione militare francese che si schianta su una fabbrica di fuochi d’artificio” o ancora “ Se siete clinicamente matti, e con questo intendo se vi svegliate la mattina e pensate di essere una cipolla, la Bmw z3 è l’auto che fa per voi”. Mettetela come volete ma una punchline di questo tipo di sicuro è più stimolante intellettualmente rispetto a “la spider tedesca offre all’interno della sua categoria un ottimo rapporto fra qualità e prezzo”

Che la parola “corretto” ormai non sia mai usata per indicare qualcosa di formalmente compiuto e concreto, quanto piuttosto qualcosa di rispondente a una certa ortodossia morale, non è una questione che interessi Clarkson, il quale preferisce usare gli esplosivi per raccontarvi un mondo in due frasi.

Tornando all’esempio della Porsche, il professionista monomaniacale, assetato di vittorie, siano esse professionali o personali, che gioca a squash con la stessa foga con cui in passato degli eserciti si sono preparati alla guerra, è una delle vittime rituali di Clarkson. Il disprezzo per questo tipo di profilo, che come spesso accade in questi casi non è poi tanto lontano dal suo, è di solito associato ad automobili che i conduttori di Top Gear rispettano ma non amano, non solo Porsche ma anche Audi, Bmw e Mercedes. Auto che agli occhi del trio hanno, salvo rare eccezioni, alcuni vizi capitali: 1. Sono fatte dai tedeschi (per Clarkson, è come se la seconda guerra mondiale fosse finita l’altro ieri) 2. Sono ben costruite sì, ma senz’anima.

Per gente che chiama la propria macchina per nome e per descrivere un cambio sequenziale utilizza termini che attraversano facilmente tre diversi settori disciplinari, le auto devono soprattutto avere un’identità forte, che spesso si traduce anche nell’avere difetti, compensati magari da altre virtù. Quando c’è da umanizzare una cosa state sicuri che il metodo più semplice è descriverla come imperfetta, che venga fatto appositamente o meno. Per questo i tre sono all’unanimità grandi fan delle auto italiane, Alfa Romeo sopra a tutte (la Brera era “Cameron Diaz con le ruote“) e del nostro Paese. Ma questo lo vedremo meglio dopo.

 

Prima ecco gli altri due del trio e gli altri elementi fondamentali del programma

Richard Hammond

 Hammond

 

Detto Hamster “criceto”, presente nella serie sin dalla prima stagione è il belloccio relativo del gruppo, relativo perché non è che assomigli esattamente a Brad Pitt ma è pur sempre meglio degli altri due. Per anni i suoi test hanno avuto una frequenza di camicie aperte sul petto riscontrabile solo in certe pranzi dopo le prime comunioni in alcune regioni d’Italia, di recente però sembra avere imparato la funzione dell’ultimo bottone. È specializzato nelle prove di Lamborghini e fuoristrada oltre che un appassionato di Musclecar, motivo per cui gli altri lo accusa di essere “americano” insulto molto grave nel sistema di valori di Top Gear, e, cosa ancora più grave, è un grande fan della Porsche 911.

 Richard “pensa se questa Chevrolet Camaro va anche bene”

Jeremy “tu sei uno di quelli che vedendo Britney Spears direbbero “pensa se è anche intelligente”

Richard decisamente non è quello con le punchline più affilate e infatti quando ci prova combina casini, come quando fece incazzare l’ambasciatore del Messico con una serie di metafore che utilizzavano stereotipi razziali non particolarmente brillanti per descrivere una supercar prodotta del paese dei sombreri. Ops. La Bbc lo protesse dicendo che l’intento era chiaramente umoristico e che le battute sugli stereotipi nazionali fanno parte della tradizione britannica. Cionondimeno i suoi costrutti sono meno efficaci di quelli dei suoi due soci e quindi è più facile che l’intento comico vada perso.

Secondo Clarkson, Richard è anche il motivo per cui Top Gear ha un pubblico composto al 40% di donne, cosa che non fa mistero di non capire.

“ Si è tutta colpa di Hammond, le donne voglio fare sesso con lui, dio solo sa perché. Ho visto il suo pene ed è semplicemente microscopico, sul serio, è veramente piccolo, si può a fatica definire un uomo. Cosa posso dire… Dovrò vivere con questo peso”

Clarskon a 60minutes Australia a proposito di Hammond.

Hammond è quello incaricato di compiere gli stunt più pericolosi, come raggiungere il Polo Nord con una slitta trainata da cani mentre gli altri si muovono su un fuoristrada – comunque sul ghiaccio, non proprio sicurissimo nemmeno quello. Recentemente è stato abbandonato per giorni in cima a una montagna in Canada, ha gareggiato contro un Red Devil a bordo di un Cayenne, ed era alla guida della Bugatti nella famosa sfida con il Jet Eurofighter. Anni fa uno di questi stunt stava per costargli la vita. Il Dragster con cui stava compiendo una prova di accelerazione in rettilineo si era impennato a 460 km all’ora. È tornato in trasmissione dopo il coma e una riabilitazione durata diversi mesi venendo accolto da Clarkson con queste parole “uno di noi è diventato la principessa Diana”. Nella registrazione si possono distinguere almeno tre fasi diverse nella risata del pubblico (meccanica, scandalizzata, liberatoria) dopo questa battuta.

James May

may

 

James May, detto anche Capitan slow per la sua capacità di perdere ogni sfida di velocità, ha il ruolo del tranquillone del gruppo, quanto a indossare camicie assurde è invece in buona compagnia. È quello che durante i road trip viene puntualmente tamponato e dice “Ouch” o, quando le cose si mettono male “Oh cock”. Al contrario degli altri ha un gusto un estetico non direttamente mutuato da un fusto di Guinnes. Possiede sia una Fiat Panda che una Rolls Royce e una Ferrari ma dice che se fosse costretto a scegliere terrebbe la Fiat, credeteci o no, di sicuro c’è che al lavoro alla Bbc ci andava proprio con il pandino. Il trio è impegnato in uno scherzo continuo ma James è quello che perde un po’ più spesso degli altri, è il tizio che fa cadere il servizio buono mentre tutti ridono. Sulla sua intelligenza rimangono aperte delle domande, nel senso che ogni tanto sembra d’intravvedere nel suo volto un bagliore di sofferenza per il ruolo, altre volte invece è bravissimo a far buon viso a cattivo gioco. Io comunque non mi stupirei se a un certo punto tirasse fuori una motosega. Per questo sospetto che sotto l’incedere da inglese per bene del suo eloquio e i suoi modi affettati si celi un cinicone peggio di Clarkson e che in fondo May sia il più sveglio dei tre, quello con degli interessi che vanno oltre il tipo di scarico che monterà la prossima Ferrari, solo che darlo a vedere deve sembrargli molto inelegante o comunque inutile agli scopi dello show. O forse niente di tutto questo. Di certo è coinvolto in una serie di gag ricorrenti, la più nota delle quali riguarda l’annuncio di mirabolanti news riguardo la Dacia Sandero, il che è ovviamente una contraddizione in termini essendo qualsiasi avvenimento riguardo la Dacia Sandero privo di alcun interesse, per chiunque, su ogni pianeta, in qualsiasi circostanza. Dacia Sandero che poi fu trovata e, distrutta durante lo speciale in Romania, dove viene prodotta.

In genere, dalla Panda in poi, James è quello che si affeziona alle macchine che gli altri non degnerebbero di uno sguardo, ma questo non gli impedisce di testare e apprezzare auto velocissime, come la nuova Ferrari LaFerrari, auto che sfida le leggi della fisica almeno quanto quelle della tautologia, né tanto meno di essere scelto per testare l’ultima versione di Bugatti Veyron e superare i 440 chilometri orari. In rettilineo, ovviamente. La cosa che più di tutte mi ha fatto sospettare qualcosa d’indecifrabile nella sua indole, è stata la scena del ritorno di Richard Hammond dopo l’incidente che gli era costato un lungo coma e mesi di convalescenza. Richard si abbraccia con Jeremy, sta poi per fare lo stesso con James e quello invece gli tende la mano, con tutta l’aria di uno che “non abbraccia i maschi” qualsiasi cosa questo significhi una volta superati i 14 anni.

Indecifrabile.

Lo Stig

Stig

“La f12 è l’unica Ferrari, fra quello ha guidato, che lo Stig acquisterebbe, se solo avesse il concetto di denaro, cosa che ovviamente non ha”

Jeremy

 

All’inizio del programma Clarkson e Wilman non riuscivano a trovare un pilota professionista che fosse anche in grado di dire qualcosa d’intelligente davanti alla telecamera, questione che risolsero con invidiabile pragmatismo decidendosi per uno muto. Nacque così lo Stig, il pilota senza volto (non si leva mai il casco) e senza parola. Originariamente la sua tuta era nera poi l’identità del primo pilota ad indossarla venne svelata da un giornale (si tratta di Perry McCarthy) e dalla terza stagione ci fu un nuovo Stig, questa volta tutto bianco, la cui identità fu protetta con maggiori misure di sicurezza ( lo Stig arriva sul set direttamente bardato con il casco, mangia in una stanza a parte e pochissimi oltre ai tre conduttori conoscono la sua vera identità), quando istruisce alla guida su un circuito gli ospiti che deve istruire per il segmento “star dentro un’utilitaria dal costo ragionevole”, altro classico del programma, pare finga un accento francese. Su questo non c’è certezza perché le sequenze di addestramento non vengono mostrare e le uniche laconiche parole in video dello Stig sono quelle rilasciate ad una giornalista olandese durante un servizio su Top Gear. Nel 2009 venne annunciato da Clarkson che lo Stig si sarebbe rivelato perché “stufo delle speculazioni della stampa che lo descrivevano come un venditore di fotocopie di Bolton”.

Nel programma successivo, lo Stig giuda una Ferrari Fxx sul circuito del programma piazzando un tempo mostruoso, poi una volta in studio si leva il casco rivelandosi come Micheal Schumacher.

Nonostante lo Stig abbia realmente battuto i tempi di ex piloti di formula uno sulla sua pista, quello di Schumacher era uno stunt una tantum. La vera identità del secondo Stig (il primo bianco) fu rivelata da lui stesso l’anno successivo, attraverso autobiografia che la Bbc cercò invano di bloccare in tribunale. Si trattava del pilota Ben Collins, non molto contento di non riuscire a guadagnare quanto i suoi colleghi dall’enorme successo della trasmissione. Per toglierli del tutto il pensiero la Bbc lo licenziò e dando la notizia della causa in corso non confermò ne smentì che si trattasse del vero Stig. Le reazioni comunque furono tipicamente nello stile Top gear, con James May-Captain Slow che scrisse “Ovviamente ora dovrò intraprendere vie legali perché sono stato io lo Stig per diversi anni “

Finché alla fine di uno speciale in medio oriente, conclusosi a Betlemme ,i tre trovarono in una mangiatoia un nuovo baby stig

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All’inizio della stagione successiva, un mese dopo, era già cresciuto e pronto per guidare perché: “Gli Stig crescono molto in fretta

Lo Stig nel programma è generalmente presentato dalla formula “Qualcuno dice che” seguita da due caratteristiche assurde tipo “ha paura delle campane”, “la sua t-shirt preferita ha l’immagine di una t-shirt” o “Da anni produce sperma artificiale benché gli abbiamo chiesto più volte di smettere”. Mentre guida nei “power lap” ascolta in genere musica improbabile e negli special dove deve fare cose come “prendere una metro” si dimostra assolutamente incapace di ogni forma di normalità. Lo Stig sa letteralmente fare solo una cosa: guidare veloce.

Altra caratteristica notoria dello Stig è quella di avere un famiglia molto ampia, costituita esclusivamente da cugini, che i conduttori incontrano durante i loro frequenti viaggi all’estero quando hanno bisogno di un pilota. Il cugino americano è un ciccione, quello vegano è verde, quello tedesco è identico se non per il mullet che gli esce dal casco. Il più famoso dei cugini è però probabilmente quello italiano: Bunga Bunga Stig

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(Il cugino italiano dello Stig, mentre esce dal motorhome accompagnato dalle sue assistenti)

News

Il segmento news è quello dove i tre seduti su due divani danno le notizie sul mondo delle automobili, non la parte migliore dello show, nonostante abbondi di battute, ma pur sempre meglio del già citato “Star a bordo di auto dal prezzo ragionevole”, che per quanto mi riguarda è un un po’ il punto più basso del programma, con qualche felice eccezione come l’epica sfida fra Jeremy e lo spin doctor di Tony Blair, l’insopportabile Alastair Campbell. Il bello del segmento news è che comunque ogni tanto va totalmente fuori controllo

Sfide, speciali, gare e generiche follie

Oltre ai test drive, alle news, al momento dell’ospite e al defunto “Cool wall” (dove i presentatori facevano classifiche della “figaggine” delle macchine) la componente fondamentale dello show sono le sfide, gli speciali di viaggio, le gare e in generale le follie.

Fatti spontaneamente e su ordine dei “producers” che nessuno ha mai visto ma sono sufficientemente sadici per essere apprezzati da tutti, questi segmenti possono comportare viaggi in regioni remote del mondo, dall’Africa all’India, dalla Cina all’Argentina, spesso con delle limitazioni monetarie sulle macchine utilizzabili (ad esempio: comprare 3 vecchie supercar italiane per meno di 5 mila euro), poi ci sono gli speciali giornalistici sulla storia di una marca (memorabili quelli su Lancia, Saab e Lamborghini), le gare come quelle fra taxi, fra Alfa o Bmw di un determinato periodo o fra ambulanze custom-made

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(la Porsche ambulanza con lo scacciabufali rimovibile di Jeremy).

Alcuni test drive sono sufficientemente assurdi per rientrare in questa categoria, molto noto ad esempio quello del Marauder, un mezzo di derivazione militare di 10 tonnellate di peso  o quello fra un Ranger Rover e un altro veicolo militare in grado di guidarsi da solo. Ma gli esempi che hanno fatto la storia del programma, oltre alla già citata sfida fra il caccia Eurofighter e la Bugatti Veyron, sono la gara a freccette con le auto, effettuata con un gigantesco bersaglio dipinto in fondo a una cava e delle auto sparate con dei cannoni idraulici, l’attraversata della manica a bordo di auto modificate per galleggiare, o fra gli speciali, solo per citarne uno, quello durante il quale in Alabama, nel pieno dell’America più reazionaria e arretrata, i tre andarono in giro con scritto sulle portiere “L’amore fra uomini è ok”, “ Nascar fa schifo” e “Hillary presidente”, venendo presi a sassate da un gruppo di redneck inferociti che li inseguirono per chilometri a bordo di un furgone.

Lo stunt più famoso però è probabilmente quello del tentativo di distruzione di un pick up Toyota, nato secondo Andy Wilman dalla seguente considerazione:

Bei filmati che arrivano dalle zone di guerra del terzo mondo vedi sempre questi pick up Toyota che non si rompono mai, a un certo punto abbiamo pensato che fossero un po’ come gli scarafaggi dopo una guerra nucleare

I tre cercarono in tutti modi di distruggere un pick up Toyota rosso, schiantandolo contro un albero, lasciando alla mercé delle maree, dandogli fuoco e infine piazzandolo sul tetto di un palazzo destinato a una demolizione programmata. Con il solo ausilio di un meccanico che poteva utilizzare esclusivamente utensili base e a cui era stato fatto divieto di sostituire anche un solo pezzo, il Pick up ripartì ogni volta. Alla fine l’indistruttibile Toyota, sopravvissuto a tutti i tentativi di distruzione, venne esposta nello studio dove è rimasta fino a fatti che hanno coinvolto Jeremy Clarkson

Jeremy

Tutto quello che abbiamo visto fino ad ora è molto bello interessante e ma non sarebbe mai stato il successo planetario che è stato se non fosse stato per Jeremy Clarkson.

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(Non il tipo di tweet che farebbe Fabio Fazio )

Dei tre presentatori Jeremy è il più caustico, quello che bulleggia serialmente gli altri due e che non fa mistero di essere il più scorretto politicamente, i suoi soci sono infatti sostanzialmente d’accordo su tutto, ma il più delle volte solo tacitamente. Co-ideatore del format e proprietario fino al 2012 di parte dei diritti, li ha poi ceduti in alla Bbc sia per soldi (molti soldi) che per arginare il crescente risentimento di May e Hammond che fino a quel momento in un certo senso erano sui dipendenti.

Conservatore di fatto anche se mai dichiarato esplicitamente, vicino di casa del primo ministro Cameron, ha in odio soprattutto ambientalisti, ciclisti ed autovelox. Appassionato di storie di guerra ha inserito più volte mezzi e uomini dell’esercito inglese nelle puntate di Top Gear, ed è autore anche di diversi documentari a tema non automobilistico, principalmente riguardo storia e tecnologia.

“Esagerato” è comunque l’aggettivo che descrive meglio Clarkson quando parla di auto, anche se il suo superare gli argini è quasi sempre accompagnato da una certa ironia. Un esempio di grandeur comica clarksoniana è “il test drive più costoso della storia” fatto alla Bmw x6, una prova durante la quale dall’Inghilterra si recò in Australia per controllare che il meccanismo d’apertura dello sportellino sul cruscotto funzionasse anche nell’altro emisfero (funzionava), in Spagna per testare le sospensioni, sulle alpi per la tenuta sulla neve, a Bangkok per cercare la metafora conclusiva della prova, e infine alle Barbados per capire se era meglio spendere i soldi del prezzo dell’x6 per una lunga vacanza ai tropici. Risposta: Sì, era meglio.

Di certo non progressista, ma più individualista e libertario che Tory, Clarkson è il terrore dei produttori di auto nei confronti dei quali non ha alcun timore reverenziale, è in grado di distruggere un auto come di esaltarla e qualche volta di fare entrambe le cose, come con la Lexus Lfa che ha inizialmente disprezzato salvo poi eleggerla recentemente “auto migliore di sempre”. I suoi giudizi sullo stesso modello possono cambiare negli anni a seconda di quello che nel frattempo è successo nell’industria automobilistica (idee che sembravano geniali possono essersi dimostrate pessime e viceversa) o perché magari l’auto in questione ora è nelle sue mani e non in quelle dei May o di Hammond. La dinamica del programma vuole infatti che i tre insultino sempre l’auto degli altri, ma anche questo è uno stratagemma narrativo per parlare delle caratteristiche delle auto senza annoiare il pubblico. Tenete sempre a mente l’alternativa con le palline da tennis nel bagagliaio.

Dal canto suo Clarkson, nonostante la platea di spettatori sterminata, ha sempre ripetuto di non avere alcun reale potere d’influenzare il pubblico, citando il caso della Ford Orion, che nonostante un test drive disastroso a sua opera, divenne comunque un best seller in Inghilterra. Le case produttrici non sono sempre d’accordo e ogni tanto mettono il veto su di lui (la Porsche ha fornito alcune auto al programma solo a patto che a guidarle non fosse Clarkson) e poco prima della sospensione la sfida fra le tre hypercar Ferrari LaFerrari, McLaren p1 e Porsche 918 spider è stata ostacolata dalle richieste di Mclaren e Ferrari che chiedevano condizioni molto particolari per acconsentire al suo svolgimento. Per andare sul sicuro Ferrari aveva anche minacciato di bando a vita chiunque fra i suoi clienti avesse fornito il proprio esemplare a Top Gear per permettergli di realizzare la prova, in altri casi alcune marche hanno fatto direttamente causa dopo dei test particolarmente disastrosi e controversi. Se alcuni temono Clarkson, altri invece lo ringraziano come la Toyota o come, probabilmente, dovrebbero fare i produttori italiani. Dal canto mio apprezzo il programma ma non per questo mi sento chiamato in causa per il fatto di guidare una vecchia Peugeout, una delle marche più disprezzate da Clarkson, quindi capisco il teorema della Ford Orion, anche se certo se lavorassi al marketing della Mercedes ogni volta che una stella a tre punte fa capolino sulla Bbc mi verrebbe un attacco di panico.

Il nazionalismo di Clarkson

Per Clarkson francesi sono “comunisti” perennemente intenti a fumare sigarette e scioperare (ma anche quella che per Top Gear è la peggiore marca di auto del mondo ha fatto la Peugeot 205 gti, un auto che i tre ritengono mitica), ma i suoi veri arci-nemici sono i tedeschi e gli americani (detti anche “United States of Total Paranoia”), benché l’edizione a stelle e strisce di Top Gear, avvincente come una riunione al ministero delle pari opportunità, generi milioni di dollari di introiti per la Bbc. Alla sfida contro i conduttori dell’edizione tedesca di Top Gear, tenutasi in un circuito del Belgio, i presentatori inglesi sono arrivati a bordo di tre Spitfire dell’aeronautica inglese, salvo poi combattere gli avversari nelle solite modalità tendenti al demenziale. Durante uno speciale ambientato in Germania in cui una delle pensate dai sadici producer era riempire le auto dei presentatori con un quartetto di suonatori baveresi in lederhosen, Clarkson salì sul tetto della sua Bmw cercando piuttosto di farsi colpire da un fulmine. Al tempo stesso però una delle sue auto preferite è la Mercedes SLS Roadaster della quale dice

 “Le auto al giorno d’oggi sono così sicure, rifinite, e sono tutte costruite in fabbriche multietniche, prive di cereali e con uno sguardo puntato agli orsi polari ma questa no. Questa è un gigantesco dito medio all’intero concetto degli eco-ismi sostenibili, è appropriata al nostro tempo come un completo elegante ad una raffineria di petrolio, e io adoro tutto questo “

Le auto possono passare tranquillamente sopra le nazionalità. E non solo le auto. La chiave del nazionalismo di Clarkson alla fine è tutta qua, è grossomodo una boutade in cui crede tutto sommato fino a un certo punto, è soprattutto un modo a buon mercato per avere una joke-opportunity, per cui è abbastanza normale che trenta secondi dopo aver parlato male di tedeschi o francesi sia il primo a difendere la superiorità dell’ingegneria automobilistica europea tutta su quella del resto del mondo.

Clarkson e l’Italia

Un gran numero di prove ed speciali di Top Gear sono ambientate nel nostro paese, i tre vecchiacci motorizzati l’hanno girata in lungo e in largo da Bologna a Venezia, dalle Dolomiti a Roma, da Lucca e Lecce, trasmettendo i suoi paesaggi e suoi monumenti in tutto il mondo, d’altrocanto, se non ci pensiamo noi, almeno che lo faccia qualcuno. L’ammirazione per l’Italia si estende anche alle sue auto, specie quelle in grado di generare emozioni come Ferrari, Lambo, Maserati, Alfa e Lancia. Auto spesso imperfette che però a Clarkson e i suoi piacciono proprio per questo, il che ovviamente è anche un cliché, una cosa che a Top Gear sono troppo svegli per non capire, e infatti hanno auto-stigmatizzato nella prova in cui James May ha tentato di recensire un’Alfa 156 senza usare frasi fatte su quanto cuore hanno le auto italiane. Ogni volta che cadeva in luogo comune doveva mettere dei soldi in un salvadanaio fissato sul cruscotto, salvadanaio che alla fine della prova, nonostante le buone intenzioni, era ovviamente pieno. Durante la puntata italiana di Clarkson and the others, un programma di molti anni fa in cui Clarkson andava in giro per diversi paesi europei a parlare di auto e di costumi altrui, ci sono almeno due momenti notevoli: il primo è l’intervista dall’avvocato Agnelli, il secondo è l’incontro in cima alla pista del Lingotto a Torino con Pininfarina, Giugiaro e Bertone per parlare dell’eccellenza italiana del design, in cui la Torino di quegli anni viene definita Silicon Valley delle auto. Altri tempi, a cui sarebbero seguita la cessione di molte aziende del distretto a investitori stranieri. Clarkson talvolta crede nell’industria italiana anche più degli italiani se è vero che ha dedicato una lunga, e bellissima, prova alla Discovolante, l’elaborazione di un’alfa 8c fatta dalla carrozzeria lombarda Touring Superleggera, un’azienda i cui portavoce hanno recentemente dichiarato al Corriere della sera di non riuscire a soddisfare tutte le richieste perché non riesce a trovare battilastra.

Le polemiche

Nel controverso speciale ambientato nella terra del fuoco, la troupe ha rischiato un altro linciaggio perché la targa della Porsche 928 che guidava Clarkson sembrava contenere un riferimento alla guerra delle Falkland che vide opposte proprio l’Inghilterra e l’Argentina. La sequenza finale dello speciale prevedeva una partita di calcio-automobilistico fra la squadra dei padroni di casa e quella inglese, una sfida mai realizzata perché un nutrito gruppo di veterani di guerra argentini ha prima minacciato poi aggredito a sassate la carovana dello staff tecnico del programma.

In seguito un giudice argentino ha stabilito che la provocazione era intenzionale mentre un’indagine interna alla Bbc ha invece assolto i produttori del programma, avallando la versione secondo la quale si è trattata di pura casualità, come attraverso il suo sito Top gear aveva sostenuto da sempre.

Il programma che ha fatto dell’esagerazione, dell’irriverenza e dell’incapacità di adeguarsi alle richieste della correttezza politica del suo tempo il marchio di fabbrica è da tempo al centro delle polemiche, che appaiono in molti casi infondate e rigettate con classe, ma non sempre.

Nella prima categoria ricade sicuramente la risposta data a chi aveva criticato Clarkson e James May per aver bevuto Gin mentre guidavano un fuoristrada Toyota sul ghiaccio dell’artico.

 “Tecnicamente attraversavamo un’enorme distesa di acqua ghiacciata non stavamo guidando, ma navigando”

Oppure la famosa battuta sui camionisti

Fare il camionista è un lavoro duro: cambia marcia, cambia marcia, cambia marcia, controlla gli specchietti, uccidi una prostituta, cambia marcia, cambia, uccidi, è un sacco di sforzo in una giornata”

è, molto semplicemente, una battuta.

Nella seconda si piazzano invece la filastrocca razzista mugugnata da Clarkson durante una prova, cosa per la quale poi si è scusato in video, dicendo che si trattava di un take che non doveva andare in onda.

L’ultima controversia, quella che ha portato alla sospensione del programma e alla definitiva messa al bando di Clarkson dalla Bbc è stata la rissa con il producer Oisin Tymon. Inizialmente imputata al fatto che Clarkson non avrebbe trovato ad attenderlo, dopo una lunga giornata di riprese, del cibo caldo, secondo fonti vicine al conduttore sarebbe invece stata causata da un mix di tensioni produttive, dai rapporti degradati con la rete, e dal nervosismo per una serie di problemi di salute.

Ad ogni modo Clarkson ha riconosciuto le sue colpe ma né questo, né il milione di  firme raccolte fra i telespettarori ( tra cui, lo confesso, anche la mia) e portate presso la sede della Bbc da un fan travestito da Stig, sono serviti ad evitargli la cacciata.

carro armato

(per la cronaca il carro armato si è rotto a pochi metri dalla sede della Bbc)

Ironia della sorte il rinnovo del contratto che era inizialmente stato fissato pochi giorni dopo la rissa sarebbe dovuto essere probabilmente quello per l’ultimo biennio o al massimo triennio dello show, perché i tre presentatori ritenevano che a quel punto sarebbero stati troppo vecchi per andare ancora in giro a fare i cazzoni a bordo di automobili improbabili.

La tv che va contro le regole della tv

“Ogni settimana c’è qualcuno che si lamenta e chiede la fine di top gear. Ma se incominci ad ascoltare quelli che si lamentano, finisci col fare qualcosa di annacquato e noioso. Quindi dobbiamo praticamente ignorare chiunque per poter fare lo show che abbiamo in mente di fare”

Jeremy Clarkson

Top Gear è un caso di tv di successo che va contro molte delle regole della tv contemporanea e in questo c’è molto del fascino che suscita. Per prima cosa è uno show fatto con un cast riunito attorno a una sola caratteristica: è fatto di autentici conoscitori ed entusiasti della materia di cui tratta.

Quando le statistiche mostrarono che una parte importante del pubblico era giovane e cool era ai piani alti della Bbc provarono a sostituire Richard Hammond con un presentatore effettivamente giovane e cool, non cioè un tappetto un po’ meno vecchio degli altri e con la camicia aperta. Gli altri però gli fecero quadrato attorno e lo difesero. Lo stesso accadde quando la rete si accorse che quasi metà del pubblico del programma era composto da donne e incominciò a ventilare l’ipotesi di inserire una conduttrice donna ma anche in questo caso, forti dei risultati, il team di Top Gear indicò loro la porta.

Il motivo per cui Top Gear funziona, al di là del budget infinito, dell’incredibile qualità delle immagini, delle battute e del ritmo, è che si ha sempre la sensazione di essere di fronte a qualcosa di autentico. Un’autenticità che non si crea con uno specchiarsi basico e banale dello spettatore nel segmento sociale che vede ricostruito artificialmente sullo schermo: giovane modaiolo con giovane modaiolo, donna con donna, come se gli esseri umani fossero incapaci di appassionarsi ad altro che a versioni stereotipate e imbellettate di sé stessi, uno dei grandi capisaldi del pensiero televisivo dominante, appoggiato in questo dalla spirito lottizzante del politically correct, non importa quante siano le eccezioni di successo.

In un mondo ossessionato dal correttezza politica, in special modo nella cultura anglosassone, Clarkson, May e Hammond ottengono l’interesse e l’affetto degli spettatori parlando delle cose come sono, non come dovrebbero essere, e nel farlo mettono tutto se stessi, fino talvolta a rischiare la vita nelle riprese più spericolate.

È proprio questo che gli porta ad avere 350 milioni di spettatori in tutto il mondo.

Alle volte le cose sono più semplici di quanto si direbbe.

Il pilota in rivolta

Se uno di noi morisse durante le riprese siamo d’accordo che dopo l’annuncio “Jeremy è morto durante le riprese di questo servizio” debba essere “anyway…”. Qualcosa come: Ad ogni modo (anyway) le nuova Vauxall Cectra…

Nessuno dei protagonisti è morto ma c’è da chiedersi a questo punto se i tre boys approderanno ad un nuovo canale, magari un broadcast americano come Netflix o Amazon, quanto rimarrà della loro alchimia quasi illegale e del politicamente scorretto nella patria mondiale del controllo militare delle parole: gli Stati Uniti.

Se invece finiranno su un canale tradizionale come potranno permettersi la stessa libertà con produttori di auto che saranno inserzionisti della rete per milioni di euro?

Paradossalmente per il vecchio reazionario Jeremy Clarkson quella Bbc che lo sopportava malvolentieri era forse il miglior ambiente possibile, ma ora la convivenza sembra finita per sempre.

Per il momento le uniche certezze è che fuori dalla Bbc il programma non potrà chiamarsi Top Gear, e che Clarkson non starà a lungo con le mani in mano

“Top gear è morto, anyway…”

“LASCIA STARE LA GALLINA” Rassegna stampa

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RECENSIONE SU STYLE-CORRIERE DELLA SERA di Severino Colombo

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Recensione sul “Nuovo quotidiano di Puglia” di Teo Pepe

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IO DONNA ( corriere della sera)

Lascia stare la gallina di Daniele Rielli

di Francesca Cingoli

Lascia stare la gallina

Lascia stare la gallina è un racconto a più voci che non dà tregua. Protagonista è la terra di Salento, piena di luce ma anche di tanta ombra: è l’ombra minacciosa della delinquenza, fatta di contrabbandieri, piccoli spacciatori, poliziotti corrotti, faccendieri, prostitute.

Le voci narranti, da punti di osservazione diversi, si fondono in un racconto di minaccia incombente: l’ex poliziotto, che gestisce con sinistra disinvoltura una pletora di attività e aspira alla massoneria, il suo socio, diviso tra ristorazione e prostituzione, lo spacciatore un po’ fricchettone, molto sballato ma sempre attento, il giornalista idealista e marxista, che vorrebbe cambiare il mondo, la sua fidanzata, che gioca una doppia partita.

Tutto parte da un assassinio in campeggio, ragazzi che dal nord arrivano in Salento per vivere la libertà del mare: canne, sesso in spiaggia, dancehall e musica rap. Una selva di studentelli, deejay e punkabbestia, terreno multicolore di divertimento che ingolosisce la piccola grande criminalità locale. Si parte da questo, ma i giochi si fanno negli studi eleganti di avvocati e politici, sugli yacht, e nelle ville di quelli che contano. Perché sono l’ambizione e il potere le forze che muovono i fili della trama, fitta ma solo in apparenza complicata.

Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Non è tanto l’intrigo, il filo del giallo, a non consentire al lettore di alzare gli occhi dalle pagine, quanto la scrittura, serrata, ironica in maniera sorprendente, tagliente, che azzarda anche il dialetto e non sbaglia. Un libro da leggere, oltre 600 pagine che scorrono vivaci, spietate, brillanti.

Recensione di Gianni Santoro su Repubblica

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INTERVISTA AL NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA  di Valeria Blanco

Quando tutti osannavano il Salento dei beach party, i suoi reportage ne mettevano a nudo, con sarcasmo, i meccanismi perversi. E quando il Movimento 5 Stelle raccoglieva il 25% dei voti, un’analisi sul suo blog – che poi gli è valsa il Macchianera italian award 2013 come miglior articolo dell’anno – illustrava i cinque buoni motivi per non votare Grillo. Il fatto che allora fosse “solo” un blogger, nascosto dietro lo pseudonimo di Quit the doner (Basta con i kebab, ma questa è un’altra storia), non cambia la voglia di Daniele Rielli di offrire uno sguardo sorprendentemente inedito sulla realtà.

Il caso e le origini leccesi vogliono che il romanzo sia ambientato nel Salento, metafora della provincia italiana. Inutile dire che il quadro non è quello del sole, del mare e del vento a cui il marketing territoriale ci ha abituato. Si tratta di un romanzo corale e complesso, con un massiccio uso del dialetto e una sottotrama noir. E, a guardare in controluce, dietro la storia dell’arrampicatore sociale s’intravede il tramonto di una società che, troppo concentrata a difendere i suoi privilegi, non si accorge che sta per estinguersi, superata e travolta dal mondo. Ed è proprio da qui che parte Rielli per raccontare “Lascia stare la gallina”. Continua a leggere

 

INTERVISTA AL “CORRIERE DEL MEZZOGIORNO” di Michele De Feudis

 

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Intervista a “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Fabio Casilli

 

 

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INTERVISTA SU RIDERS

di Lorenzo Monfredi

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“LASCIA STARE LA GALLINA” (Bompiani) è in libreria

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(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una presentazione del mio libro ma parlerò assieme ad Andrea Girolami del suo di libro, che è molto bello anche se non ha una gallina in copertina e non succedono cose turpi)

Bolzano 18 giugno h.19 Pippo stage host: Fabio Gobbato

Trento 19 giugno h 18 Bookique Trento feat Anansi

Lecce 27 giugno Feltrinelli

Cosenza 28 luglio Libreria Mondadori  (premio sila 49)

Gubbio – Doc Fest 9 agosto

Torre dell’Orso (le) 11 Agosto La Casaccia

San Cataldo (le) 18 Agosto Lido York

 

per richieste di organizzazione di presentazioni o incontri   quitthedoner@mail.com

 

IMG_2661(Torre dell’Orso. Uno dei luoghi del romanzo)

 

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“Hotel immagine” di Simone Donati e un po’ anche mio

 

I nomi collettivi servono a far confusione. “Popolo, pubblico… “Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri

E. Flaiano

Qualche tempo fa ricevetti un email di un fotografo che mi chiedeva di scrivere postfazione e didascalie per un libro di foto sull’Italia. Si chiamava Simone Donati e lavorava per Der Spiegel Le Monde, Newsweek , Internazionale e l’Espresso e soprattutto era molto bravo, per cui gli dissi di sì.

Mercoledì 23  alle ore 21 io e Simone saremo alla Fabbrica del vapore a Milano a presentare quello che ne è venuto fuori.

Il lavoro di Simone per questa raccolta ruota attorno ad alcuni luoghi d’Italia dove l’immagine si fonde con la fede, la massa con l’identità il tricolore con una serie di cose di cui pubblicamente tendiamo a vergognarci ma che poi, per dire, ubriacandoci a cena con dei tedeschi finiremmo probabilmente per difendere, almeno un po’ o almeno alcune.

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(questa ad esempio no)

Continua a leggere

La tribù che racconta storie – Gottschall e l’analisi evolutiva delle serie tv (Venerdì di Repubblica)

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(il miglior personaggio negativo di serie tv mentre guarda una serie tv)

Intervista a Jonathan Gottschall –  pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 27.2.2015

Pittsburgh. Nel racconto le “Api, parte prima” lo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon racconta di come, durante la sua infanzia nella Iugoslavia di Tito, suo padre avesse trascinato tutta la famiglia fuori da una sala cinematografica in cui veniva proiettato un film di avventura,  all’urlo di “che stupidata” e “compagni non credeteci”

Ripenso a questa scena camminando per una Pittsburgh ventosa e gelata verso il bar in cui ho un appuntamento con Jonathan Gottschall, autore di “L’istinto di narrare”, un saggio sul legame inscindibile che corre fra gli esseri umani e la capacità di raccontare storie.  Secondo Gottschall persino un “iperrealista” come il padre di Hemon subiva il fascino delle storie di finzione, probabilmente però in ambiti in cui non ne aveva l’esatta percezione. In questo non era solo visto che lo stesso accade ogni giorno a tutti noi, basti pensare che, secondo recenti studi, sognare a occhi aperti è lo stato di default della mente e passiamo la metà delle nostre ore di veglia elaborando fantasie, il più delle volte brevi, essendo la loro durata media 14 secondi. Inoltre consumiamo continuamente storie prodotte da altri, attraverso ogni tipo di media,  e tutto questo non accade per caso.

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(l’edizione italiana di “the storytelling animal” di Jonathan Gottschall)

“All’inizio del libro parlo di due ipotetiche tribù ancestrali: quella della pratica e quella delle storie. Quella della pratica non faceva altro che lavorare, quella delle storie invece alternava le sue attività, all’usanza di raccontare storie immaginarie. Contrariamente ad ogni aspettativa, quella che è sopravvissuta è la seconda. Quella tribù siamo noi” mi spiega Gottschall versando birra light da una caraffa gigantesca. Il locale si è rivelato essere uno sports bar per studenti di college, pieno di televisori sintonizzati su eventi sportivi. Tra poco inizierà la partita dei Pittsburgh Penguins, la squadra di hockey della città, lo so perché nell’ ascensore dell’albergo ho incontrato un tizio vestito da pinguino.

Lo sport è in grado di suscitare forte immedesimazione e il modo di raccontarlo dei media americani, che va molto oltre il “Dovremo dare il 110% e il mister deciderà cos’è meglio” a cui siamo tristemente abituati in Italia,  aiuta a trasformare i campionati professionistici in una miriade di storie affascinanti con archi narrativi, svolte, ostacoli, momenti epici. È stato quest’approccio che negli ultimi anni ha fatto aumentare, e di molto, il pubblico femminile delle leghe professionistiche americane. Le storie infatti interessano a tutti.  Ma lo sport non è l’unico legame che l’atto del giocare ha con le storie “La prima forma di proto-narrazione, quella di cui sono capaci anche molti animali” spiega Gottschall “è la pratica di fingersi qualcos’altro, e ciò ha una funzione strettamente evolutiva, serve ad avvicinarsi gradualmente ai problemi e ai pericoli, entrarci in confidenza, imparare a superarli e poi esorcizzarli. Le storie assolvono la stessa funzione per gli adulti, ma essendo strutture complesse hanno molti usi potenziali. Nel libro uso l’esempio della mano, che può essere uno strumento per aggredire, mangiare, comunicare, amare. Le storie funzionano allo stesso modo, servono a molti fini, come ad esempio portare le persone nel mezzo delle informazioni che si vogliono comunicare, rendendole così più interessanti e più facili da ricordare. Detto questo credo che il fattore evolutivo più importante sia comunque sempre il variegato rapporto che le storie intrattengono con il male, fornendoci la capacità di rapportarci ad esso e conseguentemente un posto nel mondo”.

Dai Sopranos in poi si è affermato, prima nelle produzioni americane e poi in quelle di  altri paesi, un nuovo tipo di serialità televisiva la cui caratteristica dominante è un elevato grado di realismo e protagonisti negativi, i cosiddetti anti-eroi. Non dei “nemici” ma dei veri e propri protagonisti che compiono spesso cose tremende. Chiedo a Gottschall se questo aumentare della dose di male tollerato nelle grandi narrazioni popolari serva a esorcizzare una crescente sofferenza, e a questo proposito non ha molti dubbi “No, non credo. Di anti-eroi le storie sono piene da sempre, basta pensare a Lucifero o a Macbeth. Ma ammettiamo pure per un momento che ci sia un picco di anti-eroi in questo momento storico. Personalmente sono affascinato da queste narrazioni perché se le osservi attentamente, ti accorgi che l’universo morale rimane lo stesso di tutte quelle precedenti. Tony Soprano ad esempio è un personaggio affascinante e cattivo ma alla fine paga per questo, e tutto si ricompone”.

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(Gli Shelby, brava gente)

C’è una serie, prodotta da Bbc e trasmessa in America da Netflix che sta impegnano le riflessioni di Gottschall.  È Peaky Blinders, un piccolo capolavoro scritto da Steven Knight, che narra la vorticosa e spietata ascesa sociale di una gang di allibratori di Birmingham nel primo dopoguerra. “Thomas Shelby, il protagonista, è uno dei personaggi principali più feroci mai visti sullo schermo, eppure è difficile non empatizzare con lui. Ci sto riflettendo in questo periodo e la spiegazione che mi sono dato fino a questo momento è che il personaggio funziona perché per quanto cattivo quelli attorno a lui sono anche peggio, e in genere se compie atti apparentemente ingiustificabili come uccidere un innocente è sempre per effetto di un ricatto”.

Si muovono i confini, il buono e il cattivo si scambiano i ruoli, tutto diventa meno netto, più simile, cioè, alla realtà, ma l’equilibrio morale complessivo della storia non cambia davvero. In questa concezione delle storie è difficile non pensare che ci sia profondo retaggio americano, Gottschall però non è d’accordo “Ho studiato storie di provenienti da molte culture diverse, non solo da quella americana, e il risultato è sempre lo stesso, le grandi narrazioni se analizzate in profondità hanno sempre alla base una forte idea di bene e di male”. La sua tesi è che su questo si fondi la loro funzione evolutiva, sulla capacità, cioè, di delineare un mondo morale, distinguere il giusto dallo sbagliato, funzione necessaria alla prosecuzione della specie. Ma se le storie servono a dare i contorni alla verità quali sono i rischi in mondo in cui siamo raggiunti ogni giorno da decine se non centinaia di microstorie su telefoni, computer, televisori e altri apparecchi?

“Effettivamente non c’è mai stata una simile abbondanza di storie. Basta accendere un computer e ne hai quante ne vuoi, gratis, immediatamente. Non sono mai state così a buon mercato. Al tempo stesso le storie ben narrate sono in grado di alterare i giudizi, i politici e le aziende sono sempre più consci di questa potenzialità. Uno dei rischi quindi è sicuramente quello della manipolazione” Ma non è il solo, c’è un punto nel finale del suo libro in cui Gottschall riflette sul futuro delle storie applicate al gaming e coltiva il dubbio che forse, sì, il romanzo è morto ma al tempo stesso non lo sono le storie che saranno sempre più integrate dentro dispositivi di realtà virtuale. “In questo c’è ovviamente un altro tipo di rischio. Basta pensare al ponte-ologrammi di Star Trek the next generation: quella storia è un’utopia quindi i protagonisti a un certo punto escono dalla realtà virtuale e tornano alla loro vita, ma nella realtà chi lo farebbe davvero? Chi, potendo fare quello che vuole in un mondo immaginario, sceglierebbe di andare a lavorare da Burger King?”. Nonostante l’inscindibile legame fra vita umana e storie, è bene infatti ricordare che si tratta di due cose bene diverse “La storia è una struttura che rimodella elementi della vita in un insieme dotato di senso, cosa che spesso non di può dire della vita ”.Esattamente quello che sosteneva Truman Capote quando diceva che  “La differenza tra realtà e finzione è che la finzione deve essere coerente”. Forse era questo quello che il padre di Hemon non riusciva a sopportare.

 

Dicono di QUITALY

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Una splendida capacità di vedere le cose e una scrittura così brillante da trasformare più o meno tutte le mostruosità in ritratti acuti e divertenti

Il Sole 24 ore

Il libro mostra il talento di questo immersive journalist dalla scrittura veloce e le idee chiare

Internazionale

Una voce brillante e originale che coglie alla perfezione lo spirito dei tempi

La Repubblica

Si è fatto conoscere grazie a inchieste insolite e irriverenti per un eccezionale senso dell’humour, per l’acutezza dello sguardo, per la felicità della scrittura

Goffredo Fofi su Lo Straniero

Non perdetevi questo libro

Huffington Post

Reportage fra l’ironico e il narrativo sul modello del giornalismo americano o forse del libello settecentesco alla Candide

L’Unità

Un fenomeno in rete racconta un paese narcisista ed eccessivo

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Disponibile in libreria e online su:

 

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